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TITOLO: Cronica : vita di Cola di Rienzo
AUTORE: Anonimo romano
TRADUTTORE:
CURATORE:
NOTE:
DIRITTI D'AUTORE: no
LICENZA: questo testo è distribuito con la licenza
specificata al seguente indirizzo Internet:
http://www.liberliber.it/biblioteca/licenze/
TRATTO DA: Cronica : vita di Cola di Rienzo
Edizione BUR Rizzoli,
1991 a cura di Ettore Mazzali
CODICE ISBN: 88-17-16823-8
1a EDIZIONE ELETTRONICA DEL: 2 luglio 1998
INDICE DI AFFIDABILITA': 1
0: affidabilità bassa
1: affidabilità media
2: affidabilità buona
3: affidabilità ottima
ALLA EDIZIONE ELETTRONICA HANNO CONTRIBUITO:
Claudio Paganelli, [email protected]
REVISIONE:
Claudio Paganelli, [email protected]
PUBBLICATO DA:
Marco Calvo, http://www.mclink.it/personal/MC3363/
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Cronica - Vita di Cola di Rienzo
Anonimo Romano
Prologo e primo capitolo, dove se demostra le rascione per le quale questa opera fatta fu.
Dice lo glorioso dottore missore santo Isidoro, nello livro delle Etimologie, che lo primo omo de
Grecia che trovassi lettera fu uno Grieco lo quale abbe nome Cadmo. 'Nanti lo tiempo de questo non
era lettera. Donne, quanno faceva bisuogno de fare alcuna cosa memorabile, scrivere non se poteva.
Donne le memorie se facevano con scoiture in sassi e pataffii, li quali se ponevano nelle locora
famose dove demoravano moititudine de iente, overo se ponevano là dove state erano le cose fatte:
como una granne vattaglia overo vettoria [...] tristezze, disconfitte inscolpivano [...] e aitri animali
in sassi overo iente armata, in segno de tale memoria. E queste sassa fonnavano in quelle locora
dove le cose fatte erano, in segno de perpetua memoria. Livro non ne facevano, ché lettera non se
trovava appo li Grieci. E questo muodo servaro li Romani per tutta Italia e in Francia e
massimamente in Roma; ché, facenno asapere alli loro successori [...] loro fatti, fecero arcora
triomfali in soli[i]s con vattaglie, uomini armati, cavalli e aitre cose, como se trova mo' in Persia e
in Arimino. Da poi che Cadmo comenzao a trovare le lettere, la iente comenzao a scrivere le cose
e·lli fatti loro per la devolezza della memoria, e massimamente li fatti avanzarani e mannifichi:
como Tito Livio fece lo livro dello comenzamento de Roma fino allo tiempo de Ottaviano, como
scrisse Lucano li fatti de Cesari, Salustio e moiti aitri scrittori non lassaro perire la memoria de
moite cose antepassate de Roma. Dunqua io, lo quale [...] mea ientilezza, como piaciuto ène a Dio,
aio vedute cose de moita memoria per la loro granne escellenzia de novitate in questo munno,
lassaraio passare queste cose senza alcuna scrittura? Certo non fora convenevole che de esse
remanga tenebre de ignoranzia per pigrizia de scrivere. Anche ne voglio fare speziale livro e
narrazione. L'opera ène granne e bella. Questo affanno prenno per moite cascione. La prima, che
omo trovarao alcuna cosa scritta la quale se revederao avenire in simile, donne conoscerao che·llo
ditto de Salamone ène vero. Dice Salamone: “Non è cosa nova sotto lo sole, ché cosa che pare nova
stata è”. L'aitra cascione de questo ène che qui se trovarao moito belli e buoni esempî; donne porrao
omo alcuna cosa pericolosa schifare, alcuna porrao eleiere e adoperare, sì che lo leiere de questa
opera non passarao senza frutto de utilitate. La terza cascione ène che aio respietto alla
magnificenzia de questa novitate, como de sopra ditto ène; ché cosa de poco essere omo non cura,
lassala stare, cosa granne scrive. La quarta cascione ène quella che mosse Tito Livio. Dice Tito
Livio nella prima decada e fao menzione de Alisantro de Macedonia: quanta iente abbe da pede e da
cavallo, quanto tiempo durao soa signoria, quanto se stese per lo munno. E dice che soa grannezza
fu nulla cosa in comparazione de Romani. Questo dicenno responne ad una questione la quale omo
li potria fare e dicere: “Innello narrare le istorie de Romani como te impacci delli fatti de
Alisantro?” Responne Tito Livio e dice: “Questo faccio per ponere requie allo animo mio”. Quasi
dica: “Lo animo mio ène stimolato de scrivere questa materia. Voglione toccare. Puoi me se posa
consolato lo mio animo”. Così dico io: “L'animo mio stimolato non posa finente dio che io non aio
messe in scritto queste belle cose e novitati le quale vedute aio in mea vita”. La quinta cascione ène
anche quella che scrive Tito Livio nello proemio dello sio livro, nella prima decada. Dice: “Mentre
che sto occupato a scrivere queste cose, so' remoto e non veggo le crudelitati le quale per tanti
tiempi la nostra citate hao vedute”. Così dico io: “Mentre che prenno diletto in questa opera, sto
remoto e non sento la guerra e li affanni li quali curro per lo paese, li quali per la moita tribulazione
siento tristi e miserabili non solamente chi li pate, ma chi li ascoita”. Quello che io scrivo sì ène
fermamente vero. E de ciò me sia testimonio Dio e quelli li quali mo' vivo con meco, ché le
infrascritte cose fuoro vere. E io le viddi e sentille: massimamente alcuna cosa che fu in mio paiese
intesi da perzone fidedegne, le quale concordavano ad uno. E de ciò io poneraio certi segnali,
secunno la materia curze, li quali fuoro concurrienti con esse cose. Questi segnali farrao lo leiere
essere certo e non suspietto de mio dicere. Anche questa cronica scrivo in vulgare, perché de essa
pozza trare utilitate onne iente la quale simplicemente leiere sao, como soco vulgari mercatanti e
aitra moita bona iente la quale per lettera non intenne. Dunqua per commune utilitate e diletto fo
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questa opera vulgare, benché io l'aia ià fatta per lettera con uno latino moito [...] Ma l'opera non ène
tanto ordinata né tanto copiosa como questa. Anche questa opera destinguo per capitoli, perché
volenno trovare cobelle, senza affanno se pozza trovare. [...]
Cap. secunno
Como Iacovo de Saviello senatore fu cacciato de Campituoglio per lo puopolo, e della cavallaria
de missore Stefano della Colonna e missore Napolione delli Orsini.
Dunqua da quale novitate comenzaraio? Io comenzaraio dallo tiempo de Iacovo de Saviello.
Essenno senatore solo per lo re Ruberto, fu cacciato da Campituoglio dalli scendichi. Li scendichi
fuoro Stefano della Colonna, signore de Pelestrina, e Poncello de missore Orso, signore dello
Castiello de Santo Agnilo. Questi se redussero nello Arucielo e, sonata la campana, fecero adunare
lo puopolo, la moita cavallaria armata e li moiti pedoni. Tutta Roma stava armata. Bene me recordo
como per suonno. Io stava in Santa Maria dello Piubico e viddi passare la traccia delli cavalieri
armati li quali traievano a Campituoglio. Forte ivano regogliosi. Moiti erano, e bene a cavallo e
bene armati. L'uitimo de quelli, se bene me recordo, portava una iuba de zannato roscio e una
scuffia de zannato giallo in capo, una mazza a cavallo in mano. Passavano per la strada ritta, per la
posana, donne demorano li ferrari, da canto a casa de Pavolo Iovinale. La traccia era longa. La
campana sonava. Lo puopolo se armava. Io stava in Santa Maria dello Piubico. A queste cose
poneva cura. Iacovo de Saviello senatore stava in Campituoglio. Erase stecconiato intorno. Non
vaize niente sio infortellire, ché sallo su Stefano, sio zio, e Poncello scindichi de Roma, e
doicemente lo presero per mano e miserollo a valle, acciò che non avessi pericolo nella perzona. Fu
alcuno che penzao e disse: “Stefano, como puoi fare tanta onta a tio nepote?” La resposta de Stefano
fu superva, disse: “Con doi denari de cerase lo rappagaraio”. Mai questi denari non se trovaro.
Anche comenzo io dallo tiempo che questi doi baroni fuoro fatti cavalieri per lo puopolo de Roma,
bagnati de acqua rosata per li vintiotto Buoni Uomini in Santa Maria de l'Arucielo a granne onore.
L'uno fu chiamato missore Stefano, l'aitro missore Napolione. Granne fu la festa, granne fu l'onore
là in Campituoglio. Nella piazza de Santa Maria fuoro spase trabacche e paviglioni. Là erano
tromme e ceramelle e onne instrumento. Vedesi rompere de aste, currere de cavalli e pettorali de
sonaglie. Moite erano le banniere. Più erano le reconoscianze. Moita se faceva festa. Moito li fu
fatto onore. Nella chiesia de Santa Maria de l'Arucielo stavano doi lietti, li più onorati. Ben pareva
cosa reale. Queste cose me recordo como per suonno. Currevano anni Domini MCCC [...] li
sopraditti cavalieri bagnati ne iero allo re Ruberto a Napoli, lo quale li cenze la spada; la quale cosa
moito despiacque allo romano puopolo. Certo da queste cose io non comenzo; ca, benché così fosse,
io era in tanta tenerezza de etate, che conoscimento non avea elettivo. Anco voglio comenzare da
cosa de più aitezza. Incomenzaremo collo nome de Dio dalla sconfitta dello principe della Morea, la
quale fu per questa via.
Cap. III
Como fu sconfitto lo principe della Morea a porta de Castiello Santo Agnilo, e como fu trovato
Guelfo e Gebellino, e delle connizione de Dante e que fine abbe soa vita.
Currevano anni Domini MCCCXXVII, dello mese de settiembro, nella viilia de santo Agnilo de
vennegne, quanno fatta fu la granne sconfitta per li Romani a porta de Castiello; la quale fu per
questa via. Li elettori dello imperio nella Alamagna liessero Ludovico duce de Bavaria in
imperatore, lo quale non fu obediente a papa Ianni, como se dicerao. Quanno la venuta de questo
elietto a Roma fu intesa, papa Ianni, lo quale era in quello tiempo, e Ruberto re de Apuglia se
provedevano de pararese a soa venuta. Dunqua de loro commannamento missore Ianni della
Rascione, principe della Morea, frate dello re Ruberto, e missore Ianni Gaietano, legato in Toscana,
se muossero con iente moita a Roma per fare contrasto e reparo. La adunanza fu fatta nella citate de
Nargne. La iente fu moito bella e bene acconcia. Setteciento fuoro li cavalieri, pedoni senza fine.
Tutti li baroni de casa Orsina erano con essi: missore Napolione, cavaliero noviello dello puopolo,
Bertollo de Francesco dello Monte, nepote dello legato, canfione della parte guelfa, missore Antrea
de Campo de Fiore e moiti aitri. La iente ne veniva grossa e smesurata per occupare Roma. Romani,
in semmiante de fare buono scudo, se 'nantipararo e fecero capitanio dello puopolo uno
vertuosissimo barone de casa della Colonna - Sciarra fu sio nome -, lo quale fu delli più dotti e savii
de guerra che in quello tiempo fussi. 'Nanti che lo legato approssimassi, Sciarra abbe tutte le
fortezze de Roma. Bene abbe Castiello Santo Agnilo. Puoi ordinao lo puopolo e fece caporioni.
Fece capo vinticinque, tutti romani. Ordinao tutti conestavili. Moito li teneva solliciti. Bene
guardava le porte. Spesso faceva parlamento. Moite spie avea. Iacovo Saviello, Teballo Santo Stati
e moita baronia collo puopolo era. Quanto la venuta dello legato più approssimava, tanto li Romani
stavano più solliciti. Ecco che la notte della viilia de santo Agnilo fuoro ionti in Roma. E entraro
nella citate Leonina, non per la porta, ché se guardava, ma entraro per lo muro rotto. Ruppero lo
muro quale stao sotto le Incarcerate e, dato quello muro per terra, fecero uno granne guado in fronte
allo pozzo e per quella così fatta via tradussero loro banniere, loro legioni de iente. Entrati,
occuparo da porta de Castiello fi' a Santo Pietro. Tutto era copierto de iente armata. Bene sonavano
tromme e trommette, naccari e cerammelle. Gran festa facevano. Bene scrissero lettere della entrata
de Roma. Fra tanto la porta dello brunzo stava enzerrata. Quanno Sciarra, lo franco capitanio, sappe
che la iente era ionta, non se dubitao niente, anco se armao e fece sonare la campana a stormo. Mesa
notte era e forza lo primo suonno. Uno vanno con tromme mannao per la terra, che onne perzona
fosse armata, ca·lli nemici erano entrati in Puortica, e che traiessino a Campituoglio. La iente che
dormiva subitamente se sviglia. Ciascuno prenne arme. Coscia abbe nome lo vannitore. La campana
sonava terribilemente. La iente trasse a Campituoglio. Là traie la baronia e·lli populari. Lo buono
capitanio parlao e disse ca venuti erano per entrare in Roma, per mozzare le zinne delli pietti delle
donne de Roma. Moito inanimao la iente. Poi partìo la iente in doi parte. De l'una parte fu capo
esso, dell'aitra fu capo Iacovo de Saviello, lo quale fu mannato alla porta de Santo Ianni, quale se
dice porta Maiure. E questo perché sapeva ca quella iente se era partuta e veniva da doi porte, parte
da porta Castiello, parte da porta Maiure. Ma non venne così, ca, como Dio voize, fu dato lo dìe de
santo Agnilo. Quelli intesero lo dìe po' santo Agnilo. Donne la cosa venne falluta, ca non vennero
alle porte ad uno ponto né ad uno dìe. Quanno Iacovo ìo alla porta, non trovao alcuno. Là se tenne
senza alcuno impaccio conestavilito. Dall'aitra parte cavalca Sciarra con sio confallone. Granne ène
la cavallaria. Sette rioni se abiaro denanti armati. Esmesurato era lo puopolo. Ionze a ponte de Santo
Pietro. Io me recordo che in quella notte uno cavalieri romano armato, essenno cavalcato a ponte,
odìo una trommetta de nimici. Volenno fuire tramazzao da cavallo. Lassao lo cavallo e vennesene a
pede. Sacci ca non abbe carestia de paura! Quanno lo puopolo fu ionto a ponte, allora se faceva dìe.
Era la aurora. Allora Sciarra commannao che·lla porta dello brunzo fossi operta. La folla era granne.
Moito fuoro storditi li nimici, vedenno per lo ponte li moiti pennoncielli. Sapeno ca onne pennone
avea venticinque uomini. Ora se opere la porta. Lo rione delli Monti vao denanti. Allocase lo
puopolo per li puortichi, per la piazza de Castiello. Là erano schierati li sollati e l'aitre iente. Ora
vedese currere de cavalli. L'uno lo broccia de sopra a l'aitro. Chi dao, chi tolle. Tromme sonavano
de·llà e de cà. Granne è lo romore, granne è lo stormo. Chi dao, chi tolle. Sciarra e missore Antrea
de Campo de Fiore se infrontano insiemmori e sì se villaniaro forte. Puoi se ruppero aduosso le aste.
Puoi se colpiavano delle spade. Non ne voleva la vita l'uno de lo aitro. Intanto se departiero e
tornaro a loro iente. Vedese ferire, lanciare e prete iettare. Ben pare che fossi stormo crudele. Lo
puopolo de Roma vao 'nanti e reto como onna de mare. Ma li nimici daienno lato, li Romani se
allocaro fi' a mesa la piazza. Là fu fatta una novitate così. Uno, lo quale avea nome Ianni Manno de
Colonna, portava lo confallone dello puopolo de Roma. Como ionze allo pozzo lo quale stao in
quella piazza denanti alle Incarcerate, donne era rotto lo muro, prese questo confallone e iettaolo
nello pozzo. E questo fece per dare uitima sconfitta allo puopolo de Roma. Bene debbe lo traditore
perdire la vita. Non perciò perdìo vigore lo Romano, ché ià lo principe dava a reto. Ora vedese fuire,
ora vedese commattere. Là se pare chi ène figlio de bona mamma. Sciarra della Colonna forte
conforta soa iente e fece una notabile cosa, che la soa sopravesta cagnao in poca ora. Granne senno
lillo fece fare. Granne parte dello puopolo passao canto lo fiume, dallo lato de Santo Spirito. Là per
la folla affocati fuoro cinque pedoni romani. Anco là fu un'aitra novitate. Uno granne omo de Roma
- Cola de madonna Martomea delli Aniballi avea nome - fu perzona assai ardita, iovine como acqua.
Coize audacia de volere prennere per la perzona lo principe. Speronao lo destrieri e ruppe la forte
schiera dove stava affasciato lo principe. Venneli denanti e destese la mano per pigliarlo. Bene se
ne·llo credeva menare; ma non respusero le mesure, ca·llo principe li menao de una mazza de fierro
e ferìo lo cavallo. La potenzia dello destrieri dello principe fu tanta che recessava a reto Nicola e
recessannose a reto Nicola, non abbe sufficiente spazio lo sio cavallo. Donne li piedi dereto li
vennero meno e cadde in quello fossato lo quale stao in fronte alla porta dello spidale de Santo
Spirito, lo quale ène fatto per defesa de l'uorto. In quello fossato lo cavallo e esso, credennose
retornare, caddero menati a forza dalli cavalli dello principe, e là fu occiso. Granne fu la tristizia che
Roma abbe de così inclito barone. Allora se fiariao lo puopolo. Lo principe deo a reto. Inchinao soa
schiera. Comenzaro a fuire. Lo luoco donne se partiro fu porta Veredara. Quella fu la via che li
campao. Ora se aiza la terza. Lo fuire ène granne. Maiure è lo maciello. Così se macellavano como
le pecora. Nulla resistenzia faco. Moita iente ce fu occisa. Moita preda Romani guadagnaro.
Alquanti baroni romani della parte Orsina, li quali fecero resistenzia, fuoro presoni. In presone
stettero tanto quanto lo capitanio voize. Infra li quali fu Bertollo capo de parte Orsina, capitanio
della Chiesia e della parte guelfa. E se non fusse che Sciarra lo portava in groppa, li Romani lo
àbberano muorto. Aitra iente non fece defesa, cioène Napoletani, Provenzali, Franceschi, Pugliesi.
Tante fuoro le corpora morte che nude iacevano, che non se pote dicere. Per tutta piazza de
Castiello fi' a Santo Pietro, da Santa Maria in Trespadina, da piazza de Santo Spirito, per tutte
puortica, dalli Armeni, per onne strada iacevano como la semmola seminati, tagliati, nudi e muorti.
Là fra questa iente iaceva lo conte de Santo Severino e moita aitra bona iente: la vista lo mustrava.
Ora se delequa lo principe con quella soa iente che potéo cogliere. Po' moiti dìe fuoro trovati uomini
muorti per le vigne, armati, nelle capanne e nelli cupi delli arbori, li quali nello stormo erano stati
feruti. Per la via lo spirito li avea abannonati. Sciarra tornao a Campituoglio con granne triomfo.
Bello pallio mannao a Santo Agnilo Pescivennolo e uno bello calice per merito e onore de questa
romana vittoria. In questo tiempo fuoro fatte quelle maladette parte, Guelfi e Gebellini, li quali non
erano stati 'nanti, anco erano stati Bianchi e Neri. Una sera, quanno la iente lassa opera, appriesso
allo cenare nella citate de Fiorenza se appicciaro doi cani. L'uno abbe nome Guelfo, l'aitro
Gebellino. Forte se stracciavano. A questo romore de doi cani la moita iovinaglia trasse. Parte
favorava allo Guelfo, parte allo Gebellino. Quanno se fuoro li cani [...]
Cap. IIII
[De papa Ianni e della venuta dello Bavaro a Roma e della soa partenza
e dello antipapa lo quale fece. ]
[...]
Cap. V
Dello mostro che nacque in Roma e dello legato dello papa lo quale fu cacciato de Bologna.
[...] una citate, da priesso a Bologna vinti miglia: Ferrara hao nome. De questa Ferrara so' cacciati
alquanti citadini nuobili, li quali se chiamano quelli da Fontana. E questo avenne perché venniero
Ferrara a Veneziani. Ora ne soco signori in luoco loro li marchesi da Este. Questi de Fontana
pregaro lo legato che li tornassi in loro casa per anni tre. Li marchesi de Ferrara respusero allo
legato fiorini quattordici milia per anno, acciò che non tornassino quelli li quali vennuta avevano la
loro patria a Veneziani. Po' li quattro anni dello tributo, lo anno settimo dello sio dominio, lo legato
non li pareva essere signore se non aveva la signoria libera. Fece una oste generale e sì·lla mannao
sopra Ferrara. Ferrara ène una longa terra, miglio uno, e iace sopra la ripa de uno nobile e granne
fiume lo quale hao nome Po. Da l'aitro lato li stao un aitro vraccio de Po. Questa citate, como ditto
ène, è signoriata dalli marchesi da Este, li quali so' nuobili uomini, moito amati dalli tiranni de
Lommardia. L'oste dello legato fu potentissima. De colpo abbe tutto lo contado de Ferrara. Puoi
passao lo Po e fece uno ponte de lename a soa posta. Puoi toize lo borgo de Ferrara, lo quale vao
invierzo Venezia. Poca cosa era da fare. La terra era perduta. Per acqua e per terra staieva assediata.
Erance da fare uno bottone. Lo capitanio dell'oste era lo conte de Armeniac, lo quale sparlava contra
li baroni de Romagna e dicevali traditori, lo quale per grannezza soa non curava de fare quella
guardia la quale aveva de bisuogno. Anco ce fu lo puopolo de Bologna, lo quale non stava volentieri
fore de casa. Anco ce fu la moita sollaria, li quali non erano pacati, ca·lle pache che se·lli
mannavano non se·lli daievano. Anco ce fu li signori de Romagna. Lo legato li teneva moito poveri.
Nulla provisione li daieva. Quanno ademannavano alcuna grazia, responneva: “Bene. Faciemus ”.
Vedi que doveano penzare quelli che suoglio essere signori e non haco cobelle! Drento in questa
Ferrara ionzero da doi milia varvute. Lo marchese Rainaldo non demorao. Su nell'ora della terza
essìo de Ferrara e deose sopra l'oste. L'oste pranzava. Ora vedese occidere de iente, vedese fuire,
vedese strilla e pianto. Lo conte Armeniac fu presone e revennuto LXXX milia fiorini. Li signori de
Romagna se lassaro prennere de loro spontanea voluntate. La moita iente fu morta e presa. Moita
robba fu guadagnata. Senza defesa fu guadagnato uno esmesurato trabocco lo quale aveva nome
asino. Lo puopolo de Bologna se recuverao in su lo ponte. Lo ponte era legato de stroppe. Cadde in
fiume. Quanta iente morìo bene puoi sapere. Alcune perzone fuoro che se appennicaro alle funi
delle mole e per l'acqua campavano. Venne uno con una accetta e tagliao quella fune. Tutta quella
iente, la quale campava, annegao in Po. Vedi se figlio fu de demonio quello omo! Vinti milia
perzone pericolaro nella rotta. Lo carroccio tame a Bologna tornao. Quanno la novella fu ionta a
Bologna, lo pianto fu grannissimo e·lla tristezze granne. Lo legato non se dubitao niente. In prima
scrisse lettere a missore Malatesta, lo quale colli aitri tiranni era lassato. La sentenzia della lettera
era: perché se era rebellato alla Chiesia romana? Missore Malatesta rescrisse una lettera. Aitro non
conteneva se non questo: “Bene. Faciemus ”. Po' questo lo legato se apparecchiava de fare un'aitra
oste moito più pericolosa. Fece venire da sio paiese cinqueciento iannetti vestuti de giallo con
longhe gamme, con garavellotti in mano. Puoi mise coite grannissime per cogliere moneta, per l'oste
fare. Quanno lo puopolo de Bologna se sentìo agravato sì per le coite sì per la iente morta, forte ne
mormorava. Uno dottore de leie - missore Brandelisio delli Gozadini abbe nome - su nella piazza
dello Communo se mosse con una spada in mano. Leva puopolo e caccia dello palazzo della Biada
lo menescalco dello legato e occise alquanti e derobao. Ora fu puosto lo assedio allo bello e nobile
castiello dello legato, dello quale de sopra ditto ène. Lo assedio stette dìe quinnici. L'acqua li fu
toita, perché lo curzo li fu rotto. Dentro era fodero de pane, vino, carne inzalata e moite cose. Li
Bolognesi traboccavano lo sterco dentro dello castiello e valestravano. Vedenno lo legato che tutto
lo munno se·lli era rebellato, fu sollicito de campare soa perzona. Là trasse lo vescovo de Fiorenza.
Lo legato se mise in mano de Fiorentini. Li Fiorentini lo trassero fòra allo castiello. Canto le mura
ne iva la strada la quale vao alla porta de Fiorenza. Tutto lo puopolo de Bologna li gridava e
facevanolli le ficora e dicevanolli villania. Le peccatrice li facevano le ficora e sì·lli gridavano
dicennoli moita iniuria. Bene se aizavano li panni dereto e mostravanolli lo primo delli Decretali e
lo sesto delle Clementine. Moita onta li fecero. Ben lo àbberano manicato a dienti se non fussi stato
in balìa de Fiorentini. Lo legato fece la via delle Alpe con povera compagnia e con poche some.
Ionze a Pisa, da Pisa in Avignone. Bolognesi derobaro tutta iente de Lengua de oca. Moiti ne
occisero. Puoi deruparo a terra quello nobile castiello de che ditto ène. Aitro non lassaro se non la
chiesia. Fi' dalli fonnamenti trassero le mura. Quanno questo fu, currevano anni Domini
MCCCXXXIV, de mese [...] La campana dello legato àbbero li Eremitani; la nobilissima cona dello
aitare li frati predicatori de santo Domenico, la quale ène de alabastro, opera pisana, valore de X
milia fiorini. La lampana cerchiata d'aoro, la quale ardeva nello coro dello legato, àbbero li frati
menori. Anco àbbero tutta la carne secca, tanto potessino deluviare. In questo tiempo era in Bologna
missore Ianni de Antrea, dottore de Decretali, omo de tanta escellenzia de senno, de scienzia e
cortesia, che passava. Questo fu quello lo quale fece lo livro lo quale se dice la Novella.
Cap. VI
Como frate Venturino venne a Roma colle palommelle
e dello campanile de Santo Pietro lo quale fu arzo.
Currevano anni Domini MCCCXXXIIII, dello mese de marzo, in quaraiesima uno frate predicatore,
lo quale avea nome frate Venturino de Bergamo de Lommardia, dello ordine de santo Domenico,
commosse con soie predicazioni devote la maiure parte de Lommardia a devozione e penitenza e
connusse questa iente in Roma allo perdono. Erano Bergamaschi, Bresciani, Comani, Milanesi,
Mantovani. Una parte fuoro ientili e buoni, ma le dieci parte fuoro delle vescovata. Questa iente, la
quale venne con frate Venturino, fu innumerabile. E tanto fu più cosa maravigliosa, quanto
arrecavano abito. L'abito, lo quale questo frate Venturino li avea dato, era che questi portavano una
gonnella bianca, longa, passata mesa gamma. Sopra la gonnella portavano uno tabarretto de biado
corto fino allo inuocchio. In gamme portavano caize de bianco. De sopra le caize portavano
calzaroni de corame fi' a mesa gamma. In capo portavano una capelluzza de panno de lino bianca e
de sopra portavano una capelluzza de panno de lana biada, nella quale dalla fronte portavano uno
tau. La parte de sopra era bianca, la parte de mieso era roscia. In pietto portavano una palomma
bianca, la quale teneva in vocca uno ramo de oliva in segno de pace. Nella mano ritta portavano lo
vordone, nella manca li paternostri. Con questa iente frate Venturino descenne per Lommardia
predicanno. Moita iente lo sequita. Veone in Fiorenza. Fiorentini graziosamente recipiero cotale
iente. Fuoro divisi per le case caritativamente e dato a loro da magnare, buono lietto, lavati piedi,
fatta moita caritate per tre dìe senza premio. Puoi se muossero li moiti Fiorentini e presero quello
medesimo abito e sequitano frate Venturino. Viengo a Vitervo. Da Vitervo entrano in Roma. Ora la
fama de frate Venturino de Bergamo forte ventava a Roma. Dicevase ca voleva aconvertire Romani.
Quanno fu ionto, fu receputo in Santo Sisto. Là predicao. Soa iente moito pareva ordinata e bona.
La sera cantavano le laode. Bene ivano ad ordine. Uno confallone de zannato arrecavano, lo quale
donao alla Minerva. Allo dìe de presente penne nella voita della Minerva sopre la cappella de
missore Latino. Ène de zannato verde, luongo e ampio. Drento stao penta la figura de santa Maria.
De·llà e de cà staco penti agnili, li quali sonano viole, santo Domenico e santo Pietro martire e aitri
profeta. Quello segnale lassao. Puoi predicao in Santa Maria Minerva lo dìe della Annunziazione.
Puoi predicao in Campituoglio, nello parlatorio. Tutta Roma trasse per odire soa predica. Forte
tenevano mente Romani. Queti stavano. Ponevano cura se peccava in faizo latino. Allora predicao e
disse ca sciogliessino le calzamenta delli piedi loro, ca la terra dove stavano era santa. E disse che
Roma era terra de moita santitate per le corpora le quale in essa iaccio. Ma Romani so' mala iente.
Allora li Romani se ne risero. Puoi se domannao una grazia e uno dono a Romani. Da vero che·llo
ioco de Nagoni non era fatto. Disse frate Venturino: “Signori, voi devete fare una vostra festa la
quale gosta moita moneta. Non vao né per Dio né per santi; anche se fao per idolatria, in servizio de
demonio. Questa pecunia datela a mi. Io la despenzaraio per Dio alli uomini necessitosi, li quali non
puoco fornire lo tiempo fi' allo sudario vedere”. Allora li Romani se comenzaro a fare gabe de esso
e dissero ca era pascio. Così dicenno non più demoraro, anche se levaro in pede e partirose e
lassarolo solo. Puoi predicao in Santo Ianni. Romani non lo volevano odire, anche ne facevano la
caccia. Allora se desperava dell'ira e sì·lli maledisse e disse ca mai non vidde più perverza iente.
Non comparze più. Anche se partìo de secreto e gìone fòra de Roma. Ionze in Avignone. Lo papa lo
privao dello predicare. In questo tiempo uno folgoro ferìo lo campanile de Santo Pietro e tutto lo
cucurullo arze. Le campane non toccao. Anche in questo tiempo morìo papa Ianni, dello quale ditto
ène. Quanno approssimao a morte, revocao lo errore de chi diceva ca·lle anime delli beati non
veiono Dio de faccia. E disse ca ciò che avea ditto avea ditto per disputazione fare.
Cap. VII
De papa Benedetto e dello tetto de Santo Pietro de Roma lo quale fu renovato.
Currevano anni Domini MCCCXXXIIII quanno fu creato papa Benedetto. Fu oitramontano,
vascone e fu monaco bianco de l'ordine de Cistella de santo Bernardo. Avea nome lo cardinale
bianco quanno fu eletto. La soa elezzione fu più divina che umana, perché li cardinali li diero la
voce per lo quarto, sì che chi hao la voce per lo quarto ène nella più infima connizione. Ora tutti li
cardinali se concordavano in esso per lo quarto, sì che tutti l'àbbero per desperato. Ma puoi che·lle
voce fuoro tutte dello bianco, soa elezzione fu divina, ca la concordia de tutti fu che fussi papa; lo
quale essere papa ciascheuno assemmotì: l'abbe per desperato. Questo abbe nome lo cardinale
bianco e fu omo moito corpulento e grasso e gruosso, roscio. La soa figura de ponto stao in Santo
Pietro, dentro alla chiesia, sopre la porta maiure della nave maiure. Questo papa fu omo santissimo
e servao questa connizione, che non voize mai despenzare nelli matrimonii li quali se faco intra li
parienti. Moito li despiaceva cutale parentezze. Mai non li voize consentire. Anche fu omo moito
scarzo e retenente dello tesauro della Chiesia; non solamente dello tesauro, ma delle beneficia.
Moito bene voleva vedere a chi le daieva e voleva vedere de que vita fussi e volevali forte
esaminare. Moiti ne esaminao esso medesimo. Non voleva idiote. Quanno li veniva innanti alcuno
prelato indegno overo idiota, de non convenevile fama, li tolleva parte delle prebenne e sì·lle
presentava alli sufficienti e buoni. Moito iva cercanno li buoni chierichi sufficienti. Moito li
onorava. E perché ne trovava pochi, destrenze le grazie a sì e non voleva provedere. Denanti a
questo papa Benedetto venne uno monaco de Santo Pavolo de Roma - frate Manosella avea nome -,
lo quale per la morte dello antecessore sio era elietto abbate. Questo era omo lo quale se delettava
de ire per Roma la notte facenno le matinate, sonanno lo leguto, ca era bello sonatore e cantatore de
ballate. E iva per le corte alle nozze e per le vigne alle calate. Così dico Romani. Quanto ne poteva
essere tristo santo Benedetto, quanno lo sio monaco saitava e ballava! Quanno questo elietto fu
denanti alla santitate de papa Benedetto, disse: “Santo patre, io so' lo elietto de Santo Pavolo de
Roma”. Ora lo papa sao tutte le connizioni de chi li veo denanti. Disse: “Sai cantare?” Respuse lo
elietto: “Saccio”. Lo papa: “Io dico la cantilena”. Disse lo elietto: “Le canzoni saccio”. Disse lo
papa: “Sai sonare?” Disse lo eletto: “Saccio”. Disse lo papa: “Io dico se tu sai toccare l'organi e·llo
leguto”. Respuse quello: “Troppo bene”. Allora mutao favella lo papa e disse: “E conveose allo
abbate dello venerabile monistero de Santo Pavolo essere buffone? Va' per li fatti tuoi!” Così tornao
collo capo lavato. Questo papa Benedetto reconfermao tutto lo prociesso lo quale avea fatto lo
antecessore sio contra lo Bavaro. Puoi fece fornire tutto lo tetto de Santo Ianni de Laterani, lo quale
fi' alla mitate era descopierto. Puoi fece renovare tutto lo tetto de Santo Pietro Maiure de Roma de
una bella opera nobile e pulita. Currevano anni Domini MCCC[...], dello mese [...], quanno quella
opera fornita fu. Gustao LXXX milia fiorini d'aoro. Lo capomastro de tutta l'opera abbe nome
mastro Ballo de Colonna, escellentissimo falename, lo quale fu de tanta escellenzia, che sappe 'nanti
dicere lo dìe, l'ora, lo ponto nello quale quello tetto fu in tutto fornito. E per sio sapere posava li
travi viecchi e tirava li nuovi suso aito, più prestamente che se fussi uno ciello. Uno omo stava
cavalcato nell'uno capo, uno aitro nello aitro. Io non vòizera essere stato uno de quelli. Quanno lo
tetto viecchio se posava, fonce trovato uno esmesuratissimo trave de mirabile grossezze. Io lo viddi.
Dieci piedi era gruosso. Tutto era affasciato de funi per la moita antiquitate. Per la granne grossezza
era tanto durato questo trave. Era de abeto como li aitri. E fonce trovato scritto de lettere cavate
CON, quasi dica: “Questo ène de quelli travi li quali puse in questo tetto lo buono Constantino”. Era
antiquo quanto che l'aleluia. Questo trave ne fu posato e dentro de esso fuoro trovate caverne e
cupaine, fatte sì per l'antiquitate sì per fere le quale avevano rosicato e fatta drento avitazione; ca ce
fuoro trovati drento sorici esmesuratissimi a nidate e fuoronce trovate fi' alle martore e, che più ène,
golpi colli loro nidi. Chi lo vidde non lo poteva credere. Questo nobile trave fu spezzato e de esso
fuoro fatte tavole necessarie per la opera novella. E moiti ientili uomini de Roma ne àbbero tavole
da manicare. Una maraviglia voglio contare. Per fare questo tetto fuoro adunati tutti li savii mastri li
quali avere se potiero drento de Roma e fòra. Intra li quali fu uno delli buoni dello munno, lo quale
abbe nome Nicola de Agniletto de Vetralla. Questo stava suso in uno arcotrave a lavorare. Lo trave
era puosto su nello muro aito. Con uno secure in mano faceva questo mastro lavorieri lo quale
bisognava. Lo mastro stava in pede. Forza lo trave non stava oguale, anche stava pennente. Lo peso
era granne. Lo trave sbinchiao e nello sbinchiare aizaricao e nello aizaricare se mosse de luoco e
revoltaose. Poco fu che lo mastro non cadde a terra. Deo uno adatto saito e remase puro in pede.
Granne paura abbe lo mastro de cadere a terra esso collo trave. E·lla soa paura non potéo
nasconnere, ca subitamente la mesa della varva li deventao canuta. Spesse voite da puoi se·lla
radeva. Spesso diceva ca quella canutezza fu per paura che abbe che non venisse a balle esso e·llo
trave aizaricato. Lo simigliante avenne a Corradino re. Da puoi che fu sconfitto alla vittoria e preso
ad Astura, lo re Carlo li fece tagliare la testa. Suoi capelli erano tanto belli che, quanno crullava la
testa, pareva che fili de aoro se movessino atorno ad una colonna d'ariento. In quella notte, la quale
demorao in presone, li capelli d'aoro fuoro deventati canuti. La dimane, quanno fu decollato, moito
pareva mutato de bionno in canuto. E questa mutazione fu in una notte. Alcuno me pòtera
adimannare perché per la paura se fao la canutezze. In questo responne Avicenna e dice ca, quanno
l'omo stao in luoco moito aito, tutta la virtute se reduce a confortare la virtute animale dello cerebro,
che non [...] E imperciò le membra tremano, perché·sse denudano della virtute regitiva. Così, in
simile caso, lo calore della cotica se parte dalla circonferenzia e vao allo spesso de mieso per
salvarese, così la cotica se denuda de sio vigore in tale muodo che lo pelo non recipe la soa tentura.
E segno de ciò ène che sente omo quella parte formicolare. E questo moito incontra a quelli li quali
usano per mare. Anco adomannarao alcuno perché questo fu canuto più da uno lato che dall'aitro.
Dirraio ca quello movimento fu subito in quella subitezza. Quella parte che fu più presso allo
pericolo, quella recipéo la impressione; l'aitra fu più desposta a salute, perciò non fu canuta.
Cap. VIII
Della cometa la quale apparze nelle parte de Lommardia e della abassazione
de missore Mastino tiranno per li Veneziani.
Currevano anni Domini MCCCXXXVII, dello mese de agosto, apparze nelle parte de Lommardia
una cometa moito splennente e bella e durao dìe tre. In airo puoi desparze. Questa cometa pareva
che fussi una stella lucentissima più delle aitre, e estenneva dereto a sé una coma destinta, pezzuta a
muodo de una spada, e penneva la ponta sopra de Verona. Questa coma stava da uno delli lati. Non
iva né su né io', ma ritta se stenneva como fossi una fiamma de fuoco. Moito commosse la iente ad
ammirazione, que voleva dicere questa novitate. Dice Aristotile, nella Metaora, ca questa non è
verace stella; anche ène una [...] fatta nella sovrana parte de l'airo, e faose de materia umida e calla,
la quale salle su e accennese e dura tanto quanto la materia donne se fao. Anche dice ca questa mai
non appare, che non significhi novitati granni, spezialmente sopra li principi della terra, e
commozioni de reami e morte e caduta de potienti. In bona fe', ca così fu; ca, como questa desparze,
così per Lommardia se destese la novella che Padova fu perduta. E sì·lla àbbero Veneziani e presero
drento missore Alberto della Scala de Verona; e fu mannato in Venezia, in presone. Anco sequitao
la destruzzione e·lla ruvina de missore Mastino della Scala, lo quale fu tanto potente e tiranno che se
voize fare rege de corona. E puoi perdìo onne cosa e venne a convenevile stato. La quale novitate fu
per questa via. Po' la morte de missore Cane della Scala remase un sio nepote: missore Mastino
abbe nome. Questo missore Mastino della Scala fu delli maiuri tiranni de Lommardia: quello che
più citate abbe, più potenzia, più castella, più communanze, più grannia. Abbe Verona, Vicenza,
Trevisi, Padova, Civitale, Crema, Brescia, Reggio, Parma. In Toscana abbe Lucca, la Lunisciana.
De XV grosse citate fu signore. Parma venze a forza de guerra. Mentre che soa oste se posava sopra
alcuna citate, derizzavali sopre quaranta trabocchi. Mai non se partiva, finente che non era signore.
Voleva essere signore sì per forza sì per amore. Puoi mise pede in Toscana. Abbe Lucca e ingannao
Fiorentini, donne Fiorentini li ordinaro quella ruvina la quale li venne de sopra. Puoi menacciava de
volere Ferrara e Bologna. Una cosa faceva alli nuobili li quali li davano le citate, che·lli teneva con
seco e davali granne provisione. Moiti erano li baroni, moiti erano li sollati da pede e da cavallo,
moiti li buffoni, moiti so' li falconi, palafreni, pontani, destrieri da iostra. Granne era lo armiare.
Vedesi levare cappucci de capo, vedesi Todeschi inchinare, conviti esmesurati; tromme e
cerammelle, cornamuse e naccare sonare. Vedese tributi venire, muli con some scaricare, iostre e
tornii e bello armiare, cantare, danzare, saitare, onne bello e doice deletto fare. Drappi franceschi,
tartareschi [...] velluti intagliare, panni lavorati, smaitati, 'naorati portare. Quanno questo signore
cavalcava, tutta Verona crullava. Quanno menacciava, tutta Lommardia tremava. Infra le aitre
magnificenzie soie se racconta che LXXX taglieri de credenza abbe una voita che voize pranzare in
cammora. E onne tagliero abbe uno deschetto, onne deschetto abbe doi baroni. Iudici, miedici,
letterati, virtuosi de onne connizione avea provisione in soa terra. La soa fama sonava in corte de
Roma. Non hao simile in Italia. Ora se mannifica missore Mastino. E considerannose essere tanto
potente, gloriavase, non conosce la frailitate umana. Quanno se vidde in tanta aitezza, fece fare
palazza esmesurate in Verona. E per fare le fonnamenta guastao una chiesia: Santo Salvato' abbe
nome. Mai bene non li prese da puoi. Puoi comenzao a desprezzare li tiranni de Lommardia. Non
curava de ire a parlamento con essi. Puoi fece fare una corona [...] tutta adornata de perne, zaffini,
balasci, robini e smaralli, valore de fiorini XX milia. Questa corona fece fare, perché abbe
intenzione de farse incoronare re de Lommardia, e de fierro la fece de fatto, per industria e per
sagacitate de sio pietto, a dare a intennere che per fierro de arme avea guadagnato sio reame.
Quanno questo abbe fatto, l'animi delli tiranni de Lommardia furono forte turvati: bene penzano via
de non essere subietti a loro paro. Questo missore Mastino fu cavaliero dello Bavaro, e fu omo assai
savio de testa e iusto signore. Per tutto sio renno ivi securo con aoro in mano. Granne iustizia
faceva. Fu un omo bruno, peloso, varvuto, con uno grannissimo ventre. Mastro de guerra. Cinquanta
palafreni avea da soa cossa. Onne dìe mutava robba. Doi milia cavalieri cavalcavano con esso,
quanno cavalcava. Doi milia fanti da pede armati, elietti, colle spade in mano ivano intorno a soa
perzona. Mentre che sequitao la vertute, crebbe. Puoi che insuperbìo, comenzao a deluviare, anche
comenzao a corromperese de lussuria. Forte deventao lussurioso. Che avesse detoperate cinquanta
poizelle in una quaraiesima se avantao. Questi vizii lo fecero cadere de sio onorato stato. Puoi
manicava la carne lo venerdìe e·llo sabato e·lla quaraiesima. Non curava de scommunicazione. Lo
muodo che cadde de soa aitezza fu questo. Avea un sio frate, lo quale avea nome missore Alberto
della Scala. Questo missore Alberto fu mannato a reiere Padova, ché·llo mannao a muodo reale.
Conti, baroni, sollati e aitra moita iente abbe con seco. Bellissima fu soa compagnia. Questo
missore Alberto teneva questa via. Entrava nelle monistera delle donne religiose. Demoravance tre o
quattro dìe. Puoi visitava l'aitro. Donqua era alcuna bella monaca detuperava. Puoi usava paravole
laide sempre e detoperose. Missore Marsilio da Carrara e missore Ubertiello da Carrara erano li
maiuri de Padova, quelli li quali li aveano data la signoria, e suoi parienti erano. Questo missore
Ubertiello avea una soa bella donna. Per tutta dìe, per tutte ore non finava missore Alberto de
spaziare e dicere: “O missore Ubertiello, mannuca bene, ca te aio fatto doi voite revaglio questa
notte”. Mai non finava. Ad onne tratto questo diceva. Missore Ubertiello rideva. Collo riso passava.
Lo ridere non descegneva. Missore Alberto avea con seco una compagnia desordinata, iente valorda
e sboccata. Ciarloni non guardavano que·sse facessino e dicessino. Li simiglianti costumi conveniva
che avessi lo signore. Ora continua missore Alberto lo desordinato favellare e non se ne sao
remanere. Tuttavia dice: “O missore Ubertiello, tre voite t'aio fatto cocozzo in questa notte”. Questa
villania dicere non lassava né per soa ientilezza né per soa onoranza dello consorte né per
parentezze né per bene volere né per onestate né per alcuna via Missore Ubertiello de ciò crepava.
Più non poteva sostenere [...] Marsilio fu un savio cavalieri e moito scaitrito e secreto. De colpo
cavalcao a Verona e parlao con missore Mastino. E deoli ad intennere che poteva essere lo più
granne omo che fussi mai nella contrada e che poteva domare lo regoglio e·lla grannezze de
Veneziani. E deoli lo muodo e l'ordine per questa via: “Missore Mastino, tu hai nello tio terreno de
Padova una villa la quale se dice Bovolenta. Questa Bovolenta se destenne nelli paludi canto la
marina. Antiquamente ce stavano fila e facevacese lo sale. Tu, omo granne, se fai lo sale in tio
terreno, nullo te porrao vetare de usare toa rascione. Quanno Veneziani vederanno che tu farrai lo
sale, overo te farraco tributo de moita moneta overo lo loro sale non tanto valerao. E quella moneta,
la quale hao la Cammora de Venezia per lo sale, l'averai, donne serrai maiure allo doppio e·lli
puorci veneziani verraco alla vostra mercede. Anche in toa scusa manna là una ambasciata, dicenno
che questo non aiano Veneziani per iniuria: con ciò sia cosa che voi usete vostra rascione
nettamente, non volete perdire le rascioni dello padovano. Non esforzete alcuno. Nello luoco usato
volete fare lo sale in vostro terreno per avere la dovana e·lla granne pecunia per le spese le quale
occurreno per li sollati e aitre grannezze fare”. Questo uosso mise in canna missore Marsilio a
missore Mastino. Crese lo tiranno alli fallaci ditti, credennose volare più aito che Dio non
consentiva. Allora incontinente commannao che nella villa de Bovolenta, canto la marina, alli staini
fosse fatto uno bello castiello de lename, lo quale dilientemente fosse guardiato per guardia delli
salinari. E fé fare le fila e mise li operari. E liberamente fu comenzato a fare lo sale bello e assai
buono dello munno. Deh, como l'opera preziosa veniva! Li fatti ivano de ponto. Intanto, como
ordinato era, ionze a Venezia missore Marsilio, informato dello fatto, e gìo per ambasciatore, como
aveva demannato. Fu denanti allo duce e alli maiurienti, e disse quella ambasciata in quelle
paravole; ma li mutao li ponti, ché·lli fece sonare de aitro suono e deoli aitra sentenzia, e disse:
“Signori veneziani, missore Mastino intenne de fare lo sale nello sio terreno per avere quella
pecunia la quale voi avete e tollereve de mano per signoriarve e per abassare vostre saline. Se queste
perdite, non site cobelle. Lo frutto della Cammora de Venezia è lo sale. Moito bene operate l'uocchi
in li vostri fatti”. Più non disse. Assai abbe fatto e ditto, che abbe acceso lo fuoco tra Veneziani e
missore Mastino. Allora Veneziani fecero una ambasciata preziosa, moito adorna. Dodici maiurienti
de Venezia fuoro, grannissimi mercatanti e ricchissime perzone, savii e descreti, tutti vestuti de una
robba, panni devisati de scarlatti e de velluti verdi, e aitri lavorieri forrati de vari, moito assettati. La
gonnella era longa fi' alli piedi, la guarnaccia corta fi' a mesa gamma [...] corto fi' allo inuocchio, le
cappuccia con piccoli pizzi in capo, la capella della seta de sotto, appistigliati de pistiglioni de
ariento 'naorati, correie smaitate in centa. Ben pargo adornati de straniera devisanza. Con donzielli
assai e aitra famiglia passano lo mare, e in terra ferma montano in loro piccoli palafrenotti e
vengone a Verona. Venivano trottanno l'uno dereto a l'aitro como fussino miedici. Moita iente loro
trasse a vedere. Granne maraviglia se fao omo de così nova devisanza. Parevate vedere lo ioco de
Testaccia de Roma. Quanno li ambasciatori fuoro entrati in Verona, tutta Verona curre a vederli.
Così li guardava omo fitto como fussino lopi. E questo perché l'abito loro era moito devisato dallo
abito delli cortisciani; imperciò che portavano cotte de nuobili panni, strette alla catalana, forrate de
frigolane endisine de sopra, cappe alamanne forrate de vari, cappucci alle gote con fresi de aoro
intorno alle spalle, correie in centa con spranche d'ariento 'naorato, in piedi de caize. Moito vaco
destri per la sala. Moito cavalcano adatti per la citate. Puoi se ne iro li dodici ambasciatori denanti a
missore Mastino. Naturalmente la favella de Veneziani è regogliosa, e così regoglioso, senza
umanitate, parlaro a missore Mastino e dissero: “Missore Mastino, lo Communo de Venezia te
prega che non te vogli perdere Venezia per lo sale e non vogli fare quello che tuoi antecessori non
fecero e quello che non è stato fatto in nostri dìe. Lo sale ène de Veneziani, non ène de Padovani.
De fare cutale sale te conveo remanere, se non vòi turbare li uomini de Venezia e se vòi remanere
nuostro amico”. A questa ammasciata respuse lo Mastino e disse: “Verrete crai a pranzare in mea
corte con meco e là averete la resposta”. Lo sequente dìe lo convito fu apparecchiato grannissimo.
In quella sala fu apparecchiato per più de ottociento perzone. Alla prima tavola aitre scudelle non ce
fuoro, se non de buono ariento, né aitre vascella. A questo convito Veneziani vennero, li quali tutti a
dodici fuoro puosti ad una tavola in pede della sala, in veduta de tutta la corte per là venuta. Lavate
che àbbero le mano, non se despogliaro loro larghi tabarretti, anche con essi se misero a tavola.
Granne era lo ridere che omo faceva de essi. Così stavano assemmoti como fussino Patarini overo
scommunicati. Tutta la iente li resguardava como alocchi. Stava missore Mastino in capo della sala,
più aito che tutta l'aitra baronia, servuto a tavola como re. Tutta soa nobilitate de corte vedeva. A
soa veduta cosa nulla era celata. Ora vedesi vivanne venire. Cavalieri a speroni de aoro servivano
denanti. Leguti, viole, cornamuse, ribeche e aitri instrumenti moito facevano doice sonare. Bene
pareva in paradiso demorare. Po' le vivanne viengo buffoni riccamente vestuti. Tal cantava, tal
ballava, tal mottiava. Onneuno se sforza [...] Non se lassano dallo muro cacciare. Mustrano de avere
core. Non curano de valestra né de menacce. Lo romore era granne. Lance e saiette volavano. Deh,
quanto ène cosa orribile! Allora missore Pietro Roscio con soie belle masnate se tenne secreto e
queto de fòra ad una porta la quale se dice porta de ponte Cuorvo. E là stette, mentre che la vattaglia
era alla porta de Santa Croce. Questa porta de ponte Cuorvo avea in guardia missore Marsilio da
Carrara. Su nella mesa terza lo fattore de missore Marsilio operze la porta e abassao li ponti, e mise
drento missore Pietro Roscio senza colpo de spada. Ora ne veo per la strada alla piazza lo capitanio
de Veneziani con moita grossa pedonaglia e cavallaria. Ià l'ora de terza era. In esso ponto missore
Alberto se era levato da dormire. Cavalcava uno bello palafreno, vestuto con solo un guarnello,
accompagnato con solo missore Marsilio. Una vastoncella in mano teneva. Per la terra iva
trastullanno. Omnis armatorum eius multitudo pugnans resistebat ad portam. Como missore
Alberto accapitao in capo della strada, vidde che nella piazza iogneva granne stuolo, granne
masnate de iente. Odìo tromme e ceramelle. Vidde lo grannissimo confallone de Santo Marco de
Venezia. Maravigliaose forte e disse a missore Marsilio: “Que iente ène questa?” A ciò respuse
missore Marsilio e disse: “Questo ène missore Pietro Roscio, lo quale hao auta gola de vederte”.
Disse missore Alberto: “Moreraio io?” Disse missore Marsilio: “No. Torna in reto. Va' in la mea
cammora”. Così fu fatto. Tornao missore Alberto e misese nella cammora de missore Marsilio, e là
fu enzerrato con una chiave. Veneziani la piazza presero e toizero l'arme e·lli cavalli a tutta la
forestaria de missore Alberto. E presero esso con soa baronia e sì·llo mannaro in presone a Venezia.
E là stette fi' che la guerra fu finita. Allora apparze quella cometa della quale de sopra ditto ène. E
presero Veneziani guardia delle porte de Padova. Sine mora iescono fòra e faco terribile guerra a
quello della Scala. Vao missore Pietro Roscio ardenno e consumanno le terre. Prese per forza
Monsilice, e là fu occiso. Non per tanto lassano Veneziani de fare la dura guerra. Allora perdìo la
citate de Brescia. Onne perzona se·lli rebella. Nulla resistenzia fao. Missore Mastino consideranno
la soa desaventura, desperato, con soie mano occise lo vescovo de Verona, lo quale era de soa iente,
e occiselo su sopra le scale dello vescovato. Albuino, vastardo de missore Cane, lo scannao. Sotto lo
capitale dello lietto de questo vescovo fu trovato uno spiecchio de acciaro con moite divise
carattere. Nello manico era una figura. La lettera diceva: “Questo ène Fiorone”. Puoi li fu trovato un
livricciuolo, nello quale stava pento un nimico de Dio, lo quale abracciava uno omo, e un aitro
demonio li dava una cortellata in pietto, in quello luoco nello quale esso relevata avea la feruta.
Questo fece missore Mastino avenno paura che·llo vescovo non li togliessi la signoria. La guerra
durao bene anni doi. Uitimamente missore Mastino era stanco né poteva più. Venne a pace con
Veneziani e a patti. Li patti fuoro questi: lo primo, che esso fece refutanza della moneta la quale
avea in Verona, la quale avevano despesa Veneziani; lo secunno, che mannao le robbe dello
Communo de Venezia, le quale buttaro XXIIII migliara de fiorini, per onne robba fiorini doi milia;
lo terzo, che Veneziani voizero Trevisi, sì che convenne che per la fatica de Veneziani missore
Mastino li donassi Trevisi. Verona e Vicenza li lassaro per l'amore de Dio e per misericordia. Le
aitre terre, como Padova e Civitale, remasero a puopolo. Allora Veneziani li remannaro missore
Alberto, lo frate, con quelli nuobili li quali tenevano presoni. A tutta questa guerra Fiorentini
tennero mano e fecero con loro denari quello aiutorio che bastao. Ora è tornato lo Mastino della
Scala de granne aitezze ad umile stato. Non perciò in tanta umilitate, che in soa veteranezza non
morisse granne signore de Verona e de Vicenza. Omo de guerra fece fare in soa vita uno monimento
de marmo, dove fu sepellito, in casa de frati minori, là dove posano le donne. In quello monimento
non ce stao inscritto né Dio né santi, anche ce stao inscuite cacciascioni, cavalli, cani, astori e aitre
paganie. L'opera de Veneziani con questo tiranno fu como l'opera de Romani, li quali mannaro la
ambasciata a Benevento. Beneventani sparzero aduosso alli ambasciatori la orina. Per la quale cosa
Romani fuoro turbati, e per essi fu destrutta la provincia de Sannio e fu suiugata allo Communo de
Roma, como Tito Livio dice.
Cap. IX
Della aspera e crudele fame e della vattaglia de Parabianco in
Lommardia e delli novielli delle vestimenta muodi.
Po' questa cometa, della quale de sopra ditto ène, fu uno anno moito umido, moito piovoso.
Abunnaro moite reume, moiti catarri nelle iente. E per tre vernate durao tanta neve, che
esmesuratamente coperiva le citate. Moite case, moiti tetti in Bologna caddero per lo granne peso
che·lla neve faceva. Anche le estate erano umide, sì che omo non poteva essire fòra de casa a fare
sio mestieri e procaccio. Li campi non fuoro lavorati. Li grani e onne legume che fuoro seminati
fuoro perduti, perché se affocavano per la soperchia umiditate, non se potevano procurare. Donne
sequitao sterilitate e mala recoita. E per quella mala recoita sequitao la fame sì orribile che forte
cosa pare a contare, a credere. Questa fame fu per tutto lo munno generale. Lo grano fu vennuto in
Roma XXI libre de provesini lo ruio. Currevano anni Domini MCCCXXXVIII. Scrive Tito Livio
che nello tiempo fu una fame nella contrada de Roma sì terribile che moita iente, presure perzone,
'nanti volevano perdire la vita, che vivere in fame. Donne abolveano lo cappuccio innanti delli occhi
per non vedere loro morte e sì se iettavano nello fiume de Tevere e là affocati perivano, e collo
perire remediavano la fame. In bona fe', questo non viddi avenire in quello tiempo. Ma infinite
femine fuoro le quale iettaro loro onore per avere dello pane. Moita iente vennéo soa franchia per lo
pane. Fuoro vennute palazza, possessioni de campi e vigne, e dati per poca cosa, per avere dello
pane. Granne era la pecunia che se numerava per poca de annona avere. Moita iente manicava li
cavoli cuotti senza pane. La povera iente manicava li cardi cuotti collo sale e l'erve porcine.
Tagliavano la gramiccia e·lle radicine delli cardi marini e cocevanolle colla mentella e
manicavanolle. Anche ivano per li campi mennicanno le rape e manicavanolle. Anche fu tale patre
che onne dimane a ciascheduno delli figli una rapa per manicare in semmiante de pane daieva.
Anche manicavano la carne, chi ne aveva, senza pane. De vino fu bona derrata. Incresceme de
contare tante tristezze. Le donne pusero ioso delle alegrezze e·lle cegnimenta e·lle adornamenta,
vedenno la fame la quale sì terribilmente bussava. Chi abbe grano abbe tutte le adornamenta delle
donne. In quello tiempo io me retrovai in Bologna e vedeva che quelli delle ville venivano in citate
a comparare dello pane della gabella. Deh, como tornavano tristi, quanno non ne portavano!
Manicava la iente pera secche e tritate, misticate colla farina, capora e vientri, anche lo sangue delli
animali. E moite perzone fuoro trovate morte de fame. Moite perzone ivano gridanno de notte:
“Pane, pane”. De notte ivano, consideranno che erano perzone de alcuno lenaio; per la vergogna non
volevano apparere; de dìe non volevano essere conosciute. Nella citate de Roma, se non fusse stata
una nave de grano la quale succurze - per mare da Pisa venne -, tutta Roma periva. Doi miracoli
granni incontraro in tiempo de così fatta carestia. Innella citate de Piacenza, in Lommardia, fu uno
nobile omo de casa delli Visconti de Castiello Nuovo lo quale se trovava da vinti milia corve de
grano. Era lo tiempo de maio, che la fava dao suso. Lo lunedìe fue che tutta Piacenza curze a soa
casa, domannanno dello grano. Respuse lo nobile: “Sei livre voglio della corva”. Lo martedìe venne
la iente con sei livre. Quello li remannao senza grano e disse: “Sette livre ne voglio”. Lo mercordìe
tornao la iente per grano con sette livre. Quello disse: “Otto livre ne voglio”. Lo iovedìe la iente
veniva con otto livre. Quello ne domannava nove. Lo venardìe quelli ne vennero con nove livre de
bolognini. Lo iniquo omo favellao e disse così: “Tornete a casa, iente molestiosa. Questo mio grano
mai non venno, se de esso non aio dieci livre”. Con granne tristezze fé tornare lo puopolo e·lla
carovana a casa a sostenere fame. Ma lo buono e cortese Dio non voize così, ché·llo sabato ionze
uno cavalieri, citatino de Piacenza - missore Manfredo de Lando avea nome -, con una nave de
grano. Lo grano valeva livre cinque. La fava comenzava ad ingranare. L'aitro dìe lo grano fu a livre
quattro. Lo terzo dìe fu a livre tre. Quanno lo nobile delli Visconti vidde questo, forte fu turvato. E
incontinente tornao a casa e entrao in quello luoco dove sio grano era. E considerao la moita moneta
la quale de quello grano àbbera auta, se avessi allargata la mano alli necessitosi. Puro favellao e
disse: “Ahi grano mio, io so' destrutto”. E avenno la mente più a l'avarizia che alla pietate, iettao
nello trave de mieso dello tetto, sopra lo sio grano, uno capestro e là, in mieso dello sio grano, se
appese per la canna. Nella contrada de Roma, in uno castiello lo quale se dice Castiglione delli
Alberteschi, incontrao un aitro miracolo, como io intesi da perzone fidedegne. Essenno questa
terribile carestia, tutta la poveraglia de Roma, femine e uomini e zitielli, ne fuiro per le castella. Là
se ne sparzero. In questo Castiglione fu uno che abbe nome Ianni Macellaro. E fu lo primo che a
Santo Spirito de Roma donasse massaria de vestiame. Questo fu ricco massaro. Figlioli non avea,
ricchezze moita: fanti, fantesche assai, pecora, vuovi, iumente, campi seminati, pozzi pieni de
grano. Tutte queste cose Dio li consentìo. Quanno venne lo tiempo che la fava era verde in erva,
onne massaro mannava uno vanno, che nulla perzona montassi in soa fava. Questo Ianni per
contrario mannao lo vanno, che onne chivielli isse a sio campo de fava, aitro non sparagnassi che li
fusti delle fave, manicassino allo piacere. Ora vedesi traiere de iente affamata. Corvinam servant
pauperes famelici. L'oste pusero in quello campitiello. Per tutto dìe là demoravano a manicare. Lo
patrone a cavallo in soa iumenta bene li visitava onne dìe e sì·lli salutava. Puoi li diceva che
manicassino bene e portassino della fava a casa a loro piacere. Puoi dava uno panetto per omo.
Allora tornava. In quello muodo consolava li bisognosi. Ora passao la carestia e venne lo tiempo
della leta fertilitate. Li poveri a Roma tornaro. La fava de questo castiello fu carpita. Puoi fu vattuta.
Li fusti della fava de questo buono omo fuoro puosti nella ara, nelli quali cosa nulla de frutto era.
Mentre che li fusti se battevano, Dio immise la soa granne abunnanzia e frutto in quelli fusti. Ora
vedesi fava abunnare. Tanta fu la fava, la quale da quelle gamme fu coita, che parze veracemente
che la fava delli aitri castellani se partisse delle proprie are e venisse nella ara dove li fusti se
vattevano. Così Dio liberamente mustrao che bene li piace la elemosina de buono core nello
bisuogno e che esso cortesia fao a chi soveo alle necessitati aitrui e che per uno ne renne ciento,
como nello Vagnelio dice. In questo tiempo, currevano anni Domini MCCCXXXVIII[I], dello mese
de frebaro, la prima domenica de quaraiesima, quanno fu la orribile sconfitta in Lommardia, fra
Como e Milano, nelli campi de Parabianco. La quale novitate fu per questa via. Puoi che Veneziani
àbbero ottenuta la vittoria sopra missore Mastino della Scala de Verona e àbbero Trevisi e sì cassaro
tutti li sollati da pede e da cavallo, questi sollati, partennose e non avenno suollo, fecero la granne
compagnia. Loro capo e connuttore era uno famoso Todesco - Malerva avea nome -, prode de
perzona, saputo de guerra. Cavalieri a speroni de aoro ce erano assai. Erance lo conte Olando e lo
conte Guarnieri, li quali da puoi fuoro capora de compagnia. Erano da tre milia cavalieri e da
quattro milia pedoni, fanti, masnadieri, senza aitra innumerabile iente la quale sequitava. Uno
cacciato da Milano - missore Lodrisi Visconte avea nome - penzao de tornare in Milano, avenno
questa compagnia e aitro sio esfuorzo. Così fece. Fece granne promissioni allo Malerva e
quetamente mosse soie masnate. Ordinatamente passa per lo padovano, canto lo veronese, per mesa
Lommardia. Nullo contradicente, ne vennero fra Milano e Brescia, puoi a Bergamo. E passaro ad
uno luoco lo quale hao nome la Colomma de Chiaravalle. Lo luoco ène granne e ricco, luoco de
frati bianchi de santo Bennardo. Là se posaro. Là li trassero per succurzo suoi amici, suoi
benvoglienti. Là, de fòra alli maiuri campi, stenne paviglioni. Currevano anni Domini
MCCCXXXVIII[I], dello mese de frebaro. Mentre questa granne moititudine per la contrada
passava, forte tremavano le citati. Granne era la guardia la quale dìe e notte se faceva. Puoi che là,
alla Colomma, fu ionta questa brigata, allora dechiarato fu che missore Lodrisi voleva tornare in
casa per forza. Allora missore Azo Visconte era signore de Milano e della casa delli Visconti.
Questo missore Azo subitamente sollicitao tutte le citati de Lommardia le quale stavano suiette a
Milano. Puoi sollicitao tutti li suoi parienti. Puoi sollicitao tutti suoi amici. Non fina de mannare
lettere e ambasciatori. Puoi sollicita lo puopolo de Milano. Puoi trasse fòra sio granne esfuorzo de
cavalieri e de pedoni e puseli in campo. Là erano Bresciani, Trentini, Bergamaschi, Comani,
Lodesani. Granne era la turba. La maiure parte erano villani. In campo iaccio doi uosti, quella de
missore Lodrisi e quella de missore Azo Visconte. In mieso de questi doi uosti staco li campi de una
villa la quale se dice Parabianco. Lo tiempo era de vierno e era quella neve granne con quella
umiditate della quale ditto ène de sopra. E era sì esmesuratamente granne la neve, che non lassava
fare vattaglia ordinata. Fi' allo inuocchio omo se affonnava nella neve. Granne era lo infango. Le
arme e le soprainsegne stavano imbrattate. Spesse voite se battevano questi uosti insiemmora. Puoi
tornano a loro paviglioni. Tre dìe duraro questi tumuiti. La banniera dell'una parte e dell'aitra era lo
campo bianco e·llo serpente nero, lo quale aveva in canna uno omo nudo. Una notte fu tanta la
stanchezze delli uomini dell'oste de missore Azo, che più de setteciento ne fuoro scannati
dormenno. Allora la dimane non fu demoranza nulla. L'una parte e l'aitra se acconcia. Vedese
tromme sonare, vedese guarnire de capitanii. Ora se fiero insiemmora. Tutto lo campo de
Parabianco stao pieno de commattenti. Tutto dìe durao la vattaglia. Vedese ferire de lance, spade e
mazze. Mortale ène quella vattaglia. Granne suono fao. In quella vattaglia fu sconfitto missore
Lucchino, zio de missore Azo, capo della iente, e preso per la perzona e fu vincitore missore Lodrisi
con sio capitanio, lo Malerva. Quarantaquattro centinara de uomini fuoro occisi, senza li affocati in
fiume e nelli gorgi della neve: Comasini, Trentini, Bergamaschi, iente de villa, da pede la maiure
parte, li quali per lo impedimento della neve non potevano la voita dare. Trentasei centinara de
cavalli fuoro stempanati, senza li moiti feruti. Ora vedi como succurze la ventura a missore
Lucchino! Stava drento da Milano missore Azo armato con tutto lo puopolo. Per via nulla voleva
essire. Stava reservato alli bisuogni dereto un sio parente, missore Ianni dello Fiesco de Genova, sio
quinato, con cinqueciento Borgognoni de bona taglia in soa compagnia. Como la novella ionze della
sconfitta, così essìo fòra de Milano con cinqueciento Borgognoni e con CCCC Todeschi e ionze alli
campi de Parabianco. La prima cosa, raccoize tutti quelli li quali fuiti erano dello stormo. Così li
aionze ad uno, quelli che potéo. La secunna cosa, provise como stava l'oste e vidde che la iente della
compagnia non stava ordinata, anche stava sparza per lo campo, chi de qua, chi de là, sopra la
guadagna dello spogliare. La terza cosa, compusese con Malerva e ordinao che non commattessi, e
in precio li donao dieci fiaschi pieni de ducati, in semmiante de presentarli buono vino de
Malvascia. Granne capestro ène la moneta. Allora prestamente sonao soie tromme e deose sopra ad
essi. Poca resistenzia abbe. E deo per terra lo confallone de missore Lodrisi e de Malerva e prese
missore Lodrisi per la perzona. In quella resistenzia fu occiso missore Ianni dello Fiesco de Genova.
Puoi che fu fatto presone missore Lodrisi e fu rotta soa schiera, tutto lo campo fu vento senza aitra
contradizzione. Tornao in Milano con triomfo e granne danno; ca, como ditto de sopra ène,
quarantaquattro centinara de perzone moriero, senza li aitri pericolati delle ferute. Vedesi caricare
che·sse faceva. Avevano le carra piene de queste corpora morte e sì·lle traievano dello campo e sì·lle
portavano a loro sepoiture. Missore Lodrisi la vita non perdìo, ma fu renchiuso in perpetuo carcere
in un castiello lo quale se dice Santo Columbano. Là dato li fu onne diletto lo quale demannava: de
sonare, cantare, magnare, de femine; salvo che essire non poteva de presone. Quelli sollati della
compagnia fuoro tutti derobati. Perdiero arme e cavalli. Io ne viddi venire de questi bene da
doiciento cinquanta a pede. Tale avea speroni alla correia, tale una targetta, tale uno cimiero e
alcuno menava ronzino, secunno le connizione. Alli Borgognoni fu data paca doppia e granni doni.
Malerva fu lassato. Pochi dìe stette che missore Azo Visconte, signore de Milano, morìo e succedéo
innella signoria missore Lucchino, sio zio. Ora comenza a signoriare missore Lucchino Visconte, lo
quale abbe la maiure parte de Lommardia: Parma, Piacenza, Lode, Bergamo, Brescia, Milano,
Crema e Civitale. E visse in signoria anni [...] in tanta pace e iustizia, che non se trovava in terreno
chi se crullasse. Coll'aoro in mano iva l'omo franco. Fu omo severo senza alcuna pietate. Mai non
perdonava. Secunno lo peccato, secunno la fallenza puniva. Questo fu de tanta crudelitate che fece
manicare alli suoi cani uno guarzone todesco lo quale li aveva presentate cerase, perché aveva feruto
un sio cane lo quale li aveva abaiato. E non abbe remissione né per puerizia né per caritate dello
patre, lo quale era conestavile, sio amico, né per moneta. Questo missore Lucchino, benché guardie
avessi de uomini da pede e da cavallo a muodo regale, nientedemeno abbe una speziale e nova
guardia con seco. La guardia soa erano doi cani alani granni e terribili, gruossi como lioni, lanuti
como pecora. L'uocchi avevano rosci e terribili. Questi doi cani alani sempre lo sequitavano per la
corte, l'uno dalla parte ritta, l'aitro dalla parte manca. In mieso dello palazzo avea una forte torre.
dentro dalla torre era una spaziosa cammora. Quanno missore Lucchino se posava in quella
cammora, li cani staievano descioiti. Sempre circondavano la torre. Nulla perzona a l'uscio se
poteva accostare. Denanti alla torre stava la granne sala. Alla porta stava la guardia. L'aitra guardia
stava alla porta generale della corte nello terrio. L'aitra guardia staieva nella piazza. Quanno missore
Lucchino manicava solo, staieva a tavola, li cani tuttavia con esso, granni quarti de carne dao ora a
l'uno, ora a l'aitro. Quanno missore Lucchino staieva in pede, la moita baronia li faceva intorno
piazza con silenzio per temenza delli cani. Nullo se crulla, nullo parla; ca se per ventura lo signore
un poco guardasse alcuno con malo esguardo, sùbito li cani li forano sopra in canna, derannolo per
terra. De tale guardia canina nullo se maravigli, ca questa cosa nova non ène. Scrive Valerio
Massimo che Massinissa fu rege de Numidia e fu moito amico e fidele serviziale dello puopolo de
Roma. Questo re Massinissa sempre avea in guardia de soa perzona doi granni cani, granni mastini,
e non se renneva securo senza essi, benché avessi guardie de pedoni e de cavalieri, avesse lo potente
e ricco reame de Numidia, sopra tutto questo avesse la bona amicizia de Romani, per li quali era
signore, era salvo, securo e temuto. Alcuna voita fu demannato questo perché faceva. Respuse e
disse: “L'omo, che vole essere libero naturalmente, non sao mantenere fidelitate. Lo cane, lo quale
non conosce libertate, è fidele a sio patrone”. Anche questo missore Lucchino fu omo moito iusto.
Né per aoro né per ariento lassava de fare iustizia, sì che soa terra era franca. Abbe uno sio figlio
vastardo: missore Bruzo avea nome. A questo missore Bruzo donao la signoria de Lodi. A quella
citatella lo mannao a regnare. Accadde che uno ientile omo occise un aitro. Fu preso e devease
decollare. Li parienti de questo malefattore parlaro con missore Bruzo e dissero così: “Missore
Bruzo, a ti bisognano denari. Non perda la perzona lo presonieri vuostro. Ecco quinnici milia fiorini
apparecchiati”. Questo odenno missore Bruzo de colpo fu mollato. Cavalcao da Lode a Milano. Fu
denanti allo patre, sì se inninocchiao e domannao grazia, perché esso era povero cavalieri. Poteva
guadagnare quinnici milia fiorini, se allo malefattore salvava la vita. Questo odenno lo patre,
missore Lucchino, deo de cenno a un sio donziello, che li portassi dalla cammora un sio elmo.
L'elmo era moito forbito e relucente. De sopre era uno bello cimiero, de velluto vermiglio copierto.
Eranonce scritte lettere de aoro. Quanno l'elmo fu venuto, disse: “Bruzo, lieii queste lettere”. Le
lettere fuoro lesse. Dicevano: “Iustizia”. Disse: “Dunqua noi in apparenzia la iustizia portemo, in
effetto no? Che vòi che quinnici milia fiorini pesino più che·llo elmo mio, lo quale pesa più che·lla
mea signoria? Va' e torna a Lode e fa' la iustizia. E se questa non fai, io la farraio de ti”. Moito
voleva che issi omo netto in sio terreno. Moito amao lo puopolo menuto. Resse anni [...] e in soa
signoria morìo e rassenao la bacchetta megliore e maiure che non la prese. In questo tiempo
comenzao la iente esmesuratamente a mutare abito, sì de vestimenta sì della perzona. Comenzaro a
fare li pizzi delli cappucci luonghi [...] comenzaro a portare panni stretti alla catalana e collati,
portare scarzelle alle correie e in capo portare capelletti sopre lo cappuccio. Puoi portavano varve
granne e foite, como bene iannetti e Spagnuoli voco sequitare. Denanti a questo tiempo queste cose
non erano, anche se radevano le perzone la varva e portavano vestimenta larghe e oneste. E se
alcuna perzona avessi portata varva, fora stato auto in sospietto de essere omo de pessima rascione,
salvo non fusse Spagnuolo overo omo de penitenza. Ora ène mutata connizione, che a deletto
portano capelletto in capo per granne autoritate, varva foita a muodo de eremitano, scarzella a
muodo de pellegrino. Vedi nova devisanza! E che più ène, chi non portassi capelletto in capo, varva
foita, scarzella in centa, non ène tenuto cobelle, overo poco, overo cosa nulla. Granne capitagna ène
la varva. Chi porta varva ène temuto. Qui me voglio un poco stennere. In uno paiese fu uno rege lo
quale moito onorava li filosofi e l'uomini li quali soco savii e dico bone paravole. Questo re moito
cercava de avere compagnia de uomini virtuosi. In soa corte accadde un granne filosofo. Moito fu
alegro lo re della presenzia de questo buono omo e tanto maiuremente quanto questo filosofo aveva
buono aspietto e pienamente responneva ad onne questione che ad esso se faceva. Ora vole lo re
onorare la bontate, la scienzia, la vertute, la quale in questo filosofo se trovava. Invitaolo ad uno
solenne convito de diverzi civi delicati e buoni, allo quale convito fu tutta soa baronia. La sala, dove
lo magnare se faceva, fu granne e larga. Le tavole messe atorno atorno. Tutto lo palmento della sala
era copierto de tappiti, li quali tappiti erano de pura e netta seta. Le mura intorno erano ammantate
de celoni riccamente lavorati a babuini messi a seta ed aoro filato. Lo cielo de sopra era de cortina,
fatto a stelle d'aoro. Moiti panni tartareschi là sparzi erano. Voleva lo re che quello convito solenne
fussi. In capo della sala stava una tavola piccola. A questa tavola sedevano lo re e lo filosofo soli.
Viengo li serviziali, delicato portano manicare. Mentre che·sse manicava, lo re non perdeva tiempo,
anche dilientemente domannava lo filosofo che li rennessi rascione de certi dubii. Lo filosofo, como
prudente perzona, sufficientemente responneva. Soie resposte fortemente cadevano nello animo
dello re, ca·sse accostavano allo vero. Donne lo re spesse fiate diceva: “Bene dicesti. Piaceme”.
Infra tanto allo filosofo venne voluntate de sputare. Teneva in vocca una granne spurgata una ora
grossa. Più tenere non lo poteva. Fore conveniva che uscissi. Guardava lo filosofo intorno allo muro
e per terra, cercava lo luoco dove potessi sputare. Non vede luoco da ciò; ca, como ditto ène, onne
cosa era coperta de nuobili tappiti. Allora voize lo filosofo lo capo e abbe veduta la faccia dello re.
Lo re aveva una varva moito nera, granne e larga; la longhezza fi' a mieso lo pietto, le banne fi' nelle
ionte delle spalle. Pareva uno varvassore. Considerao lo filosofo che quella varva fussi lo più brutto
luoco de quella sala e più atto a recipere lo sio sputo. Fermaose lo savio filosofo e sputao in mieso
della varva dello re. Quanno lo re se sentìo ciò, fortemente stette turbato e regoglioso e disse:
“Questo perché hai fatto?” Respuse lo filosofo e disse: “De sotto, da lato, de sopre, da onne canto
me staco panni messi ad aoro. Non ce ène luoco alcuno laido da sputare potere, salvo questa toa
varva: è lo più laido luoco che nce sia. Perciò ce aio sputato, ca omo deo sputare nello più laido
luoco”. A queste paravole lo re non responneva, ma stava muto. Allora lo filosofo lo toccava in la
spalla e disse: “Di' ca bene dico. Di' ca te piace”. Ora se questi, li quali portano la varva, staiessino a
lato a questo filosofo, recìperano quello che recipéo lo re.
Cap. X
Della morte dello re Ruberto e della venuta che fece la reina de Ongaria a Roma.
Anni Domini currevano MCCCXLII[I] quanno finìo li suoi dìe lo inclito e glorioso omo Ruberto
rege de Cecilia e de Ierusalem. E fu sotterrato onorabilemente nella citate de Napoli, in Santa
Chiara. Iace nello luoco dove duormo suoi antecessori. Per la cui morte lo renno de Puglia fu
desolato, como ioso se dicerao. Questo re Ruberto fu omo moito savio, e tanto savio che per sio
sapere acquistao la corona, ca non dovea essere re. Esso anche ordinao che Carlo sio frate
consobrino, a chi spettava la corona, fussi chiamato re de Ongaria; e così fu, donne puoi fu coronato
esso. Questo re Ruberto fu omo che mantenne sio reame in tanta pace, che per tutta Puglia, tutta
Terra de Lavoro, tutta Calavria e Abruzzo la iente delle ville arme non portava, né conoscevano
arme. Anche portavano in mano una mazza de leno per defennerse dalli cani. Anche questa tale
usanza in parte se serva. Questo re, quanno li iogneva la novella che diceva: “Cinqueciento dell'oste
toa soco perduti nella vattaglia”, responneva e diceva: “Cinqueciento carlini so' perduti”. Questo re
fu tanto industrioso che forza de imperio in soa vita non se potéo accostare a sio renno. Doi
imperatori consumao drento le mura de Roma: como fu Errigo conte de Luzoinborgo e Lodovico
duce de Baviera, como de sopra ditto ène. Anche questo re fu conte de Provenza e fu omo granne
litterato, e spezialmente fu espierto nella arte della medicina. Granne fisico fone e filosofo fone.
Alcuna cosa avaro voleva vedere como soa moneta despenneva. E che più, le pene perzonale
convertiva in pecuniarie. Abbe questo re un sio figlio lo quale fu duca de Calavria. Fu omo moito
iustiziale e diceva: “Lo re Carlo, nuostro visavo, acquistao e mantenne questo reame per prodezze,
mio avo per larghezze, mio patre per sapienzia. Dunqua io lo voglio mantenere per iustizia”. Forte
se studiava lo duca de servare somma iustizia. Accadde che uno barone dello renno occise uno
cavalieri. Fu citato a corte dello re in Napoli. Là fu tenuto in presone e fu connannato alla testa. Puoi
lo re commutao la sentenzia in pecunia de perzonale, ché lo connannao in quinnici milia once. La
moneta pacata fu. L'omo tratto dallo dubioso luoco e fu messo in un aitro libero e largo. Quanno lo
duca questo sentìo, incontinente entrao quella presone donne questo era stato essito. Li fierri se fece
mettere alle gamme. Miserabilemente stava como volessi perdere la perzona. De là non vole iessire.
Quanno lo patre sentìo questo, conoscenno la voluntate dello figlio, condescese alla iustizia contra
soa voluntate. L'omicidiario la testa perdìo. Da puoi se fece venire denanti lo duca sio figlio, allo
quale disse queste paravole: “Duca, noi simo condescesi a toa voluntate a bona fede; ché·lla troppo
granne iustizia, dove non se trova remissione, ène pessima crudelitate”. Questo re sempre teneva
galea apparecchiata per fuire in Provenza, se faceva mestieri; la quale galea se chiamava la galea
roscia. Questo re, como abbe receputa la corona, voize reacquistare la Cecilia, la quale sio patre per
lussuria perduta avea. Granne esfuorzo de iente fece. Ciento milia perzone abbe. Armao sio navilio
per passare a recuperare la Cecilia. 'Nanti che issi, iettao suoi arti, la sorte della geomanzia. Fuolli
respuosto che dovea prennere la Cecilia. Ora ne vao lo navilio, e·llo stuolo se calao a Trapani. Là a
Trapani, facennose alcuna curreria, fu subitamente presa una donna la quale ne iva a marito. Fu
demannata como avessi nome. Respuse: “Io so' la triste Cecilia”. Questo odenno lo re fu forte
turvato. Disse ca era ingannato dalli suoi arti. La promessa adempita era. Sio stare non era utile.
Procacciava dello tornare; ma tornare non poteva, né avere fodero poteva, perché lo mare era
turvato. Granne bussa, granne tempestate faceva. La fortuna no·lli lassava partire, non li lassava
portare foraggio. In terra de nemici li conveniva morire de fame. Vedi crudelitate che li convenne
usare per scampare con soa oste. Lo pane aveano poco. Davase a mesura. Penzao de mancare iente,
perché·lli bastasse più lo pane che avea. Eadem actio prava fuit et studiosa, como Aristotile dice.
Era drento, fra mare, una isoletta con selve, forza da longa dall'oste miglia dieci. Abbe galee e mise
in esse forza da sei milia perzone, e deoli ferramenta da tagliare lena, accette e ronche, e mannaoli a
quella isola sotto spezie de lena fare. Puoi che li sei milia fuoro portati là, fuoro lassati. Li legni
tornaro. Là li lassaro senza pane. Là moriero de pura fame. Vedi crudelitate! Per passare tiempo sei
milia perzone moriero de fame. Nullo li visitao, nullo li confortao. A questi fora stato de bisuogno
la cappa de santo Alberto, la quale se li faceva tavola, per tornare a casa. Mancata che abbe lo re
questa soa oste de queste perzone, esso cercava de tornare. Como le navi fuoro descioite,
subitamente la tempestate desiettao lo navilio là e cà. Tutta notte viddero li pericoli de mare. Dodici
legni, dove lo re stava, per violenzia de fortuna vennero in puorto de Messina. Era l'aurora, lo dìe se
faceva. Lo romore delli marinari era granne. Don Federico, cunato de re Ruberto, excitato per tale
romore, lo quale non mustrava opera de mercatanti, se levao da lietto e fecese alli balconi e
guardanno vidde insegne regale. Conubbe ca re Ruberto, sio cunato, era iettato per la fortuna, lo
quale venne per la Cecilia recuperare. La reina sequitao lo re e, ciò conoscenno, disse: “Ahi re, que
farrete a mio frate?” Lo re abbe misericordia e non curao ca quelle dodici galee erano perdute. De
soie mano non potevano campare. In quello stante, in su la mesa terza, acquetao la fortuna. Lo re
con soie galee se trasse alquanto a reto, puoi tanto più che tornao a Napoli. In sio palazzo entrao.
Mai non gìo più in armata, né per mare né per terra. Avea un sio ogliardino allato dello palazzo e là
sempre stava a valestrare. Mentre che valestrava, penzava li fatti de sio reame. Mentre che iva de
segnale a segnale, dava le resposte e·lle odienzie alle iente, commetteva li fatti e·lle cose le quali
devea. In questo tiempo, currevano anni Domini MCCCXLIII, venne a Roma a visitare le corpora
delli santi e·lle basiliche sante la reina de Ongaria, matre de Lodovico re de Ongaria e de Antrea re
de Puglia, sio frate. Stette dìe tre in Roma e visitao tutte le santuarie e fece granni doni a tutte le
chiesie. Frate Acuto, uno fraticiello de Ascisci lo quale fece lo spidale della Croce a Santa Maria
Rotonna, fu lo primo che·lli domannassi elemosina per acconciare ponte Muolli, lo quale era per
terra. La reina li donao tanta moneta, che lo ponte se refaceva con alcuno aiuto. Donne fuoro fatte le
cosse nove e·lla torre e forano fatte le arcora, se non avessi auto impedimento. Puoi incomenzao a
muitiplicare la poveraglia de Roma e tanto era lo petire, che non bastava lo sio dare. Per la
importunitate delli petitori se abivacciao la reina e convenneli partire. Nam pauperes habent mores
corvinos. Rustici montani mores habent lupinos. Moito la onoraro le donne de Roma. Moito
ammirava l'abito de Romane. Partìose e gìo a Napoli a visitare sio figlio re Antrea, e visitaolo e là
recipéo per la reina Iuvanna e per li conti dello renno quelle onoranze le quale diceraio là dove se
tocca della morte de re Antrea. Questa reina veniva sopra una carretta. Quattro palafreni tiravano
quella. Otto contesse sedevano con essa. Tutte guardavano ad essa. Nella aitra carretta venivano
aitre damiscelle con veli ongareschi e con coronette d'aoro puro in capo. Cinquanta cavalieri a
speroni d'aoro intorno, e aitri serviziali. Questa donna avea mozze quattro deta della soa mano ritta.
E mozzaolille uno barone de Ongaria: Feliciano abbe nome. La novella fu così. Feliciano abbe una
figlia, nome Elisabetta, la quale per compagnia della reina usava in corte regale. Lo cunato dello re
carnaliter illam mediante regina cognovit. Venne lo tiempo che·llo patre la retrasse dallo servizio
della reina e disse ca·lla voleva maritare. Disse Elisabetta: “Non se conveo che marito aia quella a
chi sotto ombra de re è tuoito sio onore”. Questo odenno Feliciano fu turbato. Più non disse. Anche
ne gìo con un sio iovinetto figlio, cavalieri, a parlare collo re. Lo re era in una oste. Entra Feliciano
l'oste e passa onne iente. Passa lo steccato intorno allo re e ionze allo paviglione regale. Là, 'nanti la
porta dello paviglione, trovao uno frate, lo quale era confessore dello re, piecaose in terra e sì se
confessao e disse: “Io dego condescennere ad uno caso collo megliore cavalieri dello munno, donne
è pericolo de morte de doi perzone. Pregote che me assolvi”. Lo frate no·llo intese. Imbrattao la
porta, fece soa croce, sio miserere, e abbe assoluto de quello che non intenneva. Intra tanto le
guardie nunziaro allo re che Feliciano era venuto. Lo re stava a tavola e pranzava esso e·lla reina e
sio figlio Lodovico, mode re, lo quale era in etate de infanzia. Deo licenzia lo re che Feliciano
entrasse. Feliciano, auto commiato, disse allo figlio: “Sta' qui. Non entrare. Se odissi romore,
cavalca e vattene. Lo cavallo bene te portarao”. Entra Feliciano. Quanno lo re lo vidde, aizao la
voce e disse: “Ahi pazzo, haime trovata drento la Boemia quella bona spada la quale me
promettesti?” Respuse Feliciano e disse: “No. Io la trovaraio. Volete che aia tale fierro, tale tagliare,
quale hao questa mea cortellessa?” E ditto questo, aizao la cortellessa sopra lo capo dello re più de
doi piedi.
Lo re levao l'uocchi per guardare alla accia de questo fierro. Allora Feliciano abassava la mano e
lassao cadere de fortuna. Ìo lo colpo per partire la testa dello re in doi parte. Lo re, temenno e
tremanno, sùbito se mise sotto la tavola. La reina parao la mano. Lo fierro coize quattro deta, le
quale sùbito caddero in terra. La cosa era nova. Lo romore granne. Li donzielli, li quali servivano,
colle cortella da servire occisero Feliciano. Puoi curzero sopra lo figlio e sì·llo occisero. Patre e
figlio morìo in uno ponto per la lengua de Elisabetta. La reina ne perdìo mesa mano.
Cap. XI
Della sconfitta de Spagna e della toita della Zinzera e dello assedio de Iubaltare.
MCCC[...] anni Domini currevano, de mese de [...], quanno fu fatta la granne e orribile vattaglia
infra Cristiani e Saracini. Duce Deo Cristiani fuoro vincitori. Saracini fuoro sconfitti in Spagna in
uno campo lo quale se dice Cornacervina, nello terreno della citate de Sibilia, dove moriero sessanta
milia Mori. La quale novitate fu per questa via. Uno nobile e glorioso re fu in Spagna. A nostri dìi
megliore non fu. Abbe nome donno Alfonzo, figlio dello re Duranno re de Castelle. Questo re
Alfonzo fu moito vittorioso. Continuamente resse la frontiera contra delli Saracini. In una rotta
sconfisse uno grannissimo duca de Saracini, lo quale avea nome Picazzo, e sì·llo prese per la
perzona. Questo Picazzo avea uno uocchio. Non più consideranno lo re Alfonso la nobilitate e·lla
potenzia de Picazzo, deliverao de perdonarli la vita, se voleva recipere lo battesimo e prennere soa
figlia per moglie. Le cose fuoro promesse e venivano ad effetto. Quanno Picazzo venne alla fonte
dello battesimo, fu pentuto. Desprezzanno lo battesimo e lo cristianesimo sputao orribilmente nella
conca. Questo vedenno lo buono re Alfonzo fu turvato. Niente tarda. Impuina mano a soa spada e
senza misericordia li partìo la testa dallo vusto. Quello cuorpo fu iettato fra li cani. Questo iovine
Picazzo avea una sia matre reina: la Ricciaferra avea nome. La Ricciaferra avea un re per marito, lo
quale avea nome Salim re de Bellamarina, nato de una citate che se dice Trebesten. Questa
Ricciaferra, sentenno occiso lo bello sio figlio Picazzo per la mano dello re Alfonzo, penzao de fare
la vennetta sopre li Cristiani e sopra lo re Alfonzo. E perché ciò fare non se poteva senza granne
esfuorzo, penzao de fare lo passaio sopre la Cristianitate, e così fece. Abbe ordinato collo loro papa,
lo quale in quello tiempo avea nome Galiffa de Baldali, soldano de Babillonia, che fecessi uno
commannamento generale e indulgenzia per tutta Saracinia - Partia, Media, Turchia - a fare lo
passaio e·lla granne armata per prennere terre de Cristiani e occupare e destruiere le chiesie de
Cristo e relevare tiempi a Macometto. Così fu fatto. Per tutta Saracinia vanno predicanno li
alfaquecqui, cioène prieiti, e portano lettere espresse da parte de Galiffa loro papa che·sse faccia lo
passo sopra Cristiani. La iente fu adunata grannissima da pede e da cavallo. Fuoro da quattrociento
milia perzone da vattaglia. Fuoro tutte con mazze in mano e fionne: Perziani, Arabi, Saracini neri,
Parti, Dulciani. Queste fuoro le ienerazioni commosse a questa adunanza per lo passo fare de cà da
mare. Quattro fuoro li regi de corona li quali questa iente guidavano. Lo primo fu lo re dello Garbo,
lo re de Marocco, lo re de Bellamarina, in aitro nome de Trebesten, e lo re de Granata. Questi fuoro
li regi de Saracinia. Vero ène che·llo re de Granata non venne con questi, ché sio reame ène drento
della Spagna; ma quanno sentìo la forza passata de Saracini, sì se rebellao e mosse, guerra drento
nella Spagna. Questi quattro regi con tanta iente muossero e passaro lo mare e liberamente se posaro
in terra ferma. Sei iornate de terreno occuparo de Cristiani con cavalli, asini, muli, camielli, femine
infinite, siervi, arme, fodero de pane e aitro arnese da guerra. Francamente passano e pono l'oste
sopra una citate de Spagna la quale se dice Taliffa, e dicono che quella ène cammora loro. Nelli lati
e spaziosi campi destienno li paviglioni e iaccio in campo. Per fermo assedio fare portano ignegni e
trabocchetta. Grossa era la iente. Non dubitano. Alquanto magnano, bevo. Loro tammuri sonano.
Deh, como granne romore faco! Haco ignegni da aizare scale, da iettare macine. Loro campo, dove
posaro, avea nome Cornacervina, campo spazioso, abunnevole de acqua, lena e erva, anche forte,
ca·llo fortificava uno fiume lo quale se dice Rigo Salato. Questo fiume desparte Taliffa da Sibilia.
Da vero che in questo campo non forano venuti né potuti venire per la stretta valle la quale passaro
canto la costa, se non fussi che nella entrata dello paiese se pattiaro con un granne e potente barone
dello reame: don Ianni Manuelle avea nome. Questo don Ianni Manuelle era delle più potente
colonne de Spagna. La montagna era in sia balìa. Era questo don Ianni in errore collo re Alfonzo,
ché no·lli favellava e derobare faceva, perché reprenneva lo re, lo quale con soa reina stare non
voleva, anche stava con una badascia - madonna Leonora avea nome -, como io' diceremo. A questo
don Ianni Manuello donaro li Saracini granne quantitate de doppie de aoro, perché·lli concedessi lo
passo; e così fu. De licenzia dello re Alfonzo don Ianni Manuello concedéo lo passo a Saracini, e
vennero nelli campi de Cornacervina, como ditto ène, e là stavano ad oste a fermo assedio.
Derizzaro trabocchi e fecero ignegni da ponere scale, con rote e funi. L'oste stette ben mesi tre.
Taliffa se perdeva in tutto, se non se succurreva. Non se poteva recuperare. Quanno lo buono re
Alfonzo se sentìo sopre l'oste e·llo esfuorzo granne, non dottao, anche se puse alla frontiera in
Sibilia, la citate reale. Dicese che madonna santa Maria fussi nata in questa citate. Ora non dorme lo
re Alfonzo. Manna per succurzo allo papa. Manna alli regi li quali staco intorno ad esso, cioène a
sio zio, don Dionisi de Lisvona canto mare, re de Puortogallo, allo re de Navarra, allo re de
Aragona. Manna commannamenta espresse a tutti suoi baroni che sequitinolo. A don Ianni
Manuello fao commannamento tanto che non se parta, anche stea e chiuda la essuta e fera dereto,
quanno lo stormo oderao. Ben se sollicita lo re. Ben chiama tutta la Spagna. Questi regi non fecero
resposta, ma cavalcaro de sùbito con loro espediti cavalieri e pedoni. Mustrano lo loro buono volere
e forza. Lo primo aiutorio fu quello de papa Benedetto: setteciento uomini d'arme de buono
apparecchio, Todeschi e Franceschi, cavalli gruossi, bene armati, vennero crociati, assoluti de pena
e de colpa. Lo secunno aiutorio fu lo re de Navarra con quelli de Pampalona, con cinque milia
cavalieri adorni, buono capiello de acciaro in testa, bona targia in vraccio, tagliente guisarina da
lato, lucente zagaglia in mano. Anche venne con pedoni vinti milia. Lo terzo aiutorio fu lo re de
Aragona con cinque milia cavalieri fra Provenzani e Franceschi. Con esso fuoro quelli de Tolosa.
Anche menao pedoni vinti milia. Anche ce fu don Dionisi sio zio con quelli della citate de Lisvona.
Lo quarto aiutorio fu lo re de Puortogallo con quinnici milia cavalieri spagnuoli, currienti cavalli e
dardi in mano. Lo quinto fu esso re Alfonzo, re de Castiello, con trenta milia cavalieri buoni, adorni,
con cavalli spagnuoli de quelli de Castiglia, li quali se contano li più nuobili destrieri che siano,
pedoni senza fine. Mentre che lo assedio era sopra Taliffa, lo re Alfonzo era in Sibilia con soa
baronia. La fame e·llo caro era granne in Sibilia. La iente, la quale era venuta a servire, non poteva
tanto demorare. La moneta non bastava. Forte se mormorava la iente de tanta tardanza. Allora lo re
Alfonzo, represo da suoi baroni, deliverao iessire fòra alla vattaglia e cercare soa ventura. Spene
abbe in Dio, lo quale non li fallìo. Esse fòra vigorosamente. In questa forma soa iente conestavilìo.
Trenta milia cavalieri abbe de buono guarnimento, non più, ciento milia de pedoni. Era in mieso, fra
soa iente e l'oste de Saracini, lo fiume lo quale se dice Salato. De·llà da Salato stao Cornacervina,
dove staco trabacche e paviglioni, alfaniche e confalloni, iente assai, como ditto ène, con moiti
tammuri. Da lo lato ritto de l'oste stavano le montagne de Ilerda, la veglia terra. Dallo lato manco
stavano le pianure spaziose. Dereto li stava una stretta valle, la quale avevano passata per forza de
moneta, como ditto ène. De sopre dalla valle staievano le montagne le quale teneva don Ianni
Manuello. Denanti aveano lo fiume e·lli nimici. Lo passo dello fiume curatamente se guardava. Lo
re Alfonzo tenne questa via. Imprimamente mannao li setteciento cavalieri papali crociati a passare
lo fiume. Treciento rompessino lo passo e commattessino colle guardie. Doiciento se ponessino
dallo lato della currente dell'acqua a sostenere la forza dello fiume, che·lla pedonaglia potessi
passare; li doiciento remanessino a guardare lo passo, aitro non facessino. Non era piccolo pericolo
passare lo fiume, lo guado rompere. Tutti fuoro destrieri eletti. A questa iente aitro confallone dato
non fu, se non uno confallone collo campo bianco e·lla croce vermiglia. Su la croce era lo crucifisso.
Po' li setteciento crociati sequitao esso re Alfonzo a cavallo in uno cavallo ferrante liardo. Dicese
che fussi lo più bello e megliore dello munno. In soa compagnia abbe cavalieri dieci milia, che,
rotto lo passo, fossi lo primo lo re con soa iente alla vattaglia. Po' lo re Alfonzo sequitao lo re de
Aragona con cinque milia cavalieri e pedoni vinti milia. Questo ìo dallo lato della montagna a
ponere li impedimenti e occupare li passi e·lle selle, le entrate e·lle descese, perché Saracini per la
montagna non avessino valore né redutto né fuga. Dallo lato manco, innella pianura, fu mannato lo
re de Navarra con dieci milia cavalieri, con cinque milia pedoni, perché lo Saracino non potessi dare
la fuga né destennersi per li campi. Po' queste iente sequitao lo re de Puortogallo con quaranta milia
pedoni e tutto l'aitro esfuorzo a sostenere le spalle. Questa fu la schiera grossa. Dallo aitro lato
dereto don Ianni Manuelle devea ferire colli montanari. Questa fu loro bella conestavilia. Così ne
venne la lettera a Roma a missore Stefano della Colonna berbentana, a gran pena intesa. Dato
l'ordine e·llo nome, li setteciento cavalieri ionzero allo fiume. Rompo l'acqua e passano. Non vaize
reparo. Tre cavalieri, li quali erano sopranamente a cavallo, fuoro li primi che l'acqua passaro: uno
arcivescovo e doi cavalieri a speroni de aoro, donzielli dello re Alfonzo, uomini li quali sapevano la
contrada, usati dello passo. Questi fuoro li primi 'nanti all'aitra iente. Là nello passare fuoro presi
dalli perfidi Saracini e prestamente loro teste dallo vusto fuoro troncate. Là in quello passo fuoro
martiri gloriosi de Cristo. Ora iogne la cavallaria. Passa uno, passa l'aitro. Poco vale lo reparo. A
una forza tutto lo stuolo de Cristiani fu puosto de·llà dallo fiume. Nullo ce pericolao nello passo, se
non l'arcivescovo e li doi cavalieri, li quali lo glorioso martirio recipiero. Passato lo stuolo, Saracini,
la perfida iente, non dottava per la granne loro moititudine. Anche stavano canto l'acqua e
manicavano e godevano, loro cembali sonavano, granne stormo facevano. Alla fine se levano su.
Prienno loro arme, arcora, mazze e fionne, e resisto forte e pienamente. L'ora era su la terza. Ora
vedesi tromme e instrumenti sonare. Odese romore da parte in parte. Tamanto è lo strillare, che
voce umana nulla se intenneva. Su in quelle coste rembombava lo crudele romore. Dieci miglia da
longa fu odito. Odi pianto, odi gridare. A cuorpo a cuorpo se affrontano. Alle mano soco. Chi dao,
chi tolle."Dae, dae, dae" odivi; aitro no, per granne ferire su nelle teste armate. Vedese iettare de
lance, aizare de spade, saiette volare. Le prete, vrecce de fiume, de piena mano fioccavano como
neve. Là erano la maiure parte Turchi, li quali aitro non aveano se non fionne e prete. Moita iente
pericolaro. Io ademannai uno pellegrino spagnuolo se de questa rotta alcuna cosa sapeva. Quello
disse ca nce fu, e trassese sio capiello de capo e scoperze la fronte e mustrao una sanice rotonna in
mieso della fronte, e disse ca quello fu colpo de preta. Un aitro, lo quale similemente adimannai,
scoperze lo capo de sio cappuccio e mustraome tre sanici de colpo de spada e una nella fronte de
preta. Puoi bene sapere ca se maniavano Saracini, ca·sse aiutavano. Vedese travoccare da cavallo,
teste fennere, saiette e sbiedi pietti passare. Passano li cavalli sopra le corpora. Granne ène lo pianto
e·llo guamentare. Così curre lo sangue como rigo de acqua. Là se pare chi ène figlio de bona
mamma. Ora vedesi lo bello commattere e·llo delettevole armiare che·lli iannetti facevano.
Currevano per lo campo commattenno, ferenno e lancianno. Non era chi li potessi adetare, tanta era
la loro velocitate e leierezze. Una targetta in vraccio portavano longa doi piedi, lata uno, coperta de
lino, so·lla quale da capo a pede se coperivano, staffe corte [...] vestimento de lino incerato, in capo
scuffia de fierro. In mano portavano dardi. Questi dardi lanciavano. Chi ne leva uno piùne non ne
vole. Quanno li dardi mancavano, lo iannetto currenno con sio curzieri se piecava fino a terra.
Coglie sio dardo e destramente lo lancia denanti, dereto, abasso, in aito secunno soa voluntate.
Granne ène loro leierezze. Questo ène lo iocare della iannettia. Questi iannetti soco li scoperitori
regali. Durao la vattaglia fi' alla nona, più no, perché la iente saracina sentìo don Ianni Manuello, lo
quale della montagna descenneva per ferire dereto e per lo passo parare. Quanno fu questo sentuto e
conubbero la fumiera, lo splennore delle lance e delle insegne, subitamente li venne meno lo core
e·lla vertute. Tutti fuoro rotti. Non puoco resistere. Ora se voitano, dacose alla fuga. Terribile cosa è
loro fuire. Fugo senza alcuna remissione. Non è speranza se non nelle gamme. Ora vedesi occidere,
ora vedesi maciello fare. Granne tagliare se fao de quella canaglia della iente saracina. Questa sì ène
la nobile sconfitta de Spagna, infra moite poche memorabile. LX milia corpora de Saracini fuoro
morte, XL milia li presoni. A queste cose lo re non fu, né·lle sentìo, per lo poco dubio lo quale avea
nella soa forte schiera. Commattéo puoi che la novitate pervenne alla forte schiera e·llo dubio fu
palesato. Stava in guardia della porta dello regale paviglione uno omo - Serafin avea nome - più
granne che li aitri tre piedi, macro, tutto nervoso, longhe le gamme, nero lo voito, vestuto de uno
perponto de iuba de seta. In mano teo una mazza de fierro 'naorata. Questo Serafin, a cui era fidata
la perzona dello re, dubitao de nunziare la mala novella. Puro la manifestao alla reina. Mossese la
reina: Ricciaferra avea nome. Passa denanti allo re. Delli suoi uocchi fontana de lacrime
descenneva. E disse: “Su re, ca·lla ventura ène de donno Alfonzo”. Lo re iocava a scacchi. Questo
odenno fu turbato. Più non disse, più non odìo. Bastaro doi paravole. Vestuto de una [...] de aoro
longa fi' alli piedi, barretta de aoro in capo con prete preziose, bacchetta d'aoro in mano, salle a
cavallo, prenne lo camino de casa soa. Era intorno affasciato da sette milia Turchi con vastoni de
fierro inaorati in mano, vestuti de iube de sannato sopre ponte de ballacchino, armati alla imperiale.
Anche ivano aitri cavalieri con lance, con fierri lati, lucienti. Denanti a questi ivano assai cembali
sonanti e aitri strumenti senza fine. Regale pareva la forza e lo suono. Più denanti vaco dieci milia
iannetti currenno e sparienno da onne lato dardi, como fao la spinosa alli cani. Nulla perzona ad essi
se accosta, sì granne ène lo fioccare delli dardi. E moita aitra iente da pede e da cavallo con granne
fortezze, con sole armature lo sequita. A questo muodo ne vao fuienno dello stormo Salim, lo re de
Bellamarina. Rompe e passa onne para per forza della nobilitate de soa cavallaria. Lassao
Ricciaferra, la soa donna, la reina. Lassao onne cosa desperata. Sei dìe durao la fuga. Sei dìe durao
la incaiza. Così iace seminata la iente morta como le pecora. Po' la partenza dello re la reina fece
destennere panni bianchi de seta in terra. Là fece ponere tutta la moneta e·lle gioie regale. Là essa
sedeva con cinquanta soie soffragane concubine dello sio re. Uno cavalieri spagnuolo - Arcilasso
avea nome -, armato e bene a cavallo con una lancia in mano curreva per lo campo. In sio furore
entrao lo Alfanic, cioène lo paviglione dello re. Occurzeli la reina. Quanno questo Spagnuolo vidde
la reina sedere in figura de tristizia (puro la soa vista dignitate mustrava), lassase e deoli de una
lancia. Da oitra in parte la passao. De colpo l'abbe morta. Torna in reto e per lo campo fao granne
male. Una maraviglia fu, che·llo ferrante dello re Alfonzo, della cui bellezza alcuna cosa ditto ène,
da puoi che fune in quello campo, mai non posao, mai non fu potuto tenere. Contra voluntate delli
circustanti allo freno portao lo re nello paviglione dello re de Bellamarina e là restette de furiare.
Così fece como avessi auto senno umano. Quanno lo re Alfonzo allo paviglione regale fu ionto,
trovao la reina, la quale morta iaceva e in mieso de soie soffragane stava, le quale piagnevano e
guardavano quello cuorpo. Erance una la quale era cristiana - avea nome Maria -, nata de una villa
la quale hao nome Obeda. Questa Maria fu schiava, e per soa bellezza e suoi costumi era concubina
de re. Parlao e disse allo re che avessi mercede; Arcilasso la donna avea esmattata. Quanno lo re
intese che·lla reina era morta per le mano de Arcilasso, fu forte dolente e disse: “Ahi Arcilasso,
como non te temperasti a tio furore? La mea vittoria era doppia”. Puoi fece atti de tristezze sopre la
donna. Era la donna grassa e grossa. Credere non se pò. Nelle gamme, nelle vraccia e in canna avea
cierchi de aoro purissimo smaitati, ornati de prete preziose. Questa donna de commannamento dello
re fu operta. Puoi fu inzalata e messa in una cassa piena de aloè e fu posta per dignitate in una aita
torre. Puoi lo cuorpo de questa donna revennéo allo marito infinita quantitate de moneta. Po' questo
lo re Alfonzo fece tollere lo tesauro dello re fuito, lo quale fu doppie [...], che milli muli ne fuoro
fatigati a portare arme e aitro arnese, como se dicerao. Maria de Obeda, guardiana della reina, fu
liberata. Disse ca quelle doppie non erano la quarta parte, le tre parte ne erano furate per la iente.
Ora tornemo alla incaiza de Saracini. La incaiza durao dìe sei. Non era muodo allo macellare. Lo
sesto dìe trovaro una citate canto mare che·lli recipéo: Ziziria hao nome. Quella Ziziria fisse lo
Cristiano. Intanto daose la iente alla guadagna dello robare. LX milia fuoro le corpora delli Saracini
morte. Quelle loro ossa fuoro adunate in uno campo e de esse fatta fu una grannissima montagna.
Fine allo dìe de oie dura. Anche più, ché oie in questi dìe vao lo aratore e ara lo campo, e aranno
trova teste, gamme, vraccia e ossa assai. No·lle poco capare. Anche più, che durao alcuno spazio de
dìe che·lli viannanti sequitavano per loro mestieri, per le selve trovavano a pede delli arbori ossa
iacere in forma de omo lo quale dormissi. Questo era che·lli feruti essivano dallo stormo e
posavanose a pede delli arbori per accogliere lena, ca stanchi erano, e, como se posavano, lo spirito
e·lla vita in un tiempo li abannonava. Così remanevano quelle ossa senza carne. Infra le gote vedeva
omo resplennere aoro. Questo era ché Mori se metto le monete e loro doppie d'aoro in vocca.
Queste doppie lucevano como aoro. Allora chi questo trovava percoteva la zucca dello capo con
preta e bastoni, sì che spartiva le ganghe, e·lla coccia volava in terra. Lo viannante alegro la moneta
prenneva. Granne fu lo guadagno de questo stormo. XL milia corpora de Saracini fuoro presi,
maschi e femine, li quali fine nello dìe de oie staco siervi de Spagnuoli. Zappano, arano, filano,
tiesso, cucinano e aitri mestieri secunno le connizioni. Onne artificio faco. Infiniti ne fuoro vennuti
como se venno le crape. Per tutta Spagna fuoro vennuti colla corona in capo. Anche ce soco de
quelli siervi. Onne servizio faco a Spagnuoli loro signori. Hortos et vineas colunt dominorum
precepto solo victu contenti. Anco ce fu guadagnata la moita robba: denari, arnesi, arme,
vestimenta, vascella de metallo de rame, cavalli, muli, somari, camielli, paviglioni, trabacche, tanto
forag[g]io, tanto arnese. Estima quanta fu la iente! Lo re Alfonzo abbe lo paviglione regale con tutto
quello drento. Lo paviglione avea nome Alfanic. Treciento cammore avea. Era de panno de lino
attorniato de corame roscio con corde de seta invernicate d'aoro. Mai non vedesti più mirabile né
più bella cosa. Nello fastigio de sopre, dalla parte de fòra, tutto stava puosto a lune, drento de
diverzi colori. Non se pote quello lavoriero contare. Drento dallo Alfanic fu trovata la Ricciaferra, la
reina morta per Arcilasso, como ditto ène, la quale fu vennuta a sio marito moito aoro inzalata in
una cassa. Puoi ce fuoro trovati li tesauri regali, la quarta parte; le tre furate erano. Milli e doiciento
muli portaro quelle, e fuoro doppie. Disseme chi le vidde, chi le despese che quelle doppie erano
d'aoro e erano in forma de piattielli de ariento, poca cosa meno che·lle patelle dello calice dello
aitare. Anche fra quello tesauro fu trovata la lettera della indulgenzia, la quale li avea conceduta lo
loro granne papa - Galiffa de Baldali aveva nome -, nella quale prometteva a chi moriva in questo
passo la resurezzione a terzo dìe. Puoi prometteva sette mogliere vergine nello santo paradiso. Puoi
li prometteva de farli stare abbracciati con santo Macometto e con santo Elinason. Puoi li
prometteva de satollareli de latte e de caso e lagane e vuturo e mele. Queste erano le promissioni
dello soldano Galiffa de Baldali in soa lettera. Puoi li commannava che tutta Cristianitate
sterminassino e occupassino lo munno. Anche ce fu trovato in quello Alfanic arme assai,
guarnimenti regali de panni tartareschi e ballacchini ornati con aoro e prete preziose. De questo
tesauro lo buono re Alfonzo mannao in Avignone a papa Benedetto, lo quale era vivo allora, la
decima parte de queste doppie d'aoro. Vaize da ciento sessanta milia fiorini. Anche li mannao lo
confallone reale collo quale abbe la vittoria, lo quale portao nello stormo. Anche li mannao lo bello
cavallo ferrante lo quale lo re cavalcao nella vattaglia, lo quale ferrante papa Chimento, sio
successore, lo donao e mannao a Filippo de Valosi re de Francia per lo moito bene che li voize.
Anche li mannao vinti de quelli Saracini presonieri con quelle arme, con quello abito, con quelli
cavalli colli quali fuoro presi. Così ionzero in Avignone questi vinti Mori. Per la mutazione dello
paiese e per la perduta licenzia tutti moriero, salvo uno solo, lo quale se fece devoto cristiano,
donziello dello papa. Fi' alli dìe nuostri vive. Anche li mannao vinti confalloni presi nella rotta de
Turchi e Medi, li quali confalloni una collo granne confallone sio regale fuoro appesi nella cappella
de papa Benedetto dello palazzo papale de Avignone. Allo dìe de mo' non ce staco. Fatta che fu
questa sconfitta, lo re de Granata per tema de sio reame deventao tributario a re de Castelle. Io
pozzo dicere in bona fede con veritate, ché delle arme de questi io viddi per questa via. Nella citate
de Tivoli venne Carlo imperatore, anno Domini MCCC [...], como se dicerao. La iente era moita. Io
stava in una pontica, là dove venne uno a comparare cannele de cera e confietti e spezie. Questo
teneva una spada sotto vraccio. Lo pomo era tutto inaorato e lavorato a igli e fiori. Dissi io: “Vòi tu
vennere questa spada?”, e trassila fòra dello fodero. Era la spada como le nostre soco, in forma de
mieso stuocco, mesa spada. Non era troppo granne né troppo lata, ma, como le nostre, bene
convenevile, fatta allo muodo genovese. Lo pomo era luongo como uno prungo piano, l'ilzo como
mesa luna, e era la maiure parte 'naorato lo fierro, l'ilzo e·llo pomo tutto. La vaina era curata con
tenere de fierro bene lavorato e·llo caspiello con correie moito adorne. Parevame che·lla spada non
era sempia como le nostre. Respuse lo buono omo e disse: “Io non la voglio vennere, né la dera per
cinquanta fiorini”. E ciò fermao con sacramento. La iente che intorno stava disse: “Perché?”
Respuse e disse: “Questa spada fu guadagnata nella rotta de Spagna, nello granne stormo quanno fu
sconfitto lo re de Bellamarina dallo re de Castiglia. Io me nce retrovai. Dunque, benché assai bona
sia, aiola cara troppo. Non la dera per moneta alcuna”. Fatta questa sconfitta e raccuoito lo campo e
licenziati li regi e li aitri aiutorii, lo re Alfonzo non posa. Anche fece iente de sio reame e de
crociata e sequitao la iniqua iente perfida. Moito li molesta. De loro terreno vole. Intanto morìo
papa Benedetto, lo bianco, e fu creato papa Chimento, lo monaco nero. Era una nobile citate canto
mare, nelli confini de Saracinia, la quale avea nome la Ginzera. Lo paese hao nome Gigizia. Questa
era delle megliori e delle più nobile e più ricche de speziaria, seta e panni de Tuniso che in Saracinia
fussi. Questa citate assediao lo buono re Alfonzo per mare e per terra. Lo assedio fu durissimo.
Ciento trentacinque galee abbe per mare e per terra iente infinita da pede e da cavallo. Durao lo
assedio mesi diciotto e fu auta per fame. In quella citate entrao lo re Alfonzo e soa iente. Prese chi
voize, occise chi·lli parze e cacciaone tutta la perfida iente. Toize tutto loro arnese, lo quale fu tanto
che ène inestimabile. Quella citate empìo de Cristiani. E fuoronce edificate chiesie, locora de
religiosi e fonne fatte doi vescovata. Quella citate fi' allo dìe de oie serve a Cristo glorioso e
benedetto. Ora poni cura alla novella. Puoi che·llo re abbe venta la Ginzera, non abbe bisuogno de
tanta moititudine de iente. Licenziao li sollati. Granne spesa avea fatta. Fra li aitri licenziati fuoro
trenta cuorpi de galee de Genovesi, le quale li aveano bene servuto. Queste galee tornaro a Genova.
Quanno fuoro nello entrare dello puorto, como usanza ène, sonaro tromme e naccari e ceramelle.
Troppo imperiale faco suono e alegrezze. Puoi entraro lo puorto e puserose ad ordine. Moito
letamente dao in terra tutto lo stuolo, bene vestuti, bene adobati e riccamente. Forte aveano
guadagnato. Fra le aitre cose per novitate pusero nello puorto, su lo passo dello puorto, sei de quelli
Mori, li quali erano male vestuti. De gialle schiavine loro cuorpo era ammantato. Fierri tenevano in
gamma. Mustravano ca erano presonieri. Tutta Genova curre e descegne allo puorto a vedere le
galee venute. La moita iente se foice. La moita iente fao intorno rota a questi mori. Desidera omo
vedere la iente della strania fede. Staievano li sei Mori miserabilemente timorosi fra tanta iente.
Moito moito favellavano e po' lo favellare voitavano loro capora, aizavano la faccia e
resguardavano, como ammaravigliassino, le belle edificia e palazza aitissime le quale staco intorno
allo puorto de Genova. No·lli intenneva la iente. Era là uno siervo de Genovesi lo quale fu saracino.
Era cristiano e nutricato in Genova. Latina lengua sapeva. Diceva la iente: “Que dico questi?”
Responneva: “Questi dico così:"Non è maraviglia se noi Saracini simo sconfitti e perdienti, ca nce
ène stata sopre tutta Cristianitate e Genova"”. Quanno aiognevano Genova, allora volveano le facce
maravigliannose a quelle palazza dello puorto de Genova. Credevano che Genova fussi tutta la
fortezze e bellezze de Cristiani, non se ne trovassi simile. In questo potemo conoscere che loro
avitazioni non soco così delicati como li nuostri. Anche ne venne della Gizera lo vescovo de
Peroscia, lo quale fu delli crociati, e menao con seco otto de quelli Turchi. Fuoro da cavallo, fuoro
uomini bianchi e belli como noi; calzamenta como noi, ronzini como noi. In capo portavano uno
capiello fi' alle recchie como mitra de papa. Vero è che in mieso avea uno pizzo ritto, luongo, sottile
como fussi cuollo de gruva, copierto de panno de lino bianco. Aduosso portavano uno farsetto de
panno de lino bianco como noi. Vero è che·lle maniche erano longhe fi' alle deta della mano. Sopre
lo farsetto portavano uno manto de panno de lino como piviale da preite. La ponta dello lato ritto se
iettava dalla spalla manca e quella della manca se iettava dalla spalla ritta. Po' questo donno
Alfonzo non posa. Anco fao iente de sio paiese, e abbe assediato lo bello e nobile castiello, uitima
fortezze de Saracini. Iubaltare lo castiello hao nome. Lo paiese hao nome Alcacuc. In questo
castiello Macometto scrisse la soa leie e deola a Saracini e fece lo livro lo quale se dice Alcorano.
Sopre de questo castiello puse l'oste lo re e iurao per la maiestate de sio reame e per l'aitezza de soa
corona mai da quello assedio non partire finente che quello castiello non avea. Ficcao sio stennardo
in terra. Serrato era allo torno. Lì puse l'oste e guardie credennosello prennere per fame. Ène lo
castiello bellissimo e fortissimo. Hao nome Iubaltare. Stao in una penna de preta viva aitissima. Su
in quella preta l'aquile faco lo nido. Puoi l'aitezza veo abassanno alla piana. Là, canto la pianura, ène
menato uno muro fortissimo con spessi torricielli. Picazzo, de chi ditto ène, lo fece fare su lo vivo
sasso. Drento dallo muro hao una fontana de moita abunnanzia. Nella destesa della pianura hao la
meschita. Haoce arbori de onne rascione. Mai non fu veduta sì piacevole fortezza. Cristiani per loro
negligenzia la perdiero. Questa fortezze se crese recuperare donno Alfonzo per assedio; ma non li
venne fatto, ca sopravenne la granne e orribile mortalitate, della quale se dicerao, e ferìolo con una
iannuglia nella inguinaglia. Donne li convenne, levato campo, morire nello tiempo della granne
mortalitate in Sibilia, la citate regale. Questo re donno Alfonzo fu lo più nobile, lo più glorioso, più
iusto, più pietoso re che mai fusse in Spagna. Sempre mai Spagnuoli lo piagneraco. Onne vertute
abbe. Non abbe defetto alcuno. Una sola cosa abbe reprensibile, ca esso non amava la soa reina, né
con essa voleva stare, benché uno figlio ne abbe. Anche teneva una soa badascia - donna Leonora
aveva nome - la quale amava sopra tutte cose, la quale era sio confuorto, della quale avea figlioli e
figlie. Senza essa non poteva stare. Per moite voite lo papa sì·llo ammonìo e sì·llo scommunicao.
Voleva che questa soa badascia, donna Leonora, iettasse via. E·llo re per la epistola li respuse
doicemente, anche per una ambasciata, e disse: “Santo patre, se piace a voi che io mora e non viva
più, io lasso stare; tutta fiata che io staiessi senza essa io non pòtera vivere”. Così lo santo patre non
lo molestava. Non voleva che soa vita fine breve avessi. Io demorava nella citate de Bologna allo
Studio e imprenneva lo quarto della fisica, quanno odìo questa novella contare nella stazzone dello
rettore de medicina da uno delli bidielli.
Cap. XII
Como fu cacciato de Fiorenza lo duca de Atena, e como morìo
papa Benedetto e fu creato papa Chimento.
Anni Domini MCCCXLII, uno fulguro nello campanile de Santo Pietro Maiure de Roma deo e arze
tutto lo cucurullo. Fu nell'ora de vespero, quanno li calonici in coro cantavano lo offizio. Currevano
anni Domini MCCCXLII quanno papa Benedetto lo bianco morìo e fu elietto papa Chimento sesto.
Questo papa Chimento fu monaco nero e fu perzona de tanta sufficienzia che non avea paro. Era
grannissimo teologo e fu bellissimo sermocinatore. Quanno esso teneva catreda per sermocinare
overo desputare, tutto Parisci concurreva a vedere esso. Deh, como bello fu sermocinatore! Omo
gallico moito largifluo, da si' che in Studio fu era tanta soa larghezza, che allo despennere no·lli
iognevano soie prevenne. Questo abbe tutti li gradi de dignitate. In prima fu monaco nero de santo
Benedetto, conventuale, sottopriore; puoi fu decano; puoi fu priore; puoi fu fatto abbate; puoi fu
fatto vescovo; puoi arcivescovo de Ruen; puoi cardinale de titolo de santo Nereo e Achilleo; puoi,
uitimo, fu creato papa. Que abbe a dicere? Ca se grado se trovasse alcuno maiure, anche l'àbbera
desiderato. Como questo papa creato fu, così lo cucurullo dello campanile de Santo Pietro Maiure fu
abrusciato, como ditto ène. A questo papa venne l'ambasciata de Roma moito onorabile, dodici
perzone: sei secolari, sei clerici. Capo loro fu Stefano della Colonna e·llo commannatore de Santo
Spirito. Questi dodici ambasciatori lo pregaro, da parte de Dio e dello puopolo de Roma, che·lli
piacessi de venire a visitare la sede dello sio vescovato de Roma. Anche lo pregaro che·lli
concedessi la indulgenzia generale dello iubileo, che tornassi ciento anni a numero de cinquanta;
perché la etate ène breve, pochi ne viengo a numero de ciento. A questi ambasciatori a po' dìe lo
papa respuse. E imprimamente provao che·lla petizione loro era iusta, e provao per dodici rascioni
che esso era tenuto de venire a visitare lo sio vescovato, la citate romana. Quanto allo secunno,
concedéo lo quinquagesimo iubileo in Roma, generale remissione de peccati, pena e colpa alli
pentuti e confiessi; delle connizioni dello quale iubileo infra se dicerao. In tiempo de questo papa,
anni Domini MCCCXLII[I], in dìe de santa Anna, fu cacciato de Fiorenza missore Gottifredo, conte
de Brenna, duca de Atena, signore perpetuale de Fiorenza; e folli fatta moita onta e moito
despiacere e detuperio e danno; e fuoro muorti uomini e loro carne fu manicata. La quale novitate fu
per questa via. Fiorentini compararo Lucca da missore Mastino della Scala e entraro in possessione.
Pisani, turbati de questo mercato, fecero intorno a Lucca uno esmesurato e memorabile assedio;
iente da cavallo numero [...], iente da pede numero [...] Intorno all'oste fecero fossati e steccata, torri
de lename spessi. Anche carvoniaro e stecconiaro la strada la quale vao da Pisa a Lucca; dura miglia
dieci. E questo fecero perché liberamente omo isse a l'oste con fodero e con arnese, senza
impedimento. Durao lo assedio mesi [...] Allora, per mantenere lo assedio, fecero la gabella che se
chiama Seca. In breve sconfissero Fiorentini e levaroli de campo, e non lassaro succurrere missore
Malatesta, capitanio de Fiorentini, con grascia. Anche fecero una cosa notabile; ché missore
Malatesta ionze la sera con fodero e con granne iente ad uno fiume, lo quale se dice Serchio,
appresso a Lucca. De notte Pisani fecero uno fossato esmesuratamente luongo e largo fra lo Serchio
e·lla citate de Lucca, longhezze [...], latezze [...] Tutto questo lavoriero fu espedito in notte una.
Quanno la matina missore Malatesta, paratis omnibus copiis tam ad pugnam quam etiam ad
grasciam, transivit aquam diluculo, non potens transire ex impedimento valli, miratus
stupefactusque retrocessit meavitque, per ripam fluminis ascendens, deditque circuitum miliaribus
decem ferme, ibique improvise pisanum exercitum invasit. Tum vero, facta resistenzia factoque
ingenti Florentinorum impetu, fessi Florentini terga dederunt. Multi cadunt, multi capiuntur. Vix
Malatesta cum aliquibus evasit. Omnis eorum copia militibus preda fuit. Alla fine Pisani venzero
Lucca per forza de fame. Fi' allo dìe presente la tiengo. Fiorentini, vedennosi così confusi, chiamaro
per capitanio de guerra e signore missore Gottifredo, conte de Brenna, duca de Atena; imperciò che
era omo savio e potente, della casa de Francia. Quanno missore Gottifredo abbe recepute lettere,
forte fu alegro. Sallìo a cavallo con soa iente, da cinqueciento cavalieri, con salmaria e granne
arnese. Ritto per lo camino ne veo. Entra nella citate de Fiorenza e a pacifico [...] senza tumuito, de
concordia dello Consiglio, recipéo la signoria perpetuale. Ora comenza a reiere lo duca. Fortemente
guida. La prima cosa che fecessi fu che esso trasse de presone missore Pietro Zaccone delli Tarlati,
signore de Arezzo, e sì·llo liberao de cattivitate, là dove era perpetualmente deputato. Ora vedesi le
granne e ricche ambasciate che li venivano per tutta Toscana. In Arezzo mise la signoria. Abbe
Pistoia, San Miniato, Vulterra e Prato. Apparecchiavase tutta Toscana avere, duca essere voleva de
Toscana. Con Pisani stette queto, sì che molesta de·llà non se sentiva. Resse assai aspero e bona
spene a Fiorentini daieva. Puoi che abbe receputa la signoria, liberamente significao in diverzi paesi
la soa gloria. Fra li quali mannao uno vescovo de Francia a Filippo re in Parisci, sio parente. Lo
vescovo disse como lo duca avea la signoria de Fiorenza. A ciò respuse lo re Filippo e disse:
“Piaceme assai”. Puoi domannao e disse: “Hao fatta novitate alcuna Gottifredo lo duca?” Respuse
lo vescovo e disse: “Hao mutate le porte, ca hao serrate le porte vecchie e fatte le nove, e sopre le
novelle porte hao fatte belle torre e aite”. Disse lo re: “Di' a Gottifredo conte de Brenna che Filippo
de Valosi lo prega che esso se studii de essere signore delle coraiora delle iente e non delli torri”.
L'aitra ambasciata fece uno cavalieri, lo quale gìo allo re Ruberto in Napoli, de chi ditto ène de
sopre. Anche non era de questa vita passato. Annunziao lo cavalieri allo re la nobile signoria de sio
parente, lo duca Gottifredo. Respuse lo re e disse: “Noi bene vorramo che Gottifredo da tanto fussi”.
Puoi domannao: “Dove posa lo duca? Posa in Santa Croce?” Respuse lo cavalieri e disse: “No.
Anche posa nello bello palazzo delli Anziani”. Lo re scrullao la testa e disse: “Non fao bene. Va' e
dilli che repona li priori de Fiorenza in sio palazzo e in soa nobilitate. Renna la onoranza allo
puopolo”. Questo duca fu signore mesi dieci, puoi fu de Fiorenza detoperosamente cacciato. Le
cascioni perché fu cacciato fuoro queste. In prima usava grannissima crudelitate. Senza remedio
occideva la iente. Avea con seco uno officiale, lo quale se diceva conservatore, missore Guiglielmo
de Ascisci. Cavalieri e iudice era. Questo missore Guiglielmo era uno roscio venenoso. Quanno
manicava, faceva denanzi a sé senza misericordia martoriare le perzone e facevale smembrare e
morire dello martorio. Avea uno sio figlio cavalieri, iovine de dodici anni, moito agnelica creatura,
ma semplice. Quanno l'omo era posato dello martorio, questo sio figlio lo faceva sostenere e diceva:
“Deh, dalli un aitro crullo per mio amore! Aizalo su!” A moiti questo fece, donne moiti ne moriero.
Peio era lo patre che Dionisi tiranno de Cecilia. Ora procede lo crudele conservatore e taglia teste,
appenne, occide senza misericordia. E che più, li buoni populari de Fiorenza vestuti con vari e con
panni onorati appiccava denanti alle loro case. Appiccao Nardo de Cenne vascellaro, lo quale fu
delli più avanzarani populari de Fiorenza per soa ricchezza; ad onne tratto prestava allo Communo
ciento milia fiorini. Moiti fuoro li aitri. Puoi questo signore usava moita avarizia. Onne moneta de
iente struieva e consumava onne perzona. Tutta la moneta traieva de mano alli mercatanti. Aveva
con seco uno pessimo e crudele omo, fiorentino de nativitate; ma era stato anticamente cacciato
perpetuale per le soie faizitate e inganni. Questo fu ià sio compagnone in arme, in viaii. Avealo
redutto in stato, in grazia soa e de Fiorentini. Sere Errigo Fegi avea nome. Questo sere Errigo Fegi
era sopre la gabella e era tanto sottile spirito in trovare moneta, che là donne esso traieva lo fiorino
aitri non poteva traiere lo vaco dello miglio. Tutta dìe devisava gabelle. Mai non vedesti sì diabolico
spirito. Più era questo sottile nella gabella che non fu Aristotile nella filosofia. Per la cui
introduzzione onne guadagno, onne capitagna entrava in Communo. Per questo li mercatanti se
reputavano deserti. Puoi questo duca usava moita lentezza in fatti de Fiorentini. Sopre Pisa non
faceva cosa nulla de novitate. Lassao perdere Lucca e l'onore de Fiorenza non recuperava. Li staii, li
quali teneva missore Mastino per la compara de Lucca, non recoglieva, anche li lassava stare senza
menzione. Suoi sollati facevano li moiti deviti per Fiorenza, non pacavano. Esso ne mannava tutta
la moneta in sio paiese. Treciento milia fiorini ne fuoro tratti, li quali fuoro per mare derobati a
Monaco, lo forte castiello fra Genova e Marzilia. Puoi se apparecchiava a fare uno nobile castiello.
Forte faceva murare drento dalla citate. Lo palazzo delli priori voleva comprennere. Queste
connizioni consideranno li citatini de Fiorenza forte se duoglio della signoria. Secretamente cercano
via de darela per terra. Male se pò per la granne forestaria la quale avea. Lo primo che questa
coniurazione fece sentire fu uno corazzaro, lo quale gìo allo duca, como cenava, e disse: “Voi
devete essere muorto”. Lo duca: “Da chi?” “Dallo puopolo”. “Quanno?” “Lo dìe de santo Iacovo”.
“In que muodo?” “Quanno cavalcarete per la terra, verrao uno currieri contrafatto e porierao a voi
lettere. Mentre che le leierete, verrao uno e stennerao sio arco turchesco e percoteraote de una
frezza. Dallo lato starrao uno con uno spontone. Dallo aitro verrao uno con uno stuocco. Puoi se
gridarao:"Puopolo, puopolo!"”. Disse lo duca: “Questo da chi sai?” Disse lo corazzaro: “Da mea
mogliera”. La moglie lo sapeva da una femina de preite. La femina dello preite venne e·llo preite e
stette presente lo corazzaro. No·llillo sappe provare. Lo corazzaro fu tenagliato per Fiorenza con
tenaglie refocate. Puoi, po' esso, veniva lo preite a cavallo in una mula con chierica rasa, con corona
de oliva in capo, con guanti de camoscio in mano. Vaco sonanno tromme e trommette. Lo corazzaro
fu per la canna appeso. Onne iente temeva de tale ioco. La prima festa che venne, armao tutta soa
forestaria e in mieso de doi suoi nepoti a bello galoppo tutta Fiorenza curze. Denanti a sé menava li
nuobili de Fiorenza desarmati. Ora cresce l'opera dello castiello. Uno sabato, da vespero, currevano
anni Domini MCCCXLII[I], appresso dello palazzo de priori fu fatta una meschia. Subitamente
voce veo: “A l'arme, a l'arme! Puopolo, puopolo!” Tutto lo puopolo de Fiorenza fu armato. Fuoro
alle mano lo puopolo colli sollati. Li sollati fuoro perdienti. Lassano li cavalli nello piazzale dello
palazzo delli priori e per le valestra tutti ne entraro lo palazzo. Quattordici centinara de perzone se
renchiusero in quello bello palazzo. Allo torno le strade fuoro sbancate de banche de macellari. La
notte lo primo che·nne escìo de palazzo fu uno iudice sommoniaco - missore Simone de Norcia avea
nome - solo, armato de tutte arme. Sentuto che fu dalle guardie, non li vaize sio defennere, fu
occiso. Doiciento fiorini avea seco. Fu partuto in quattro parte. Ad onne Anziano ne fu presentata
una parte. Erano fatti quattro Anziani populari, li quali fussino sopre tutte cose. Fatto dìe, lo
puopolo commatte lo palazzo. Iettano fuoco alla porta. Non vaize loro reparo, né con acqua né con
aitro argumento. Tutta la porta fiariava e fu consumata. Alquanti dìe se tenne lo duca renchiuso con
soa iente in quello palazzo. Alla fine lo fetore dello sterco e della orina granne era. Meglio veniva
de morire che morire de fetore. Non potevano campare. Granne mormorazione faco li sollati allo
duca. In questo se tratta patti. Lo puopolo stao fore allo palazzo, armato; crudamente grida. Puoi
chiamano che volevano lo conservatore in mano, lo crudele missore Guiglielmo de Ascisci. Ciò
vedenno lo duca, che per aitra via non poteva campare, commannao che missore Guiglielmo essissi
fòra. Poni cura que fece lo crudele patre per volere campare. Voize che sio figlio issi denanzi da
esso per mitigare, muorto lo figlio, la ira dello puopolo sopre de si. Quanno lo iovinetto figlio patris
precepto vao denanti, appriesso della porta, como l'aino allo maciello, bene conosce soa morte, bene
conosce la poca pietate dello patre. Volve la testa e dice: “Ahi patre, dove me manni?” Dice lo
patre: “Va' securamente”. Como fu alla porta, fu receputo dallo irato puopolo nelle ponte delle
spade. Uno preite fu lo primo che·lli smembrao lo vraccio colla spalla e disse: “Ecco la mea parte.
Io non voglio più messa cantare”. Sacci ca questo iovinetto despiacere allo preite fece. Tal taglia, tal
mozza. Milli vocconi ne fuoro fatti. Po' lo figlio veo lo patre moito onoratamente vestuto con vari.
Uno calice d'ariento avea 'naorato in mano colla ostia. Male volentieri veniva; ma quelli de drento lo
premevano, quelli de fòra lo tiravano. Così lo tagliano como foglia menutelle. La carne soa e dello
figlio fu portata per Fiorenza e fu vennuta a peso e fu arrostita; e fu chi ne manicao. Sacci ca forte
aveano patiti questi, quanno recipeano cutale mesure. Allo duca non fu fatto male nella perzona,
ca·llo conte Simone de Casentino collo Communo de Siena trattao li patti e sì·llo trasse, salva la
perzona, de sio palazzo de notte con da cinquanta perzone. Questo fu lo dìe de santa Anna. Puoi lo
menao in sio contado e sì·lli fece renunzare la signoria de Fiorenza. Allora cavalcao lo duca e venne
a Bologna poveramente, tutto derobato. Da Bologna se partìo e gìone in sio paiese. Granne
detoperio abbe, granne abbe danno. Più de CCCC perzone de suoi sollati ce fuoro morte e derobate.
Missore Ianni de Braio e missore Caucassaso, doi suoi granni baroni e parienti, fuoro a fierro
muorti. Missore Ceretieri delli Visdomini, sio consiglieri, fugìo e aizao la più corta. Sere Errigo
Fegi, lo sottile gabellieri, fu preso in abito de frate bianco umiliato e sì fu spogliato nudo. Era grasso
e gruosso più che uno terribile puorco. Fu sparato e fu appeso per li piedi. Granne destrazio li zitielli
facevano de lui, iettavanolli prete e loto e percoteanollo con bastoni. Fiorenza fu retornata a
puopolo, lo stato pacifico e communo. Lo duca ne gìo in Francia, in sio paiese. Alla fine morìo nella
vattaglia la quale fu fatta fra lo re de Francia e·llo re de Egnilterra; nello quale stormo Iuvanni re de
Francia fu presone, como se dicerao. Currevano anni Domini MCCC[...] Questo duca de Atena fu
occiso in quella vattaglia. Tal fine abbe lo duca de Atena signore de Fiorenza.
Cap. XIII
Della crociata la quale fu fatta in Turchia alle Esmirre.
Quanno fu fatta la crociata sopre la Turchia ad uno luoco oitra mare lo quale se dice Esmirre, la
quale crociata commosse tutta Cristianitate, la novella fu per questa via. Sapemo che la terra
abitabile se divide in tre parte: Asia, Africa e Europa. Queste tre parti della terra divide lo mare, lo
quale iace in mieso, a muodo de una mesa croce. In questa Asia ène una provincia piccola e moito
bella e opulenta infra le aitre, la quale hao nome Turchia; que Turchia ène la prima delle aitre
provincie de Asia e ène confinata con noi. Hao sette citati. La prima hao nome Esmirre. Questa stao
canto mare nella ponta della terra e ène citate destrutta nella piana e ènese redutta nello monte, da
longa dalla veglia citate miglia cinque. La secunna hao nome Aito Luoco, là dove stao la tomma
dello biato santo Ianni vagnelista, là dove santo Ianni scrisse la Pocalissi. E veo tanto a dicere Aito
Luoco quanto che aito favellare, ché santo Ianni aitamente parlao in soie profezie. La terza citate
hao nome Pergamo, dove nato fu lo soprano miedico Galieno. La quarta hao nome Efeso. La quinta
hao nome Filadelfia. La sesta hao nome Frigia. La settima hao nome Pamfilia. Queste sette citate
fuoro de Cristiani e fuoro fatte bone vescovata ordinate per lo biato santo Ianni vagnelista. Ma allo
dìe de oie per li peccati nuostri so' de infideli le sei. La settima, cioè Filadelfia, ène de Cristiani. Ène
spartuta un poco dalle aitre per uno vraccio de mare. Serve a Cristo glorioso. Nella contrada de
Romania era uno imperatore de Constantinopoli lo quale avea nome Parialoco. Sio figlio avea nome
Catacucino. Questo Parialoco avea moito granne fede a uno Cristiano lo quale avea nome missore
Martino Zaccaria de Genova, lo quale era nobile e valente mastro de guerra. Fecelo sio armiraglio
de mare. Tutta la contrada dello mare guardiava in servizio de Parialoco. Granne onore renne a sio
signore. Navi e iente avea a sio piacere. Puoi questo Parialoco donao a missore Martino per soa
spenzaria una isola moito bella e nobile, de granne frutto, cioène l'isola de Chio. De quella isola veo
la mastice, quanta ne ène. Là cresco li arbori delle lacrime, delli quali la mastice se fao. Granne era
la baronia de missore Martino. Là demora con soa famiglia e masnata granne e manente. Accadde
che Turchi tuolzero a Genovesi una terra canto mare, la quale se dice Fogliara Vecchia. Puoi li
toizero Metellina, la quale stao dalli confini de Atena in Grecia, dove fu lo Studio. Puoi li assediaro
per mare e per terra la citate de Pera. Per onne via la volevano. No·lli poteva campare. Missore
Martino, consideranno l'onta de suoi citadini, anche lo danno, più no·llo poteva patere. Armao soie
galee con suoi valestrieri e bella oste e destra iovinaglia. Vao per mare, e infoderao Pera, e leva
dell'oste Turchi, e moito danno li fece. Puoi vetao che nullo mercatante turco usassi in sio terreno,
nella isola de Chio. Nella ponta della provincia de Turchia signoriavano tre grannissimi baroni. Frati
carnali erano. Lo primo avea nome Morbasciano, lo secunno avea nome Cherubino, lo terzo avea
nome Orcano. Questi signoriavano la citate delle Esmirre e Aito Luoco e moite terre. Questo
Morbasciano faceva cogliere lo passaio e la gabella delle mercatantie le quale passavano per mare
canto sio terreno. E coglievase lo passaio in quella ponta dove oie Veneziani haco edificata la citate
delle Esmirre, nella pianura canto mare dove fu la citate antica. Questi passaieri e gabellieri non
reguardavano alcuno, spezialmente li mercatanti de Venezia. Quanto volevano aizare lo pedag[g]io,
tanto lo aizavano. Onne Veneziano se reputava sforzato per questi passaieri. Non valeva rechiamo
che facessino a Morbasciano. Accadde che in quella [...] Veneziani. Stava l'oste sopra Negroponte.
Intorno intorno guastava lo paiese, olive, vigne, arbori fruttevili; serrano le strade. Per la moita iente
Negroponte affamava. Era in Negroponte lo patriarca de Ierusalem - don Manuello Camorsino avea
nome -, veneziano, frate de santo Francesco, omo mannifico, de granne senno e onesta vita. Forte se
vergognava essere assediato con tanta bona iente. Non sao qual via prenna per campare. Po' alcuno
tiempo, non troppo, viddero navi che apparevano per mare. Dodici fuoro le galee, lo confallone de
Santo Marco de Venezia. Missore Pietro Zeno, lo vittorioso e franco capitanio, era loro connuttore.
Quanno questi Turchi sentiero l'armata de Veneziani che·sse accostava, levarose de campo e tornaro
a reto alle loro citate. La prima cosa forniero fortemente la ponta delle Esmirre, che là non potessino
Veneziani allo puorto fare capo. Levata l'oste de campo, esse fòra de Negroponte don Manuello, lo
patriarca, con cavalieri e pedoni, con vettuaglia de biscuotto e fava, carne secca e vino. Sequita li
Turchi. Entra in mare. Conubbe che·lla ponta delle Esmirre era guarnita. Non ce poteva arrivare.
Allora con tutta soa iente se posao dodici miglia da longa ad una isola che stao in mare, la quale se
dice isola de Cervia. Là se posao. Tre dìe stette con non poca suspizione. Po·lli tre dìe galee de
Veneziani e de Genovesi ionzero. Allora fecero una moito bella ordinanza de galee e vaco inver' le
Esmirre per averle. Lo puorto non potevano entrare. Lo luoco era forte. Le valestra e·lle frecce
iettavano. Non era via de entrare. Allora de queste galee se partiro alquante e esfilatose luongo
luongo canto mare a mano manca ivano queste galee caricate de tavole e portavano castella de
lename [...] patriarca abbe sio consiglio. Non demorao niente. Non voize avere speranza in solo lo
finire per mare. Fece fare intorno a questo luoco uno cegnimento de muro de preta. Onne perzona
mura caice, terra, prete della ruvina delle antique case, puro che vista aia de muro. Lo patriarca con
uno nobile cavalieri francesco, nome Fiore de Belgioia, pusero li fonnamenti con loro mano. Fecero
allo murato solo una porta inver' la Turchia. Guardava invierzo lo mare. Non avea muro. E cuoizero
tanto terreno quanto fussi una piccola citatella. Là allocaro la iente. Vedesi capanne fare, la piazza,
lo mercatale, lo cagno della moneta. Tal fao vidanna, tal venne, tal compara. Anche renchiusero
drento acqua doice, viva fontana. Puoi fu fatto intorno a questo murato, per più fortezze, una fossa
moito esmesuratamente larga, sì che, quanno era bisuogno, metteva lo mare intorno allo luoco. Se
alcuna nave veniva per mare con grascia, secura non veniva, perché curzali de Turchi anche
giravano lo mare. Moito danno facevano. Puoi che saputo fu che·llo luoco delle Esmirre era
fonnato, allora la grascia veo dalle avitazioni intorno. Viengo con fodero quelli de Modone, quelli
de Corone, quelli de Patrasso, quelli de Malvasia, quelli de Fogliara e quelli de Filadelfia. Quanno
Morbasciano abbe saputo che·lla ponta delle Esmirre aveano venta Veneziani, mannao soie
ambasciate per tutta Turchia. Tutta Turchia curre allo reparo. La adunanza se fao de Turchi alle
fortezze della montagna invierzo Aito Luoco. Più 'nanti non viengo, salvo non fussi per badalucco
fare. Ora vedesi onne dìe currerie fare. Curro Cristiani, predano, robbano. Curro Turchi, lo simile
faco. Imbuscanose, fiero de sùbito furiosamente, fugo voitannose. Granne danno faco. Moito bene li
vedeva omo descegnere e sallire per la montagna l'uno po' l'aitro a filo a filo. Avevano loro ronzini
piccoli, moito currienti, piccole teste, ferrati delli piedi denanti, dereto desferrati. Così currevano.
Parevano daini alesantrini. La maiure parte de questi Turchi portavano, loro usanza, vestimenta
bianche de panno de lino, larghe le maniche e longhe, corte a mesa gamma. Nulla defferenzia ène
dalle cotte delli chierici. In capo capielli bianchi collo pizzo luongo a muodo dello cuollo de
cicogna. Varve avevano foite e luonghi capelli. In vraccio una rotella lavorata atorno a muodo de
uno grannissimo taglieri, ingessata. Questi soco loro pavesi. Da lato portavano spade turchesche
moito fornite; e non haco ponta e soco alcuna cosa piecate dallo lommo, lo pietto tagliente. Anche
gran parte de loro portava lance con uno fierro pulitissimo, moito fortemente lato; alcuno era
'naorato. Da lato portavano arcora e turcassi con frezze. Deh, quanto granne male con loro frezzate
facevano! De quelle frezze era alcuna nella quale stava avvolto uno filo d'aoro; ché la freccia
dignitate avea. Anche ce erano fra essi moiti armati con iubbe doppie de panno incerato, larghe,
lavorate con belli lavorieri, coperte de sannati e de ballacchini. Ora se comenza la dura e aspera
guerra per terra e per mare. Entra in mare missore Pietro Zeno de Venezia e vao attornianno tutta la
Turchia. Arde le terre canto mare. Là dove sio stuolo se posa non hao reparo. Puoi li venne alle
mano una bella caienza e nova pescascione. Cinque legni de Turchia currevano la marina e
menavano Griechi e Greche, li quali avevano presi con loro bieni, pecora, vestiame e aitro arnese.
Questi Griechi erano delle ville canto la marina. Erano presi da Turchi e derobati. Loro ville erano
arze. Quanno missore Pietro vidde questi legni da longa, conubbe la soa ventura. Aiza le vele de
soie galee allo viento. Così le ionze como fao lo sparvieri la quaglia. E conoscenno che preda
portavano disse: “E pateremo tanto detoperio?” Dodici galee avea. Ferivano soie galee dalla proda
nello ventre delli legni de Turchi e affonnavanolli in mare. Erano quelli legni non granni. Tre ne
fuoro affonnati in pelago con ciò che drento era. Non ne campao anima vivente. Li doi legni fuoro
intorniati e presi. Nell'uno stava lo ameli dello mare, che veo a dicere mastro e signore. Avea nome
Mostafà. Queste doi non fuoro sfonnate, perché non fecero alcuna resistenzia. Parze meglio
servareli vivi. Quanno se traievano li Turchi delli loro legni, ad uno ad uno se legavano in canna con
una corda. Onneuno incrocicchiava le mano allo pietto e inchinavanose, como fecessino reverenzia,
e dicevano: “Ano stavròs, stavròs”; quasi veo a dicere: “Perdonetece, ca volemo la croce e essere
cristiani”. Ora ne torna lo franco guerriero, missore Pietro Zeno, con questa caccia alle Esmirre.
Mentre questo Mostafà stava in presone, una lettera in soa lengua li venne da una soa donna. Drento
nella lettera era uno cierro de capelli moito bionni. Puoi cavalcava missore Pietro Zeno per terra e
fao granne danno. Vao pericolanno tutte quelle locora de Turchi, quelle castellanze. Li fao troppo
granne paura. Quanno missore Pietro Zeno cavalca per terra, missore Martino Zaccaria guerrea per
mare e quanno l'uno per mare, l'aitro per terra, tempestano e pericolano Turchia. Non li puoto
resistere le fortezze de sopre ad Aito Luoco. Se apparecchiano de resistere Turchi. Missore Pietro
Zeno de Venezia e missore Martino Zaccaria de Genova erano doi franchi capitanii, sufficienti ad
onne fatto, luonghi como doi aste, macri e bruni, bene armati ed assettati. Defetto infra li Cristiani
fu che non aveano iente da cavallo. Poca iente da cavallo con essi era. Erance lo sufficiente
conestavile todesco, de chi de sopra ditto ène, lo Malerva, lo quale po' la sconfitta de Parabianco
nelli campi de Milano per voto era venuto a servire con vinticinque cavalieri a soie spese uno anno.
Erance missore Nolfo, lo nepote dello re de Cipri, con cinquanta uomini da cavallo, tutti cavalieri a
speroni d'aoro, perzone de gran fatto. Erance lo patriarca, missore Manuello Camorsino de Venezia,
frate minore. Erance uno nobilissimo barone de Francia: Fiore de Belgioia avea nome. Questo Fiore
de Belgioia se trovao a fonnare le mura collo patriarca, como ditto ène. Pedoni ce erano da quinnici
milia, non armati così sufficientemente como se deo; perché la cosa non era penzata, e in longa
contrada. Era dello mese de iennaro, anno Domini MCCCXLV, in dìe della festivitate de santo
Antonio. Sentìo lo patriarca che la iente de Turchi era moitiplicata in tanto che credeva essere
assaitato drento dallo sio redutto. De ciò abbe ferma fede. Auto consiglio colli maiuri della
Cristianitate, cioène missore Pietro Zeno, missore Martino Zaccaria, Fiore de Belgioia de Francia,
missore Nolfo de Cipri, Malerva conestavile lo Alemanno, fu deliverato de non mostrarese timorosi,
anche fare resistenzia a muodo de uomini costanti. Era una chiesia antiquissima, la quale hao nome
Santo Ianni. Dicesi che·llo biato santo Ianni la edificao. Questa chiesia fu lo vescovato de quella
terra 'nanti che fussi destrutta la citate, mentre che se avitava da Cristiani. Po' la destruzzione era
remasa campestre. Questa chiesia era da doi valestrate longa dallo muro noviello. Non era coita
drento dallo cegnimento. In questa chiesia entrao lo patriarca colli sopraditti baroni in numero de
quaranta. Moito rengraziano Dio de tanto beneficio, ché haco recuperata la chiesia de Cristiani, la
quale era perduta. Ammirano le mura, la treuna, la aitezza e benedico Dio e santo Ianni, ché soa
chiesia haco recuperata. Puoi là fu celebrata la messa con grannissima solennitate. Con lacrime,
devozione e alegrezze pregano Dio che così succeda in tutta Turchia. In doi muodi rasciona la iente
de questa novitate. Alcuno dice: mentre che lo patriarca colli quaranta sopraditti cantava la messa, li
Turchi venivano in granne moititudine queti per la costa, nascuosti fra li arbori, e entraro nella
chiesia de Santo Ianni e là, mentre la messa se cantava, presero li sopraditti quaranta e là sì·lli
occisero e decapitaroli. Né succurzo non àbbero, perché·lla iente da pede era alcuna cosa lontana.
Alcuno me dice per aitra via, e ène verisimile. Disse ca·llo vidde perzonalmente, e ciò fermao per
sacramento. Disse questo, che nello dìe de santo Antonio de iennaro, nella chiesia de Santo Ianni
fore le Esmirre, fu cantata la messa con moita solennitate. Po' la messa lo patriarca predicao moito
bene e confortao li Cristiani a persequitare la iente infidele e recuperare le terre de Cristiani e
liberare le chiesie sette de mano de cani. Puoi disse: “Forza che Dio me volessi visitare, sacciate che
nella mea gamma ritta aio una sanice”. Puoi fece la croce e deo soa benedizzione a tutto quello
puopolo. Da quinnici milia Cristiani erano da pede. Po' questo se armao de tutte arme: corazze, falle
e maniche, una varvuta in testa, cossali de fierro tutti lavorati. De sopre dalle arme se iettao uno
ricco manto vescovile, lo quale se dice piviale, tutto lavorato a seta e aoro fino filato, adornato de
perne e prete preziose, como se conveo a così aito prelato. In mano una spada nuda lucente teneva.
A cavallo in uno potente destrieri ben pareva barone. Dao de speroni e vao allo martirio de buono
core. Sequita po' esso missore Pietro Zeno de Venezia e missore Martino Zaccaria de Genova,
armati, adornati, como puoi credere. Lo loro essire alla vattaglia fu senza provisione. La iente non
era conestavilita. Bene aveano sentito lo romore delli Turchi, ma non credevano che tanto da priesso
fussino li aguaiti e·lle poste fra essi. Como iessiro, non tennero la deritta via, anche dechinaro alla
sinistra per la più largura. Lo puopolo buono piezzo po' essi tenne dalla parte destra. Credevanose
sequitare chi non iva denanzi. Quanto più vaco meno trovano. Erano quelle locora non domestiche,
anche paurose per li moiti impedimenti de mura rotte, fonnamenti de case e de torri; locora senza
vie, locora da intanare iente. Quanno li tre, lo patriarca, missore Pietro Zeno, missore Martino
Zaccaria, fuoro alquanto delongati, se retrovaro soli senza sequito nello laberinto delle deserte case.
Là de sùbito se descopre la posta de Turchi. Senza romore fuoro intorniati. No·lli vaize scrullare
loro spade, no·lli vaize loro defesa. Fuoro in terra da cavallo. Loro teste subitamente fuoro partite
dallo vusto. Tre baroni recipero lo santo martirio e fuoro fatti cavalieri de Cristo. Quelli cani turchi
le loro teste ne portaro. Portarone le arme loro e li belli adornamenti. Anche ne menaro li loro
destrieri. Le corpora nude in terra lassaro. Ad presulem tamen plangibilior casus fuit. Nam eques
insuper - Dardo nomen erat - in virum sacrum sceleratas primum manus iniecit clavaque ferrea
ictus ictibus cumulans moribundum semianimemque pontificem leva tenuit arreptoque gladio caput
obtruncat, nudatumque cadaver ad terram prolapsum dimisit venerabilemque calvariam ornato
involvens pallio ad suos abiit. Ora esse fòra pienamente la iente. Nella escita fu saputa la morte
dello patriarca e delli doi canfioni, perché fuoro trovate le corpora dalla codata dello stuolo. Granne
è la tristezza, granne è lo pianto, maiure la vergogna de tornare. Ciascheuno otta de morire. Iesse
fòra alli nudi campi lo adorno cavalieri francesco, Fiore de Belgioia, adorno con arme smaitate,
lavorate de nobile maiesterio. Alegramente vao a prennere la corona. Iesse fore missore Nolfo,
nepote dello re de Cipri, adorno como reale. Iesse fòra Malerva lo Todesco, lo buono conestavile da
sessanta cavalieri. Dopo essi tutto l'aitro puopolo. Como fuoro alli discopierti campi, vedesi cavalli
currere, vedesi volare de frecce, iettare de lance, ferire de spade. Moita iente de·llà e de cà cade.
Non ce se trova reparo. Fiore de Belgioia non voize campare. Sperona sio destriero. Con una spada
in mano defennennose muorto cadde fra quella canaglia. Missore Nolfo, nepote dello re de Cipri, fu
passato da doi frezze e sì morìo. Malerva lo Todesco fu presone vivo. Vivo fu scorticato dalli cani.
Moiti Cristiani moriero, moiti ne fuoro presoni, moiti ne fuoro coronati dello santo martirio. Chi fu
arzo poco da longa dalle Esmirre, chi fu scorticato, chi fu decollato. Alla fine Cristiani non
potevano più sostenere. Daco la voita in reto e tornano alle Esmirre, e misero lo mare intorno alle
fosse e salvarose dallo furore de quelli cani li quali venivano taglianno e occidenno Cristiani e
prennenno. E così abbe fine lo occidere, chiuse le porte delle Esmirre e data l'acqua intorno. Infiniti
tamen ne fuoro muorti delli Turchi, presi e scorticati. Scoita bella novella! Disseme uno, lo quale
tutte queste cose vidde, che moiti Turchi fuoro presi, fra li quali ne fu alcuno moito grasso. Questo
così grasso scorticaro vivo e·llo cuoro lassaro cadere ioso como le brache e lassarolo. Como fu
lassato, gìo umilemente. Puoi che fu nello securo (vedere bene se poteva), voizese lo Turco
scorticato e con doi mano faceva le ficora alli Cristiani, sì rotonne che bastara che fossi stato de
agosto. Ora se chiudo Cristiani nelle Esmirre. Non haco caporale. Vao la novella alla citate de
Venezia, vao in corte de Roma, vao per tutta Cristianitate, vao denanti allo papa e alli cardinali.
Forte se dole la corte della acerva morte dello patriarca, della rotta de Cristiani. Uno granne
Consiglio fu fatto in Venezia fra li maiurienti e·llo duce. Fu deliverato che tutta loro potenzia
ponessino in vennicare l'onta de loro citatino, anche per vencere la pontaglia e tenere le Esmirre a
mano potente. Questo fare non se poteva senza vraccio papale. L'ambasciata de Veneziani fu
denanti allo papa in Avignone e domannaoli umilemente la crociata sopra Turchi. Papa Chimento
recipéo graziosamente questi ambasciatori e offerze soa voluntate bona. Allora vao la voce per tutta
Cristianitate della crociata fare: remissione de pena e de colpa a chi serviva, chi se moriva deritto ne
iva alli piedi de Dio non piecanno né da lato manco né da lato ritto. Predicata non fu questa crociata
per li puosti dalla Chiesia, né servato l'ordine lo quale se devea servare, se non che sola tanto la
voce mosse la iente. Granne commozione fu fatta. Ora se apparecchia la moita iente a volere morire
per Dio: uomini, femine, frati, prieiti. Tal venne possessione, tale arnese. Movese chi hao la moneta;
chi non, la vao cercanno. Tale vao mennicanno per Dio per poterse connucere alla frontaglia. Nella
Cristianitate non fu citate, non fu castiello, non communanza che non ne venissi la moita iente. De
tale citate doiciento, de tale treciento, de tale cinqueciento, de tale milli. Considera quanta
moititudine fu! Anche se vestivano cutale camise bianche. De sopre aveano croci rosce de panno
roscio. Moito stavano conti per le piazze con così fatto vestimento. Tutte le strade vedevi renovare
de così fatta iente. Caminante onne perzona arriva ad Ancona. Là entra in mare e passa alle Esmirre.
Anche servavano aitra connizione, che li odiosi rennevano ferma pace, puoi se vestivano lo
sopraditto abito. Quanno papa Chimento vidde tanta commozione e che retenere non se poteva,
parzeli meglio dare a tanta moititudine capo, ca senza capo tanto puopolo bene non stava.
Commannao a missore Guido, dalfino de Vienna, che questo peso portassi. Obedìo lo dalfino allo
santo patre. Prenne lo confallone della croce e con soa cavallaria passa la Provenza. Veo in Italia.
Arriva ad Ancona, da Ancona a Negroponte. Per lo camino soa moglie, la soa donna, morìo. Intanto
alle Esmirre iogne lo granne puopolo. Tutto dìe le nave de Veneziani questa iente portavano.
Quanta moneta guadagnavano quelle navi! Quanto scorticavano! De uno vile bagattino non
facevano cortesia. Viengo quelli de Modone, quelli de Corone, quelli de Fogliara, quelli de
Patrasso, quelli de Malvasia. Veo la bella e onorata iente de Filadelfia bene a cavallo, bene armata.
In questo mieso moiti badalucchi fuoro fatti per la libertate dello ire, non senza danno. Piacque
intanto a Veneziani de fare alcuna triegua fine che lo dalfino venuto fussi. La ambasciata ne gìo ad
Aito Luoco da parte de Veneziani per la triegua. Demannavano le Esmirre interamente. Quanno la
ambasciata fu ionta, Morbasciano iaceva in terra appoiato sopra lo sinistro vraccio e sì pranzava.
Grasso era tanto esmesuratamente che pareva votticiello lo sio ventre; vestuto de bisso moito
nobilemente lavorato a seta. Denanti li venivano scudella de preta storiate, lucente, piene de vidanna
con zuccaro, latte de miennole, ova e spezie e risi. E sì teneva in mano uno cucchiaro d'aoro e
fortemente devorava. Odita che abbe la ambasciata, non se levao suso da sio pranzo, ma fra l'aitre
paravole disse: “Noi sapemo bene che per certo lo dalfino sopra noi veo. Mentre che durano doi
nuostri prosperosi amici, li quali demorano fra la iente cristiana, noi non dubitamo”. Dissero li
ambasciatori: “Quali soco questi vuostri amici?” Respuse Morbasciano, né per interprete, anche in
lengua latina, e disse: “Soco Guelfo e Gebellino”. Intanto ionze lo dalfino de Vienna nelle Esmirre.
Trenta cavalieri avea, non più. De colpo, como ionze, così fece enzerrare le porte e teneva la iente a
freno; no·lli lassava avere libertate dello iessire. Presure currerie fuoro fatte. Moiti Turchi fuoro
presi. La iente ne venne moita de Roma, della Alamagna, de Francia, de Piccardia. Non ce remase
citate. Deciotto [...] durao questo assedio e questa pontaglia. Quinnici milia Cristiani ve·sse
retrovaro ad uno ponto. Po' questo comenzao la cosa a dechinare. Lo callo era granne, la polvere sì
granne che fi' a mesa gamma l'omo se ficcava nella polvere. La iente infermava forte, morivane
como le pecora. La carestia ce era granne. Lo mastro dello spidale de Rodi vetava che·lle navi de
Veneziani non venissino, anche mannava lo fodero e·lle arme alli Turchi. Donne la iente se turbava.
Gran parte se mette in mare e torna. Gran parte ne veo. Poca iente remaneva. Quanno la iente se
partiva, tutta la moneta che avevano li era toita per le guardie de Veneziani. Forte erano cercati. Lo
dalfino fonnao aitre mura più larghe con torri e con porte e fossati de bona e ferma preta. Là
Veneziani pusero loro guardiani, e fine allo dìe de oie là tiengo quella terra. Fatte queste nove e
secure mura, lo dalfino non abbe più luoco. Partìose dalle Esmirre e tornao in sio paiese. Aitra cosa
nulla de novitate fatta per esso non fu. Questo cutale fine abbe la cruciata alle Esmirre.
Cap. XIIII
Della sconfitta de Francia, là dove morze lo re de Boemia e·llo
re de Francia fu sconfitto dallo re de Egnilterra.
Currevano anni Domini MCCC[...] quanno fu fatta la orribile sconfitta in Francia, da priesso a
Parisci a otto leuce, allo monte de Carsis, e fu sconfitto Filippo de Valosi re de Francia e fu
vincitore Adoardo re de Egnilterra. La quale novitate fu per questa via. La cascione della guerra fra
lo re de Francia e·llo re de Egnilterra fu questa e aitra non. Fu uno re de Francia moito sapio e buono
e iusto lo quale abbe nome Filippo lo buono. Questo Filippo veramente abbe lo seno della croce
nella spalla ritta. Anche iocava collo lione sì domesticamente como alcuno iocara con uno
cacciulino. Questo re Filippo in soa veteranezze non se trovao erede maschio. Sola una figlia avea,
la quale deo per mogliera ad Adoardo re de Egnilterra. La reina Isabella era chiamata. Quanno
questo re Filippo venne a morte, non avenno figlio, non voize lassare sio reame senza governatore.
Era in Francia uno nobile conte, lo quale avea nome Filippo, de Valosi conte. Questo era sio
parente, non perciò della vera linea. Anche era lo più savio, saputo, scaitrito de senno de tutta
Francia. Anche era prode, ca era stato allo suollo in Lommardia. Lassao lo re questo conte de Valosi
sio fattore e despenzatore de tutto lo reame. Onne cosa li commise in mano. E così morìo e passao
de questa vita. Remase Filippo de Valosi. Comenzao a reiere lo reame bene e saviamente. E
vedenno che non avea contrario, vedenno che dello re non era figlio maschio, compusese colli
baroni dello reame, compusese collo papa e sì se fece incoronare. Fu onto e sacrato in Ruen e sio
figlio Ianni fu duca de Normannia. Da puoi che Adoardo re de Egnilterra sappe che Filippo avea
presa la corona de Francia, iurao per la maiestate de sio renno mai non dare posa a Franceschi fi' che
non racquistava lo reame lo quale decadeva a soa matre. Poco li valeva l'ambasciate, poco li valeva
losenghe, poco li valeva papa con soa corte. Allora mosse sio stuolo, sia granne oste, descenne per
Egnilterra e con sio navilio regale passa lo mare e venne in terra ferma, nello terreno de Francia. Lo
numero de soa iente fu diciotto milia uomini da cavallo, non più, trenta milia arcieri da pede,
considerati famigli, fanti, cuochi e tutta iente. Ène usanza de Englesi che onne famiglio della casa
hao un arco. Quanno lassa sio offizio, usa l'arco e stao per arcieri. Là fu lo re Adoardo. Là fu sio
figlio Adoardetto, prence de Gales. Là fu la reina, conti, cavalieri e baroni assai. Carrette aveano da
tre milia, piene de ciò che faceva mestieri a l'oste. Puoi che li Englesi àbbero passato lo mare, posati
in terra ferma, la prima cosa notabile che lo re Adoardo facessi fu che tutto sio navilio fece tornare
in Egnilterra. De ciò dubitao soa iente e dimannao: “Questo perché?” Respuse lo re e disse: “Io non
voglio che aiate speranza nello tornare. Siate prodi”. Puoi assediao una forte terra la quale era capo
de quelli paiesi - Salluppo avea nome - e sì·lla prese per forza e tennela per si. Puoi se ne venne
descennenno per la costa de Normannia, canto la marina. Terreno curze da più de doiciento miglia e
veo ardenno e refocanno ville e castella, predanno e occidenno. Non trova reparo. Da longa mustra
allo re Filippo lo granne danno che faceva. Moita iente prenneva e derobava. Dao per terra fortezze
e torri, chi ad esso contrastava. Puoi scrisse allo re Filippo che·llo aspettassi e che voleva essere con
esso a campo alla vattaglia, de ciò domannassi lo termine. Lo re Filippo domannao termine dìe
quinnici, non più, quanto esso mannassi per sio figlio Ianni. Ianni duca de Normannia stava in
Vascogna ad oste sopra un castiello lo quale hao nome Arpiglione. Là, sopra uno fiume, stava soa
potentissima oste. Trabacche e paviglioni e onne guarnimento abannonao in campo, da puoi che
abbe inteso lo commannamento de sio patre. Nulla demoranza fece. Mossese con soa granne iente.
Solamente ne portao l'arme e·lli cavalli. Forte cavalca dìe quinnici. Non vaize sio forte cavalcare,
ca, quanno ionze, erano passati dìe trenta, la baratta era fornita. Non potéo a sio patre dare succurzo.
Non potéo essere alla sembiaglia. Ora tornemo alla materia. Lo re Filippo, avenno promesso de
essere allo campo, ben sapeva che suoi baroni non li erano leali. Ben sapeva che soa baronia avea
tratti li Englesi e allocatili in mieso de Francia. Troppo se dole che vede suoi nimici liberamente
vagare per tutta la Francia, senza reparo. Puro se fornisce de iente assai e bona. Abbe da ciento milia
cavalieri. Abbe da dodici milia pedoni. Abbe lo re de Boemia - Ianni abbe nome - con milli
Todeschi. Questo re Ianni se delettava de ire a suollo. Anche abbe lo re de Maiorica - Ianni nome -,
lo quale era cacciato de sio reame. Stava e prenneva suollo. Anche abbe Ludovico conte de
Flandria, lo quale era cacciato de sio contado. Anche abbe missore Ottone de Oria e missore Carlo
delli Grimaldi con cinque milia valestrieri genovesi. Moiti abbe conti e baroni e iente assai. Ora ne
veo lo re de Egnilterra con sio sfuorzo e ionze de notte in una valle larghissima la quale stao
appriesso de Parisci otto leghe. Quella valle iace fra uno castiello lo quale se dice Monte de Carsia.
Da l'aitro lato stao una villa de più de quattro milia perzone la quale hao nome Albavilla. Fra queste
doi terre, nelli campi piani, a pede alla costa de Carsia, allocao tutta la soa iente e puse soa oste.
Quanno questa iente ionta fu e l'oste allocata, notte era e era l'ora che sonava la squilla. Li currieri
che 'nanti curzero e·lli spioni, li quali se accostaro a Parisci e a San Dionisi, odiero le campane de
San Dionisi de Francia e·lle campane de Santa Maria delle Sciampelle che alla squilla sonavano.
Anche odiero tutti li matutini delli religiosi e delle capelle che dereto li sequitano. Quanno la
novella fu saputa in Parisci che·lli Englesi aveano puosto campo, tutta iente regale prese arme. E fu
tanta la moititudine, che l'armatura fu vennuta dociento fiorini. L'alba dello dìe se fece. Piacque allo
re Filippo che lo re de Boemia fussi capitanio generale e iessissi fòra allo reparo; e così fu. Iesse
fòra de Parisci Ianni re de Boemia, figlio de Errigo imperatore, Ianni re de Maiorica, Ludovico conte
de Flandria e tutta l'aitra baronia. Nello iessire fòra li Englesi guardavano da longa per la strada ritta
de Parisci, la quale stao in una adatta veduta. Guardanno li Englesi sentiero lo traiere fòra e la
venuta de Franceschi allo campo. Questo conubbero allo scianniare delli elmi lucienti e delli
cimieri, anche delle banniere le quale facevano alli ragi dello sole che nasceva. Allora operze la
vista Adoardo e conubbe infallibilemente che vattaglia non poteva schifare. E considerata la
moititudine de Franceschi, non è maraviglia che affrissese un poco. Dubitao e ruppe voce e disse:
“Ahi Dio, aiutame”. Puoi prestamente, fra poca de ora, fece attorniare soa oste con bone catene de
fierro, con pali de fierro moito spessi, ficcati in terra. Questo attorniamento era fatto alla rotonna, a
muodo de uno fierro de cavallo, da onne parte chiuso, salvo che denanti li lassao uno granne guado,
a muodo de porta, per fare l'entrate e·lle iessute. Puoi ce fece carvonara cupe, là dove lo luoco era
debile. Onne Englese avea opera. Puoi attorniao queste catene colle carrette le quale aveano menate.
Puse l'una carretta allato a l'aitra e·lli tomoni aizao deritti in airo. Bene pareva una bona citate
murata, sì staievano le carrette spesse. Puoi ordinao soa iente così. Dallo lato sinistro, nella costa de
Carsì, era una montatella. Là era un poco de selvotta. Erance anco lo grano, lo quale non era metuto.
Era dello mese de settiembro, a dìe tre. Per le granne freddure in quello paiese lo settiembro lo
grano se matura. Là in quella selvotta e fra lo grano nascuse e allocao dieci milia arcieri de
Egnilterra da pede. Puoi puse ad onne carretta un barile pieno de saiette. Ad onne barile deo doi
valestrieri. Puoi puse fòra della soa oste cinqueciento cavalieri de buono appriesto. Loro capitanio
fu Adoardo principe de Gales, sio figlio. Questa fu la prima vattaglia. Dereto a questi cinqueciento
puse doi ale, ciascheuna de cinqueciento buoni cavalieri, l'una dallo lato ritto, l'aitra dallo lato
manco. Po' questi cinqueciento ne puse milli. Questa fu la terza vattaglia. Po' questi milli reservaose
con tutta l'aitra cavallaria drento da l'oste, drento dalle catene. Questo fatto, confortao li suoi e
accommannaose a Dio e disse: “Ahi sir Dio, defienni e aiuta la rascione”. Questa fu soa
conestavilia. Questa fu soa bella ordinanza. De sabato fu, alli dìe tre de settiembro. Essìo fòra de
Parisci lo re de Boemia allo campo e pusese non moito da longa dalli Englesi. Era lo re de Boemia
pullino. Non vedeva bene. La prima cosa, dimannao della conestavilia dello re Adoardo. Quanno
intese così fatta conestavilia, subitamente disse: “Noi simo perdienti. Englesi perdire non puoco
senza nuostro granne danno”. Puoi demannao que tiempo fussi. Folli respuosto e ditto che sopra li
Englesi stava l'airo pulito como zaffino, sopra Franceschi stava lo tiempo atto a piovia. Allora disse:
“La vattaglia non fao per noi, fao per essi”. Puoi mannao la ambasciata allo re Filippo in Parisci.
L'ambasciatori dissero così: “Re Filippo, quanno piaccia alla aitezza vostra, la adosa non sia; ché
senza danno non è, utilitate nulla. Meglio veo che staiamo fermi alli passi. Lo re de Egnilterra
partire se vorrao. Quanno se partirao, noi li serremo dereto alle spalle. Averemo de esso mercato”.
Lo re Filippo fu forte turvato e fra le aitre paravole disse così: “Veome voluntate de annegare nella
acqua de Secana, quanno lo megliore capitanio dello munno hao paura”. Que paravole li
ambasciatori non celaro allo re de Boemia. Allora lo re de Boemia disse così: “Oie bene se parerao
ca io non aio paura. Anche bene se parerao ca·llo commattere ène più pascia che ardire”. Allora
commannao che·lle vattaglie ordinate curressino. 'Nanti questo curzo (alquanto era) avea ordinate
nove vattaglie. Ma le tre fuoro le famose, le più principale. La prima vattaglia fu de missore Ottone
de Oria e missore Carlo delli Grimaldi, capitanii de cinque milia Genovesi, valestrieri da pede. La
secunna fu lo re de Maiorica collo conte de Flandria, con tre milia cavalieri. Puoi fuoro moite
particulare vattaglie. Puoi fu esso re de Boemia con milli Todeschi e quattro milia Franceschi e sio
figlio Carlo appriesso. La prima vattaglia che venissi allo campo la dimane tiempori fo li valestrieri
genovesi, numero de cinque milia. A questi fu commannato che montassino nella costa de Carsia
per soprastare alli Englesi; ma non venne fatto, ché·lli Englesi aveano occupato lo colle e puosti li
impedimenti fra lo grano. Dunqua se pusero in un aitro monticiello da longa. Puoi sopravenne una
sciagura; ché non valestravano, ca non potevano caricare le valestra. Era stata una poca de
pioverella. La terra era infusa, molle. Quanno volevano caricare le valestra, mettevano un pede nella
staffa. Lo pede sfuiva. Non potevano ficcare lo pede in terra. Allora se levao un bisbiglio infra li
Franceschi e dubitavano che·lli Genovesi fussino traditori, perché non aveano receputa la paca.
Dicevano: “Questi non valestraraco e se valestraraco, iettaranno aste senza fierro. Dunqua morano
Genovesi”. Questo dicenno Franceschi se muossero a furore contra li loro sollati. Traievano
crudamente de spade e de lance. Genovesi fuoro tutti occisi fi' ad uno. Mormoraose missore Ottone
allo re della morte de soa iente, lo quale respuse e disse: “Non avemo bisuogno de pedoni. Iente
avemo assai”. Questa fu la prima varatta. Cinque milia Genovesi fuoro occisi ad una ora. Ora se
avegìo le frontiere, le ponte delle vattaglie Ianni re de Maiorica a Adoardo duca de Gales. Nella
adosa fu sì granne lo strillare, sì granne lo romore e·llo scuoppio delle aste, che parze che doi
montagne se urtassino insiemmora. Tal dao, tal tolle. Sonano instrumenti, tromme, cornamuse assai.
In questa vattaglia fu una tale novitate. Lo prence de Gales avea speronato lo sio cavallo moito
drento dalli nimici. Solo granne danno faceva. Uno conte, lo quale se appellava lo conte Valentino,
lo vidde e conubbe. Cresese forte avere guadagnato. Per gran pesce prennere l'amo iettao. Accostao
sio cavallo quetamente e abracciao Adoardo prence de Gales. Puoi lo prese per le catenelle della
corazza e disse: “Tu si' mio presone”. Allora se ferma e fortemente lo traieva della schiera e
connucevalo in soa libera balìa. Mentre che così lo conte Valentino menava lo figlio dello re de
Egnilterra, sopravenne lo conte de Lancione, lo quale era frate carnale allo re Filippo, e vedenno che
Adoardetto era perduto, legato como pecorella, disse queste paravole forte iratamente: “Ahi conte
Valentino, como si' tu tanto ardito de menare in presone mio cusino?” E questo dicenno non
aspettao resposta nulla, anche se fionga e aizao una soa mazza de fierro inaorata, la quale teneva in
mano, e ferìo lo conte Valentino nella testa. E spessianno li colpi uno dopo l'aitro, lo conte
Valentino perdìo vigore. Lassao lo freno e·lle catenelle de Adoardetto e muorto cadde in terra de sio
cavallo. Allora Adoardetto, speronato, nimirum alegro tornao alla soa schiera, la quale ià avea
comenzato ad affiaccare. Questa novitate vidde Ludovico conte de Flandria, lo quale, como ditto
ène, era cacciato de sio contado, stava a suollo in Parisci per gran tiempo. Era omo veglio, perzona
bona e onesta. Amava moito lo re Filippo e sio onore. Conubbe che·llo tradimento era in mieso
della baronia de Francia. Più non potéo celare la soa voglia, che non dicessi lo vero. Soavemente
aizao la voce e disse: “Ahi conte Lancione, questa non è leanza né bontate la quale devete servare
alla corona. La guerra era venta dove l'hai fatta perduta”. Quanno lo conte Lancione odìo questo,
non voize odire più. Voize la testa de sio destrieri e con quella medesima mazza tanto colpiao lo
conte de Flandria vecchiarello, che·llo occise. O cruda cosa, che a questo simo connutti, che per
dicere lo vero e reprennere lo male fatto deggia omo perire. Non fu alcuno della compagnia dello
conte de Flandria tanto ardito che ne facessi fiato. Solo uno destretto famiglio sio, domestico, omo
da pede, de vile lenaio, vedenno tanta crudelitate, sguainao un sio stuocco e sì·llo impontao nello
ventre allo conte Lancione e sì·llo passao oitra in parte, sì che lo conte Lancione, traditore de sio
frate, là nello campo morìo. Questo famiglio, lo quale occise lo conte Lancione, gìo denanti allo re
Filippo e disse ca avea muorto sio frate per vennetta de sio signore e dello tradimento lo quale esso
fece, e questo provao per bona testimonianza. Questo odenno lo re Filippo li perdonao e de esso non
voize vennetta. Mentre queste cose se facevano, li arcieri englesi descennevano dalla costa infra lo
grano e non finavano de iettare frezze infra la cavallaria. Stienno l'arcora e saiettano:"Da, da, da".
Onne iente pericolavano. Nello lato manco sfonnavano li cavalli, donne l'oste fu moito mancata. La
iente feruta dao allo tornare. Li cavalli cado muorti. Li Englesi se fiongano. Quella vattaglia fu
perduta. Intanto moite fuoro le vattaglie e le belle conestavilie. Que fu la più famosa? Una industria
servano li Englesi da cavallo. Quanno vedevano l'omo loro muorto, in luoco dello muorto ponevano
lo vivo, in luoco dello feruto remettevano lo sano, in luoco dello stanco mettevano lo fiesco. Puoi
commutavano, ché·lli cinqueciento della ala ritta vennero alla fronte denanti. In luoco loro venne la
mitate delli milli li quali staievano alla terza vattaglia. E quelli denanzi tornaro alli milli. E così
commutavano l'ala manca. La schiera guardiadereto, la grossa regale, sempre stava ferma in sio
luoco. Non se fora mossa senza granne cascione. Lo re Ianni de Maiorica in questo stormo non se
morìo, ma fu feruto nella faccia. Moito crudamente esso morìo in sio paiese. Volenno tornare a sio
reame, commattéo con sio cunato, lo re de Maiorica, e fu sconfitto e sì·lli fu tagliata la testa. Puoi
che queste vattaglie fuoro infugate, lo re de Boemia demannao alli suoi a que partuto stava lo
campo. Respuosto li fu che nello campo non era remasa perzona vivente aitra che solo esso con soa
iente. Tutti Franceschi erano attriti. Li Englesi stavano fuorti e rigidi, fermi, con loro stennardo ritto
levato. Allora lo re de Boemia commannao che se apparecchiassino a ferire doi grannissimi baroni,
li quali erano suoi collaterali. Dissero così: “Que vòi fare tu? Tutta iente francesca ène sbarattata. Li
Englesi staco fuorti. Noi non simo saiza. A tanta iente è pazzia lo ire”. Respuse lo re: “Dunqua voi
non site li figli de quelli doi miei amici li quali fuoro li più prodi che fussino in la Alamagna”.
Respusero li doi baroni: “Prodezze non bisogna, ca non simo cobelle appo·lli nimici”. Respuse lo
re: “Io voglio che ne iamo. Iamo a morire ad onore”. Dissero li conti: “Che guadagni tu della toa
morte e della nostra?” Respuse lo re: “Per bona fede, questo che dico io lo dico perché me credo
pugnare per la veritate”. A questo li doi baroni fuoro conventi. Como pecorella abassaro le loro voci
e dissero: “Re, fa' ciò che a te piace”. Allora lo re fece venire denanti a sé alquanti baroni, li quali
erano li maiuri de Luzoinborgo e dello reame de Boemia, e sì·lli commannao che a sio figlio Carlo
fussino obedienti como alla perzona soa e che·llo devessino onorare como re e signore. Anche li
commannao che·llo salvassino fòra dello stormo. Puoi commannao alli conti, li quali erano nelle
fronte denanti, che·llo mettessino tanto innanti e drento fra li Englesi, che, se fecessi mestieri, lo
tornare non se potessi. Puoi incatenaose in mieso delli doi baroni sopraditti e legaro le catene delle
corazze, perché fussi a loro commune una morte, uno onore. La prima schiera fu milli Todeschi de
Luzoinborgo, iente da bene, Boemii e ientili uomini de Praga. Po' essi sequitavano quattro milia
Franceschi, Borgognoni e Piccardi. Sio figlio Carlo se servao dereto. Allora sonaro le tromme e·lle
cornamuse da parte in parte. Allora abassaro l'aste e speronaro li destrieri. Allora se fiero senza
misericordia. Li Englesi servaro doi viziose industrie: la prima, che·lli cinqueciento cavalieri
denanti refiescaro colli milli dereto; la secunna, ca·lle doi ale delli cinqueciento e cinqueciento
fecero allargare e prennere campo a destri ed a sinistri, accostannosi alla frontiera da costa. Quanno
li Todeschi se fuoro aduosso colli Englesi nelle prime frontiere, allora le ale, le quale aveano preso
campo, feriero dalli lati da costa, da ciasche parte. Lo re de Boemia fu attorniato denanti, da lato e
da costato. Lo cavallo dello re cadde. Lo re tramazzao e fu muorto dalli cavalli [delli] doi baroni
allato ad esso. Cade in prima missore Haun dello Tornello, uno nobile cavaliero francesco lo quale
portava la banniera dello re. Questo fu quasi delli primi collo re scavalcato e muorto. Li milli
Todeschi non diero le spalle, anche fecero bona resistenzia, dato che non avessino né re né
confallone. Moiti Englesi moriero. Alla fine la schiera dello re de Boemia fu attrita, como se trita
poca saiza da granne pistello. Stava Carlo figlio dello re Ianni da longa alquanto. Quanno intese sio
patre essere muorto e sconfitto, non potéo tenere le lacrime. Intanto parlao e disse: “Moramo con
esso”. Ià moveva soie banniere per ire. Lo sio ire era temerario, senza utile, ca·lli Englesi stavano
più fuorti che mai. Ira, tristezze e furore lo menavano. Allora li suoi baroni li fuoro intorno e presero
lo cavallo per lo freno e voitaro la testa inver' de Parisci e sì·llo strascinaro a malo sio talento fine in
Parisci; e là se posao. Lassaose fare doice forza e fece lo meglio e mustrao lo animo de volere fare.
Ora non è chi tenga campo per lo re de Francia. Lo campo remase alli Englesi. Li Englesi non se
diero alla robba. Anche fecero una cosa moito notabile. Bene da tre dìe po' la sconfitta non se
trassero arme da duosso, non descesero da cavallo. Non se partìo stennardo regale de campo. Non se
mosse alcuno della guardia. Puoi che viddero che omo nullo contradiceva, le locora erano secure de
aguaito, allora una parte ordinata se deo alla robarìa, allo arnese guadagnato, a spogliare le corpora
morte. Ecco quella nobilissima sconfitta fatta in Francia alla villa de Carsia. Sessanta milia uomini
muorti in campo. Moiti fuoro li presoni. Muorto lo re de Boemia, capitanio generale della oste, lo
conte de Lancione de Valosi, Aloisi conte de Flandria e aitri baroni assai. Milli e cinqueciento para
de speroni d'aoro se trovaro li Englesi guadagnati, senza le aitre milli e treciento banniere prese
nella rotta. Li milli Todeschi ne fuoro portati in Parisci con carrette. La maiure parte dello cuorpo
dello re de Boemia fu portata: gran parte ne era guasta. Queste corpora ne iessiro nude de campo a
Parisci alla sepoitura. L'aitra iente non fu coita allora, anche demorao dìe quattro in piana terra, in
spettaculo de onne iente. Po' questo li Englesi cuoizero lo campo e tutto loro arnese assettaro nelle
carrette e, fatta ordinata compagnia, non demoraro più. Vanno e tornano a reto. Loro camino fu a
Calese, lo forte castiello canto la marina, per assediarlo. Calesani stavano perfidi, fideli allo re de
Francia. Pescatori soco, ca staco canto mare, mala iente, derobatori de mare. Quanta iente passava
per mare de Egnilterra in Francia, tanta robavano. Allora lo re Adoardo là ne gìo e assediao quello
castiello de Calese mesi tredici per mare e per terra. Per mare abbe navi che guardavano li passi, che
non potessino avere né entrata né iessuta. Per terra esso sì·llo assediao. E fece uno fossato terribile
da si' allo castiello. Puoi circonnao l'oste soa con un aitro fossato grannissimo e con tavole lo armao,
perché nullo potessi offennere soa iente. Ora stao lo assedio. Ora ionta macine e palle de piommo su
nelle porte. Tutte le infragne, tutte le scommove. Ietta prete de trabocco. Non fina notte e dìe. Ietta
fuoco nella terra. Bombarde, spingarde e aitre orribile cose da pericolare lo castiello e·lli avitatori.
Calesani forte se defennevano. Anche essi avevano trabocchi e tormenti da commattere in terra.
Iettavano in mare, in terra, como fao la spinosa. Una piommata essìo de Calese e coize una nave
granne e bona. Sfonnaola e sì·lla affonnao in mare. Ià mancata era la vivanna nello castiello e anche
nello oste. Quelli non se volevano rennere. Questi non se movevano da assedio. La fame era granne.
Ià Calesani aveano incomenzato a iettare li suorti che l'uno manicassi l'aitro. Nell'oste comenzava la
iente povera a manicare li cavalli. Calesani, costretti per la fame, con licenzia de Adoardo mannaro
lettere allo re, che succurressi. Lo re de Francia cavalcao con doiciento milia perzone. Era tornato
sio figlio Ianni, duca de Normannia. Quanno l'oste dello re se approssimao a Calese, trovao l'oste
dello re Adoardo forte curata sì de fossati sì de tavolati. Non pò passare, non se pò accostare per le
moite frezze. Allora lo re Filippo mannao per Adoardo, che iessissi fòra allo campo, alla vattaglia.
Respuse Adoardo: “Io iesseraio fòra alla mea petizione, non alla toa”. Respuse lo re Filippo:
“Granne vergogna ène. Io staio in campo. Tu non si' ardito iessire fore alla vattaglia”. Respuse
Adoardo: “Vergogna non ène, ca io non staio indarno. Lo mio stare non è senza utile. Io intenno mo'
sopra Calese. Lo primo dìe che l'opera de Calese ène fornita io iesseraio fòra allo campo”. Respuse
lo re Filippo: “Calese te dono io. Non lassare per ciò. Da mo' sia tio”. Respuse Adoardo: “Non
bisogna che tu me lo doni, ca quello che io me guadagno colla spada in mano non bisogna che me
sia donato”. Allora lo re Filippo, non potenno passare, deo licenzia a Calesani che provedessino ad
onne loro fatto e salute. Deo la voita in reto e tornao in Parisci. La fame consumava Calesani.
Calesani demannaro mercede allo re de Egnilterra. Diceva lo re: “Como averaio mercede, che me
haco fatto despennere tutto mio ariento?” Le porte fuoro aperte. Lo re voleva tutti Calesani occidere,
ma per la pregaria instantissima della reina e de alquanti mastri in teologia lo re li perdonao. Iessiro
Calesani de Calese con una gonnella per omo, aitro no. Calese con aoro, ariento, panni e animali
remase alli Englesi. Quello castiello fu empito de Englesi. Bene serve alla corona de Egnilterra fi'
allo dìe de mode.
Cap. XV
Dello grannissimo diluvio e piena de acqua.
Granne circuito avemo fatto, moito tiempo simo iti spierzi, moito paiese stranio avemo cercato.
Cercato avemo la Lommardia e·lla Spagna, la Turchia e·lla Francia. Ora ène anche tiempo
convenevile de tornare a casa. Tornemo in Italia, tornemo alle magnifiche e inaudite novitate le
quali per noviello haco tutta Italia cercata. Diceremo in prima dello granne diluvio lo quale fu in
Roma. Mai tanta acqua non abunnao nello Tevere. Mai non passao lo Tevere sì pessimamente suoi
tiermini, mai tanto danno non fece. Currevano anni Domini MCCC[...], de pontificato de papa
Chimento sesto. Nella citate de Roma crebbe lo fiume lo quale se dice Tevere, e fu per sio crescere
de acqua uno diluvio mortifero e maraviglioso in tale muodo, che pochi, anche nulli, se recordassino
essere stato lo simile. Tutta la state passata operze Dio le cataratte dello cielo e mannao acqua
spessa e foita, non granne. Ma puoi nello autunno, recoite le uve, comenzanno dalla festa de
Onniasanti, parze che·lle fontane dello abisso fussino operte per vomacare acqua. Allora comenzao
lo Tevere a crescere e non descresceva niente. Innelli dìe fra Onniasanti e Natale, forza da dìe otto,
durao lo crescere dell'acqua la quale terribilemente iessiva li usati tiermini dello lietto dello sio
canale. Allora empìo tutta la pianura la quale iace intorno alla citate de Roma, puoi la maiure parte
drento e de fore. Maraviglia ène e cosa mai non odita da Romano. Tutta la pianura de Roma nota.
Soli sette cuolli se pareno non occupati dalla acqua. Questi so' li tiermini e·lli confini de tale diluvio
in Roma, e dico brevemente. In prima, la piazza de Santa Maria Rotonna era tanto piena che per
nulla via per essa se poteva ire, né a pede né a cavallo. Anche nella contrada de Santo Agnilo
Pescivennolo venne l'acqua fi' alla contrada delli Iudiei, la quale vao alla piazza delli Iudiei da
priesso a l'arco lo quale vao alla piazza delli Savielli. Anche in Colonna pervenne l'acqua fi' allo
Folserace, lo quale stao a Santo Antrea de Colonna, dove stao la granne colonna. Anche porta dello
Puopolo notava per tale via, che per nullo modo ad essa se poteva ire. Item lo campo dell'Austa tutto
stava pieno. Item a Santo Trifo exuberao fi' allo aitare e empìo la chiesia. Anche entrao lo monistero
e·lla chiesia delle monache de Santo Silviestro dello Capo. E chi voize ire alle donne, gìo colla
sannolella. Item entrao lo monistero de Santo Iacovo de Settignano per la via de Tristevere in tale
muodo, che tutto lo luoco e·lla chiesia notava nell'acqua, e occupao tutto lo coro collo aitare. Anche
pareva a quelli che staievano nello monte de Santo Vrancazio che da pede fossi un laco terribile, in
mieso dello quale pareva stare quello munistero. Anche occupao li confini e·lla chiesia de Santo
Pavolo Maiure, le vigne e·lle seminata, li campi collo seminato. Anche occupao tutte le vigne nello
territorio della porta de Santo Pavolo, la quale hao nome Ostiense, anche tutte le vigne in porta de
Santo Pietro, brevemente onne pianura la quale iace canto lo fiume. Con ciò sia cosa che tanta
abunnanzia d'acqua occupassi tutto lo spazio de Santo Spirito e·lla piazza dello Castiello e·lle case
de Puortica, entrao la porta dello ponte, la quale ène de metallo, e sallìo alla porta secunna dello
ponte, la quale ène de leno. Anche la onna della acqua, la quale veniva per la porta de Civita
Leonina canto lo Castiello, imprimamente se commattéo coll'onna la quale veniva da Santo Spirito.
Da puoi, perché pareva uno laco, lo luoco non se posseva passare se non colla sannolella. Quanno
iva l'omo a ponte per la strada ritta, da casa delli Vaiani, se iva nella acqua fi' alli guazzaroni dello
cavallo. Questa soperchia acqua consumao e defocao tutti li coiti e·lli seminati che trovao. E
sorrenao le vigne de creta. E scarporìo li arbori da radicina. E deo per terra muri e case. Affocao
vestiame. Danniao lo territorio de Roma più de dociento migliara de fiorini. Anche ruppe le catene
e·lli ignegni delli mulinari e menaone da cinque bone mole, le quale connusse allo mare. Allora
fuoro le mole perdute, aitre moite deslocate recuperate a granne pena. Anche per l'acqua venivano
arbori, navi, mole, tavole, animali, case, le quale violentemente avea tratto lo furore della acqua.
Parte de queste cose se prennevano, parte ne erano portate a mare, anche porte, banche, votti pieni
de vino e vuoiti. E fu tale che prese la votte piena de vino e fu chi prese la cassa nella quale era
pecunia. E fu chi vidde che per lo fiume notava una casa de leno de tavole de quelle ville, nella
quale fu odito un guarzone che stava nella cola e vagiva. Queste cose, e anche innumerabile, furava
lo curzo dell'acqua e menao vuovi collo arato e colla gomera. Granne tiempo piobbe. Granne tiempo
lo Tevere stette enfiato. Puoi che comenzao a crescere, cinque dìe durao la piena. Fi' allo quinto dìe
crebbe. Lo sesto dìe stette, non fece innanti. Lo settimo descrebbe e tornao lo fiume da puoi a sio
lietto usato. Pisciainsanti, uno macellaro de Roma, aveva uno tronco de crastati in una casa canto
fiume. Vedenno lo fiume crescere, cessaoli in una casa tanto da longa che li pareva impossibile
che·llo fiume entrassi in quella. La notte crebbe lo fiume e stesese tanto che occupao quella casa.
Pisciainsanti, quanno ìo la dimane, trovao la casa piena de acqua e·lli crastati affocati notavano.
Nella citate de Fiorenza, anni Domini MCCC[...], dello mese de noviembro, alli dìe quattro, per lo
granne diluvio fu poco meno sommerza la citate de Fiorenza. Lo ponte fu per terra, li forni guasti.
Lì non se potéo cocere pane granne tiempo. Li pozzi se empiero de acqua. Crescente lo fiume,
l'acqua crebbe. Mancanno lo fiume, l'acqua mancao.
Cap. XVI
Della galea sorrenata e derobata in piaia romana.
Currevano anni Domini MCCC[...], dello mese de [...], a dìe [...] quanno sorrenao una galea de
mercatantia in piaia romana, fra Puorto e Ostia, in lo Tevere. La novella fu per questa via.
Mercatanti dello renno venivano da ponente e aveano caricata in Marzilia e in Avignone una galea
de panni franceschi. Lo legno era della reina Iuvanna. Lo patrone, li comiti e·lli marinari erano
d'Ischia. La mercantia era de Napoletani e Ischiani. Movese la galea e forte leva in aito le vele allo
viento. Passa Marzilia, passa Monaco, passa lo mare de Genova. Puoi ne passa a Pisa. Puoi ne veo a
Piommino. Puoi ne veo a Civitavecchia. Passata che abbe la piaia de Civitavecchia, volevano
entrare in casa. Allora se mosse una pestilenzia de viento. Lo mare bussava senza misericordia. Li
vienti erano tanto contrarii, che maiesterio de marinari perdiva onne rascione. La notte era forza
mesa. La oscuritate orribile. Mai non vedesti sì pena de inferno. Nullo remedio era, salvo che de
tornare allo puorto de Civitavecchia. Forte e duro pareva alli marinari e alle vivate tornare in reto e
tanta via perdire. Se a Civitavecchia tornavano, ponevano la nave in salvo. Fu deliverato de tenere
mesa via, de canzare in piaia romana e fuire lo pericolo, recuveranno nello Tevere de Roma. Così fu
fatto. Voitano li marinari suoi artificii e ignegni. Daco la voita per entrare la foce de Tevere. A
quanto pericolo passao in quella entrata! Ora ne veo la galea per lo fiume, credennose essere salvi,
puoi che l'ira dello mare non li appoteva, puoi che la foce era passata. Ma non gìo così. Quanno lo
legno fu in mieso dello canale dello Tevere, nello luoco che iace fra Uostia e Puorto, lo legno
staieva, non se moveva. Là iace uno malo passo. L'acqua hao là poco de fonno. Caddero là in quello
malo passo dove ène poca de acqua. Non tennero lo pieno canale. Li usati marinari de Genova e de
Cecilia quello passo schifano. Allora descesero marinari alquanti per sapere la cascione della
demoranza della nave e viddero che·llo legno toccava terra; e non valeva aiutare con pali né premere
con vraccia. Anche lo fiume tempestate avea. Lo legno s'era sorrenato nella rena. L'onna buttava e
moveva lo legno da lato in lato. Pareva che·llo volessi revoitare sottosopra. Allora la tristezze delli
marinari e dello patrone fu granne. Piango le vivate. Ciascheuno crede morire. Allora se fece dìe. Lo
dìe succurze con soa chiarezza. Lo romore fu sentito allo castiello de Puorto e ad Ostia. Vennero
sannolari de Puorto e portaro quelle vivate per denari in terra. Salvaro lo patrone, li marinari e·lle
vivate con loro robba. La mercatantia remase nello legno. Era nello castiello de Puorto uno nobile
romano: Martino de Puorto avea nome. Quello Martino abbe suoi fattori e fece tutta quella galea
sgommorare e trarne la mercatantia de panni e de speziarie; li quali panni se vennéo e non ne voize
rennere cobelle alli perdienti. Anche più che 'nanti sostenne de essere scommunicato, che de volere
rennere l'aitruio. Assenava una soa proverbia antica: “Chi pericola in mare pericoli in terra”. Per la
qual cosa e per alcuno aitro excesso Martino de Puorto fu appeso per la canna, como se dicerao. In
quella galea venne la moneta e·lli riennita de Provenza, la quale veniva alla reina Iuvanna de soa
contrada. In quella venne panni de valore de vinti milia fiorini. In quella venne vivate de
Provenzani, uomini e femine, li quali ne ivano a Napoli. In quella veniva sacca de pepe e de
cennamo e de cannella. In quella venne uno feriero de Santo Ianni: avea nome frate Monreale,
provenzano de Narba, cavalieri a speroni d'aoro, moito iovinetto. Arrivao con fortuna in piaia
romana e perdìo là in quello pericolo onne sio arnese, fi' alla scarzella delli fiorini. Sola la perzona
campao. Lo quale entrao in terra romana moito de tenerissima etate, e fu omo de masnata e
deventao virtuosissimo capitanio e fecese omo de granne fatto e de granne valore e fu capo della
Granne Compagnia. A l'uitimo li fu tagliata la testa in Roma, como se dicerao.
Cap. XVII
[De Leonardo de Orvieto tenagliato per Roma. ] [...]
Cap. XVIII
Delli granni fatti li quali fece Cola de Rienzi, lo quale fu tribuno de Roma augusto.
Cola de Rienzi fu de vasso lenaio. Lo patre fu tavernaro, abbe nome Rienzi. La matre abbe nome
Matalena, la quale visse de lavare panni e acqua portare. Fu nato nello rione della Regola. Sio
avitazio fu canto fiume, fra li mulinari, nella strada che vao alla Regola, dereto a Santo Tomao,
sotto lo tempio delli Iudei. Fu da soa ioventutine nutricato de latte de eloquenzia, buono gramatico,
megliore rettorico, autorista buono. Deh, como e quanto era veloce leitore! Moito usava Tito Livio,
Seneca e Tulio e Valerio Massimo. Moito li delettava le magnificenzie de Iulio Cesari raccontare.
Tutta dìe se speculava nelli intagli de marmo li quali iaccio intorno a Roma. Non era aitri che esso,
che sapessi leiere li antiqui pataffii. Tutte scritture antiche vulgarizzava. Queste figure de marmo
iustamente interpretava. Deh, como spesso diceva: “Dove soco questi buoni Romani? Dove ène loro
summa iustizia? Pòterame trovare in tiempo che questi fussino!” Era bello omo e in soa vocca
sempre riso appareva in qualche muodo fantastico. Questo fu notaro. Accadde che un sio frate fu
occiso e non fu fatta vennetta de sia morte. Non lo potéo aiutare. Penzao longamano vennicare lo
sangue de sio frate. Penzao longamano derizzare la citate de Roma male guidata. Per sio procaccio
gìo in Avignone per imbasciatore a papa Chimento de parte delli tredici Buoni Uomini de Roma. La
soa diceria fu sì avanzarana e bella che sùbito abbe 'namorato papa Chimento. Moito mira papa
Chimento lo bello stile della lengua de Cola. Ciasche dìe vedere lo vole. Allora se destenne Cola e
dice ca·lli baroni de Roma so' derobatori de strade: essi consiento li omicidii, le robbarie, li
adulterii, onne male; essi voco che la loro citate iaccia desolata. Moito concipéo lo papa contra li
potienti. Puoi, a petizione de missore Ianni della Colonna cardinale, venne in tanta desgrazia, in
tanta povertate, in tanta infirmitate, che poca defferenzia era de ire allo spidale. Con sio iuppariello
aduosso stava allo sole como biscia. Chi lo puse in basso, quello lo aizao: missore Ianni della
Colonna lo remise denanti allo papa. Tornao in grazia, fu fatto notaro della Cammora de Roma,
abbe grazia e beneficia assai. A Roma tornao moito alegro; fra li dienti menacciava. Puoi che fu
tornato de corte, comenzao a usare sio offizio cortesemente; e bene vedeva e conosceva le robbarie
delli cani de Campituoglio, la crudelitate e la iniustizia delli potienti. Vedeva pericolare tanto
Communo e non se trovava uno buono citatino che·llo volessi aiutare. Imperciò se levao in pede una
fiata nello assettamento de Roma, dove staievano tutti li consiglieri, e disse: “Non site buoni citatini
voi, li quali ve rodete lo sangue della povera iente e non la volete aiutare”. Puoi ammonìo li officiali
e·lli rettori che devessino provedere allo buono stato della loro romana citate. Quanno la luculenta
diceria fu fornita, levaose uno de Colonna, lo quale avea nome Antreuozzo de Normanno, allora
cammorlengo, e deoli una sonante gotata. Puoi se levao uno lo quale era scrivisenato - Tomao de
Fortifiocca avea nome - e feceli la coda. Questo fine abbe soa diceria. Anco secunnario lo preditto
Cola ammonìo li rettori e·llo puopolo allo bene fare per una similitudine la quale fece pegnere nello
palazzo de Campituoglio 'nanti lo mercato. Nello parete fòra sopra la Cammora penze una
similitudine in questa forma. Era pento uno grannissimo mare, le onne orribile, forte turvato. In
mieso de questo mare stava una nave poco meno che soffocata, senza tomone, senza vela. In questa
nave, la quale per pericolare stava, stava una femina vedova vestuta de nero, centa de cengolo de
tristezze, sfessa la gonnella da pietto, sciliati li capelli, como volessi piagnere. Stava inninocchiata,
incrociava le mano piecate allo pietto per pietate, in forma de precare che sio pericolo non fussi. Lo
soprascritto diceva: “Questa ène Roma”. Atorno a questa nave, dalla parte de sotto, nell'acqua
stavano quattro nave affonnate, loro vele cadute, rotti li arbori, perduti li tomoni. In ciascheuna
stava una femina affocata e morta. La prima avea nome Babillonia, la secunna Cartaine, la terza
Troia, la quarta Ierusalem. Lo soprascritto diceva: “Queste citati per la iniustizia pericolaro e
vennero meno”. Una lettera iessiva fra queste morte femine e diceva così: “Sopra onne signoria fosti
in aitura. Ora aspettamo qui la toa rottura”. Dallo lato manco stavano doi isole. In una isoletta stava
una femina che sedeva vergognosa, e diceva la lettera: “Questa ène Italia”. Favellava questa e
diceva così: “Tollesti la balìa ad onne terra e sola me tenesti per sorella”. Nella aitra isola staievano
quattro femine colle mano alle gote e alli inuocchi con atto de moita tristezze, e dicevano così:
“D'onne virtute fosti accompagnata. Ora per mare vai abannonata”. Queste erano quattro virtù
cardinale, cioène Temperanza, Iustizia, Prudenza e Fortezze. Dalla parte ritta stava una isoletta. In
questa isoletta stava una femina inninocchiata. Le mano destenneva a cielo como orassi. Vestuta era
de bianco. Nome avea Fede Cristiana. Lo sio vierzo diceva così: “O summo patre, duca e signor
mio, se Roma pere, dove starraio io?” Nello lato ritto della parte de sopra staievano quattro ordini
de diverzi animali colle scelle, e tenevano cuorni alla vocca, e soffiavano como fussino vienti li
quali facessino tempestate allo mare, e davano aiutorio alla nave che pericolassi. Lo primo ordine
erano lioni, lopi e orzi. La lettera diceva: “Questi so' li potienti baroni, riei rettori”. Lo secunno
ordine erano cani, puorci e caprioli. La lettera diceva: “Questi soco li mali consiglieri, sequaci delli
nuobili”. Lo terzo ordine stavano pecoroni, dragoni e golpi. La lettera diceva: “Questi soco li faizi
officiali, iudici e notari”. Lo quarto ordine stavano liepori, gatti e crape e scigne. La lettera diceva:
“Questi soco li populari, latroni, micidiari, adulteratori e spogliatori”. Nella parte de sopra staieva lo
cielo. In mieso stava la maiestate divina como venissi allo iudicio. Doi spade li iessivano dalla
vocca, de là e de cà. Dall'uno lato stava santo Pietro, dall'aitro santo Pavolo ad orazione. Quanno la
iente vidde questa similitudine de tale figura, onne perzona se maravigliava. Quanno Cola de Rienzi
scriveva, non usava penna de oca; anco soa penna era de fino ariento. Diceva che tanta era la
nobilitate de sio officio, che la penna devea essere d'ariento. Non moito tiempo passao che ammonìo
lo puopolo per uno bello sermone vulgare lo quale fece in Santo Ianni de Laterani. Dereto dallo
coro, nello muro, fece ficcare una granne e mannifica tavola de metallo con lettere antique scritta, la
quale nullo sapeva leiere né interpretare, se non solo esso. Intorno a quella tavola fece pegnere
figure, como lo senato romano concedeva la autoritate a Vespasiano imperatore. Là, in mieso della
chiesia, fece fare uno parlatorio de tavole e fece fare gradi de lename assai aiti per sedere. E fece
ponere ornamenta de tappiti e de celoni. E congregao moiti potienti de Roma, fra li quali fu Stefano
della Colonna e Ianni Colonna sio figlio, lo quale era delli più scaitriti e mannifichi de Roma.
Anche ce fuoro moiti uomini savii, iudici e decretalisti, moita aitra iente de autoritate. Sallìo in sio
pulpito Cola de Rienzi fra tanta bona iente. Vestuto era con una guarnaccia e cappa alamanna e
cappuccio alle gote de fino panno bianco. In capo aveva uno capelletto bianco. Nella rota dello
capelletto stavano corone de aoro, fra le quale ne stava denanti una la quale era partuta per mieso.
Dalla parte de sopra dello capelletto veniva una spada d'ariento nuda, e la sia ponta feriva in quella
corona e sì·lla partiva per mieso. Audacemente sallìo. Fatto silenzio, fece sio bello sermone, bella
diceria, e disse ca Roma iaceva abattuta in terra e non poteva vedere dove iacessi, ca li erano cavati
li uocchi fòra dello capo. L'uocchi erano lo papa e lo imperatore, li quali aveva Roma perduti per la
iniquitate de loro citatini. Puoi disse: “Vedete quanta era la mannificenzia dello senato, ca la
autoritate dava allo imperio”. Puoi fece leiere una carta nella quale erano scritti li capitoli colla
autoritate che·llo puopolo de Roma concedeva a Vespasiano imperatore. In prima, che Vespasiano
potessi fare a sio benepiacito leie e confederazione con quale iente o puopolo volessi; anche che
potessi mancare e accrescere lo ogliardino de Roma, cioène Italia; potessi dare contado più e meno,
como volessi; anche potessi promovere uomini a stato de duca e de regi e deponere e degradare;
anco potessi disfare citate e refare; anco potessi guastare lietti de fiumi e trasmutarli aitrove; anche
potessi imponere gravezze e deponere allo benepiacito. Tutte queste cose consentìo lo puopolo de
Roma a Vespasiano imperatore in quella fermezza che avea consentuto a Tiberio Cesari. Lessa
questa carta, questi capitoli, disse: “Signori, tanta era la maiestate dello puopolo de Roma, che allo
imperatore dava la autoritate. Ora l'avemo perduta”. Puoi se stese più innanti e disse: “Romani, voi
non avete pace. Le vostre terre non se arano. Per bona fede che·llo iubileo se approssima. Voi non
site proveduti della annona e delle vettuaglie; ca se la iente che verrao allo iubileo ve trova
desforniti, le prete ne portaraco de Roma per raia de fame. Le prete a tanta moititudine non
bastaraco”. Puoi concluse e disse: “Pregove che la pace con voi aiate”. Po' queste paravole disse:
“Signori, saccio ca moita iente me teo in vocca per questo che dico e faccio, e questo perché? Per la
invidia. Ma rengrazio Dio che tre cose consumano li medesimi. La prima ène la lussuria, la secunna
lo fuoco, la terza ène la invidia”. Fatto lo sermone e desceso, da tutta iente fu pienamente laodato. In
questi dìi usanno alli magnari colli signori de Roma, con Ianni Colonna, li baroni ne prennevano
festa de sio favellare. Facevanollo sallire in pede e sì·llo facevano sermonare. E diceva: “Io serraio
granne signore o imperatore. Tutti questi baroni persequitaraio. Quello appenneraio, quello
decollaraio”. Tutti li iudicava. De ciò li baroni crepavano delle risa. Po' queste cose 'nanti disse la
salluta soa e·llo stato della citate e·llo ieneroso reimento per questo muodo. Fece pegnere nello muro
de Santo Agnilo Pescivennolo, lo quale è luoco famoso a tutto lo munno, una figura così fatta. Nello
cantone della parte manca stava uno fuoco moito ardente, lo fume e·lla fiamma dello quale se
stennevano fi' allo cielo. In questo fuoco staievano moiti populari e regi, delli quali alcuni parevano
miesi vivi, alcuni muorti. Anco in quella medesima fiamma staieva una donna moito veterana, e per
la granne caliditate le doi parte de questa veglia erano annerite, la terza parte remasa era illesa. Da la
parte ritta, nello aitro cantone, era una chiesia con uno campanile aitissimo, dalla quale chiesia
iessiva uno agnilo armato, vestuto de bianco. La soa cappa era de scarlatto vermiglio. In mano
portava una spada nuda. Colla mano manca prenneva questa donna veglia per la mano, perché la
voleva liberare da pericolo. Nella aitezza dello campanile staievano santo Pietro e santo Pavolo
como venissino da cielo, e dicevano così: “Agnilo, agnilo, succurri alla albergatrice nostra”. Puoi
staieva pento como de cielo cadevano moiti falconi e cadevano muorti in mieso de quella
ardentissima fiamma. Anco era nella aitezza dello cielo una bella palomma bianca, la quale teneva
nello sio pizzo una corona de mortella, e donavala ad uno minimo celletto como passaro, e puoi
cacciava quelli falconi da cielo. Quello piccolo celletto portava quella corona e ponevala in capo
della veglia donna. De sotto a queste figure staieva scritto così: “Veo lo tiempo della granne iustizia
e ià taci fi' allo tiempo”. La iente che conflueva in Santo Agnilo resguardava queste figure. Moiti
dicevano ca era vanitate e ridevano. Alcuni dicevano: “Con aitro se vòlzera rettificare lo stato de
Roma, che con figure”. Alcuno diceva: “Granne cosa ène questa e granne significazione hao”.
Anche 'nanti disse la salluta soa per questa via. Scrisse una cetola e ficcaola nella porta de Santo
Iuorio della Chiavica. La cetola diceva così: “In breve tiempo li Romani tornaraco allo loro antico
buono stato”. Questa scritta fu posta la prima dìe de quaraiesima nella porta de Santo Iuorio della
Chiavica. Puo' questo adunao moiti Romani populari, discreti e buoni uomini. Anco fra essi fuoro
cavalerotti e de buono lenaio, moiti descreti e ricchi mercatanti. Abbe con essi consiglio e rascionao
dello stato della citate. Uitimamente adunao questa bona iente e matura nello Monte de Aventino e
in uno luoco secreto. Là fu deliverato de intennere allo buono stato. Fra li quali esso fu levato in
piedi e recitao piagnenno la miseria, la servitute e·llo pericolo nello quale iaceva la citate de Roma.
Anco recitao lo stato pacifico, signorile, lo quale Romani solevano avere. Recitao la fidele
subiezzione delle terre circustante perduta. Queste cose dicenno piagneva e piagnere faceva
cordogliosamente la iente. Puoi concluse e disse ca se conveniva servare pace e iustizia,
comenzanno con sollanieri. Puoi disse “Della moneta non dubitete, ca la Cammora de Roma hao
moite riennite inestimabile. In prima, per lo focatico pacano per fumante quattro [...], comenzanno
dallo ponte Ceperano fi' allo ponte della Paglia. Montava ciento milia fiorini. Item de sale ciento
milia fiorini. Anche li puorti de Roma e·lle rocche de Roma ciento milia fiorini. Anche per lo passo
delle vestie e per connannazioni ciento milia fiorini”. Puoi disse: “Allo presente comenzaremo con
quattro milia fiorini, li quali hao mannati missore lo papa, e ciò sao lo vicario sio”. Puoi disse:
“Signori, non crediate che questo non sia de licenzia e voluntate dello papa, ca moiti tiranni faco
violenzia nelli bieni della Chiesia”. Per queste paravole accese li animi delli congregati. Anco moite
cose recitao, donne piagnevano. Puoi deliverao de intennere allo buono stato, e de ciò ad onneuno
deo sacramento nelle lettere. Fatto questo, la citate de Roma stava in grannissima travaglia. Rettori
non avea. Onne dìe se commatteva. Da onne parte se derobava. Dove era luoco, le vergine se
detoperavano. Non ce era reparo. Le piccole zitelle se furavano e menavanose a desonore. La
moglie era toita allo marito nello proprio lietto. Li lavoratori, quanno ivano fòra a lavorare, erano
derobati, dove? su nella porta de Roma. Li pellegrini, li quali viengo per merito delle loro anime alle
sante chiesie, non erano defesi, ma erano scannati e derobati. Li prieiti staievano per male fare.
Onne lascivia, onne male, nulla iustizia, nullo freno. Non ce era più remedio. Onne perzona periva.
Quello più avea rascione, lo quale più poteva colla spada. Non ce era aitra salvezza se non che
ciascheuno se defenneva con parienti e con amici. Onne dìe se faceva adunanza de armati. Li
nuobili e li baroni in Roma non staievano. Missore Stefano della Colonna era ito colla milizia in
Corneto per grano. Era in fine dello mese de abrile. Allora Cola de Rienzi la prima dìe mannao lo
vanno a suono de tromma che ciasche omo senza arme venisse allo buono stato allo suono della
campana. Lo sequente dìe là, da mesa notte, odìo trenta messe dello Spirito Santo nella chiesia de
Santo Agnilo Pescivennolo. Là, su l'ora de mesa terza iessìo fòra della preditta chiesia, armato de
tutte arme, ma solo lo capo era descopierto. Iesse fòra bene e palese. Moititudine de guarzoni lo
sequitavano tutti gridanti. Denanti da sé faceva portare da tre buoni uomini della ditta coniurazione
tre confalloni. Lo primo confallone fu grannissimo, roscio, con lettere de aoro, nello quale staieva
Roma e sedeva in doi lioni, in mano teneva lo munno e la palma. Questo era lo confallone della
libertate. Cola Guallato, lo buono dicitore, lo portava. Lo secunno era bianco, nello quale staieva
santo Pavolo colla spada in mano, colla corona della iustizia. Questo portava Stefanello, ditto
Magnacuccia, notaro. Nello terzo staieva santo Pietro colli chiavi della concordia e della pace. Anco
portava un aitro lo confallone lo quale fu de santo Iuorio cavalieri. Perché era veterano fu portato in
una cassetta su in una asta. Ora prenne audacia Cola de Rienzi, benché non senza paura, e vaone
una collo vicario dello papa, e sallìo lo palazzo de Campituoglio anno Domini MCCCXLVI[I].
Aveva in sio sussidio forza da ciento uomini armati. Adunata grannissima moititudine de iente,
sallìo in parlatorio, e sì parlao e fece una bellissima diceria della miseria e della servitute dello
puopolo de Roma. Puoi disse ca esso per amore dello papa e per salvezza dello puopolo de Roma
esponeva soa perzona in pericolo. Puoi fece leiere una carta nella quale erano li ordinamenti dello
buono stato. Conte, figlio de Cecco Mancino, la lesse brevemente. Questi fuoro alquanti suoi
capitoli: Lo primo, che qualunche perzona occideva alcuno, esso sia occiso, nulla exceptuazione
fatta. Lo secunno, che li piaiti non se proluonghino, anco siano spediti fi' alli XV dìe. Lo terzo, che
nulla casa de Roma sia data per terra per alcuna cascione, ma vaia in Communo. Lo quarto, che in
ciasche rione de Roma siano auti ciento pedoni e vinticinque cavalieri per communo suollo, daienno
ad essi uno pavese de valore de cinque carlini de ariento e convenevile stipennio. Lo quinto, che
della Cammora de Roma, dello Communo, le orfane e·lle vedove aiano aiutorio. Lo sesto, che nelli
paludi e nelli staini romani e nelle piaie romane de mare sia mantenuto continuamente un legno per
guardia delli mercatanti. Settimo, che li denari, li quali viengo dello focatico e dello sale e delli
puorti e delli passaii e delle connannazioni, se fossi necessario, se despennano allo buono stato.
Ottavo, che·lle rocche romane, li ponti, le porte e·lle fortezze non deiano essere guardate per alcuno
barone, se non per lo rettore dello puopolo. Nono, che nullo nobile pozza avere alcuna fortellezze.
Decimo, che li baroni deiano tenere le strade secure e non recipere li latroni e li malefattori, e che
deiano fare la grascia so pena de mille marche d'ariento. Decimoprimo, che della pecunia dello
Communo se faccia aiutorio alli monisteri. Decimosecunno, che in ciasche rione de Roma sia uno
granaro e che se proveda dello grano per lo tiempo lo quale deo venire. Decimoterzio, che se alcuno
Romano fussi occiso nella vattaglia per servizio de Communo, se fussi pedone aia ciento livre de
provisione, e se fussi cavalieri aia ciento fiorini. Decimoquarto, che·lle citate e·lle terre, le quale
staco nello destretto della citate de Roma, aiano lo reimento dallo puopolo de Roma. Decimoquinto,
che quanno alcuno accusa e non provassi l'accusa, sostenga quella pena la quale devessi patere lo
accusato, sì in perzona sì in pecunia. Moite aitre cose in quella carta erano scritte, le quale perché
moito piacevano allo puopolo, tutti levaro voce in aito e con granne letizia voizero che remanessi là
signore una collo vicario dello papa. Anco li diero licenzia de punire, occidere, de perdonare, de
promovere a stato, de fare leie e patti colli puopoli, de ponere tiermini alle terre. Anco li diero mero
e libero imperio quanto se poteva stennere lo puopolo de Roma. Puoi che queste cose, le quale in
Roma fatte erano, pervennero alle recchie de missore Stefano della Colonna, lo quale staieva in
Corneto nella milizia per grano, con poca compagnia senza demoranza ne cavalcao e venne a Roma.
Ionto nella piazza de Santo Marciello, disse ca queste cose non li piacevano. Lo sequente dìe, la
matina per tiempo, Cola de Rienzi mannao a missore Stefano lo editto e commannamento che se
dovessi partire de Roma. Missore Stefano la cetola prese e sì·lla sciliao e fecene milli piezzi e disse:
“Se questo pascio me fao poca de ira, io lo farraio iettare dalle finestre de Campituoglio”. Quanno
Cola de Rienzi questo intese, espeditamente fece sonare la campana a stormo. Tutto lo puopolo
traieva con furore. Granne se apparecchiava pericolo. Allora missore Stefano cavalcao in sio
cavallo. Solo con uno fante da pede ne fuìo fòra de Roma. A gran pena se fisse poco in Santo
Lorienzo fòra le mura per poco de pane manicare. Vaone a Pellestrina lo veterano. Denanti allo
figlio e allo nepote lamentanza fao. Allora Cola de Rienzi mannao commannamenti a tutti li baroni
de Roma che se partissino e issino a loro castella; la quale cosa subitamente fatta fu. Lo sequente
dìe li fuoro rennuti tutti li ponti li quali staco nello circuito della citate. Allora Cola de Rienzi fece
suoi officiali. E mo' prenne uno e mo' prenne un aitro; questo appenne, a questo mozza lo capo
senza misericordia. Tutti li riei iudica crudelemente. E puoi parlao allo puopolo, e in quello
parlamento se fece confermare e fece fermare tutti suoi fatti, e domannao de grazia dallo puopolo
che esso e·llo vicario dello papa fussino chiamati tribuni dello puopolo e liberatori. Allora li signori
voizero fare una loro coniurazione contra lo tribuno e·llo buono stato: non fuoro in concordia; la
cosa non venne fatta. Quanno Cola de Rienzi intese che la coniura delli baroni non venne ad effetto
per la discordia loro, allora li citao e mannaoli lo editto. Lo primo che venne allo commannamento
fu Stefano della Colonna, figlio de missore Stefano. Entrao lo palazzo con pochi. Vidde che·lla
rascione se renneva ad onne iente. Moito era lo puopolo lo quale in Campituoglio staieva. Teméo e
forte se maravigliao de sì foita moititudine. Lo tribuno li iessìo denanti armato, e sì·llo fece iurare
sopra lo cuorpo de Cristo e sopra lo Vagnelio de non venire contra allo tribuno e alli Romani, e de
fare la grascia, e tenere le strade secure, e non recettare latroni né le perzone de mala connizione,
anche de favorare alli orfani e alli pupilli, e non fraudare lo bene dello Communo, e comparere
armato e senza arme ad onne soa petizione. Data licenzia a Stefano, venne missore Ranallo delli
Orsini, puoi Ianni Colonna, puoi Iordano, puoi missore Stefano. Non iamo più lontano: tutti li
baroni li iuraro obedienzia con paura, allo buono stato, e offierzero le loro proprie perzone e·lle
castella e·lli vassalli in sussidio della citate. Francesco de Saviello fu sio speziale signore:
nientedemeno venne ad iurare subiezzione. Intanto se servava con crudelitate, nulla misericordia, in
tale muodo che decapitao un monaco de Santo Anestasi, perzona infamata. Le vestimenta prime
dello tribuno fuoro de una infiammata como fussi scarlatto. Soa faccia era terribile e·llo sio aspietto.
A tanta iente dava resposta, a pena àbbera omo creso che avessi capo. Po' alquanti dìe vennero li
iudici della citate e iuraro fidelitate e offierzero allo buono stato. Puoi vennero li notari e fecero lo
medesimo. Puoi li mercatanti. Brevemente, per ordine in stato de reposato animo, senza arme,
ciascheuno iurao allo buono stato communo. Allora queste cose comenzaro a piacere e le arme
comenzaro a cessare. Puo' queste cose ordinao la casa della iustizia e della pace e ficcao in essa lo
confallone de Santo Pavolo, nello quale stava la spada nuda e la palma della vittoria, e puse in essa
iustissimi populari, li quali fuoro sopra la pace, li buoni uomini pacieri. Questo ène lo ordine lo
quale là se servava. Doi inimicati venivano e davano le piarie della pace fare. Puoi, secunno la
connizione della iniuria, aitro e tanto quello che patuto aveva ne faceva a quello lo quale fatto
aveva. Allora se basavano in vocca, e·llo offeso dava integra pace. Uno cecao l'uocchio ad un aitro.
Venne e fu connutto nelle scale de Campituoglio. Stava inninocchiato. Venne quello lo quale era
dell'uocchio privato. Piagneva lo malefattore e pregava per Dio che·lli perdonassi. Puoi destese soa
faccia se li piaceva de trarli l'uocchio, se·lli fussi piaciuto. Allora non li cecao l'uocchio, ca fu mosso
de pietate, ma sì·lli remise soa iniuria. Delle cose civile se renneva rascione espeditamente. In
questo tiempo orribile paura entrao l'animi delli latroni, micidiari, malefattori, adulteratori e de onne
perzona de mala fama. Ciasche diffamata perzona iessiva fòra della citate nascostamente,
secretamente fuiva. Alla mala iente pareva che essi devessino essere presi nelle loro case proprie e
essere menati allo martirio. Dunqua fugo li riei più là assai che non so' li confini della contrada de
Roma. Non speravano salute in alcuno. Lassavano le case, li campi, le vigne, le moglie e·lli figli.
Allora le selve se comenzaro ad alegrare, perché in esse non se trovava latrone. Allora li vuovi
comenzaro ad arare. Li pellegrini comenzaro a fare loro cerca per le santuarie. Li mercatanti
comenzaro a spessiare li procacci e camini. In questo tiempo nella citate de Roma nato fu uno
mostro. Nella contrada de Camigliano de una femina pedonessa nacque uno infante muorto, lo quale
avea doi capora, quattro mano, quattro piedi, como fussino doi appiccati dallo pietto. Ma l'uno
maiure era che l'aitro e pareva che lo menore avanzassi lo maiure, non senza ammirazione della
iente. In questo tiempo paura e timore assalìo li tiranni. La bona iente, como liberata da servitute, se
alegrava. Allora lo tribuno fece uno sio generale Consiglio, e scrisse lettere luculentissime alle citati
e alle communitati de Toscana, Lommardia, Campagna, Romagna, Maretima, allo duca de Venezia,
a missore Lucchino tiranno de Milana, alli marchesi de Ferrara, allo santo patre papa Chimento, a
Ludovico duca de Bavaria, lo quale era stato elietto imperatore, como ditto de sopra ène, alli regali
de Napoli. In queste lettere proponeva lo sio nome per mannifico titulo in questa forma: “Nicola
severo e pietoso, de libertate, de pace e de iustizia tribuno, anche della santa romana repiubica
liberatore illustre”. In queste lettere dechiarao lo stato buono, pacifico, iusto, lo quale comenzao
aveva. Dechiarava como lo viaio de Roma, lo quale soleva essere dubioso, era libero. Puoi petiva
che·lli mannassino sintichi sufficienti, delli quali avea bisuogno a rascionare cose utile allo buono
stato nella sinodo romana. Puoi li confortava e diceva che se alegrassino e daiessino grazie e laode a
Dio de tanto e tale beneficio. Li currieri, li quali portavano le soie lettere, portavano in mano
vastoncelle de leno pente inarientate. Arme nulla portavano. Tanto muitiplicaro questi suoi currieri,
che de essi numero granne era, perché erano receputi graziosamente e granni onori onne omo a loro
faceva. Guidardoni tollevano. Uno currieri sio fiorentino fu mannato in Avignone allo papa e a
missore Ianni della Colonna cardinale. Reportao la vastoncella de leno de finissimo ariento maitata
coll'arme dello puopolo de Roma e dello papa e dello tribuno, valore de fiorini trenta. Po' la soa
tornata lo currieri disse: “Questa verga aio portata piubicamente per le selve, per le strade. Migliara
de perzone se soco inninocchiate denanti da essa e basatola con lacrime per alegrezza delle strade
sanate, liberate da latroni”. Anche aveva lo tribuno li moiti scrittori e moiti dittatori, li quali non
cessavano dì e notte scrivere lettere. Moiti erano li più famosi de terra de Roma. Puoi ad esso
comenzaro a concurrere buffoni assai e cavalieri de corte, sonettatori e cantatori. Canzoni vulgari e
vierzi per lettera de suoi fatti fatti fuoro. In questo tiempo era in Roma uno iovine potente e nobile
perzona: nome sio era Martino de Puorto, nepote dello cardinale de Ceccano e de missore Iacovo
Gaietano cardinale. Ià per li tiempi passati stato era senatore; suoi antecessori la dignitate dello
senato per più fiate àbbero. De questo Martino feci menzione sopra della galea sorrenata. Questo fu
signore dello castiello de Puorto. Soa vita era venuta a tirannia. Soa nobilitate bruttava per tirannie,
latronie. Prese per moglie una nobilissima femina, madonna Mascia delli Alberteschi, la quale
moito era bella e era stata vedova. Stette con questa nova soa donna forza un mese, perché male se
sappe retenere. Anche pessimamente se temperava dallo sopierchio civo. Cadde in pessima
infirmitate e incurabile. Li miedici dico retruopico. Sio ventre era pieno de acqua. Como votticiello
pareva, piene le gamme e·llo cuollo sottile e·lla faccia macra, la sete grannissima. Leguto da sonare
pareva. Stavase in soa casa quetamente renchiuso e facevase medicare dalli fisichi. Questo omo così
nobile, sotto spezie de securitate infermo a morte, per terrore de tutta l'aitra iente fece pigliare nella
propria casa, nelle mano della soa donna, nello palazzo canto lo fiume de Ripa Armea, e fecelo
menare a Campituoglio. Puoi che là a Campituoglio fu lo barone latrone connutto, era forza ora de
nona. Non fece demoranza. Sonao la campana a stormo. Lo puopolo fu adunato. Fu Martino
desmantato, la soa cappa alla cincillonia fatta. E legatoli le mano dereto, fu fatto inninocchiare nelle
scale canto lo lione, nello luoco usato. Là odìo la sentenzia de sia morte. A pena lo lassao
confessare perfettamente allo preite. Alle forche lo connannao, perché avea derobata la galea
sorrenata. Menato così mannifico omo alle forche, nello piano de Campituoglio fu appeso. Soa
donna da longa per li balconi lo poteva vedere. Una notte e doi dìe pennéo nelle forche, né·lli iovao
la nobilitate né·lla parentezze delli Orsini. A quello modo resse Roma e moiti in simile pena
dannao. Questa cosa spaventao li animi delli potienti, li quali sapevano le loro inique operazioni.
Aitri per pietate ne lacrimava, aitri ne temeva. Ora comenza la iustizia a prennere vigore. La fama
de tale fatto spaventao li mannifichi in tale muodo che a pena avevano fede de sé medesimi. Allora
le strade fuoro aperte. Notte e dìe caminavano liberamente li viatori. Non ardisce alcuno arme
portare. Nullo omo fao ad aitri iniuria. Lo signore non se accotiava de toccare lo sio servo. Onne
cosa guardiava lo tribuno. Per la alegrezze de così escellente fatto piangono alcuni con alegrezze e
pregano Dio che fortifichi lo sio core e·llo intellietto in questo proponimento. Tutta la intenzione
dello tribuno primamente fu de esterminare li tiranni e confonnerelli in tale via che de essi non se
trovassi pianta. Li vetturali, li quali portavano le some, lassavano le some nelle strade piubiche,
bene le retrovavano sane e salve. Allora fu mercato nella gota uno lo quale avea nome Tortora (era
delli suoi currieri), perché avea receputa pecunia senza licenzia, quanno fu mannato alli regali de
Napoli. La fama de sì virtuoso omo per tutto lo munno se destenne. Tutta la Cristianitate fu
commossa como se levassi da dormire. Fu uno Bolognese lo quale fu uno delli schiavi dello soldano
de Babillonia. Lo primo che potéo aizare, la più corta, ne venne a Roma. Questo disse che allo
granne Racham ditto fu che nella citate de Roma se era levato un omo de granne iustizia, omo de
puopolo; lo quale respuse e dubitanno disse: “Maumet e santo Elinason aiutino Ierusalem”, cioène
la Saracinia. Appeso che fu Martino, in quelli dìe fu una festa de santo Ianni de iugno. Tutta Roma a
Santo Ianni vao la dimane. Voize questo omo ire alla festa como l'aitri. La soa ita fu per questa via.
Cavalcao con granne appriesto de cavalieri. Sedeva sopra uno destrieri bianco. Vestuto era de
bianche vestimenta de seta, forrate de zannato, infresate de aoro filato. Sio aspietto era bello e
terribile forte. Denanti allo sio cavallo li ivano li ciento iurati da pede armati dello rione della
Regola. Sopra lo capo sio portava lo confallone. Un aitro dìe cavalcao per pranzo a Santo Pietro
Maiure de Roma. Uomini e femine lo trassero a vedere. Questo fu l'ordine de soa bella cavalcata. La
prima iente che venissi fu una milizia de iente armata da cavallo, adornata e bella, la quale devea ire
a ponere campo sopre lo profietto. Po' questi sequitava lo ordine delli officiali, iudici, notari,
cammorlenghi, cancellieri, scrivisenato e onne officiale, pacieri e scintichi. Puoi sequitavano quattro
menescalchi colli loro cavalcanti usati. Puo' questi sequitava Ianni de Allo, lo quale portava la
coppa d'ariento inaorato in mano collo dono a muodo de senatore. Puo' questo venivano li sollati da
cavallo. Po' questi venivano li trommatori, li quali venivano sonanno colle tromme d'ariento.
Naccari d'ariento sonanti onesto e mannifico suono facevano. Puoi venivano li vannitori. Tutta
questa iente passava con silenzio. Po' questi veniva uno omo solo lo quale portava in mano una
spada nuda in segno de iustizia: Buccio, figlio de Iubileo, fu. Po' questo sequitava uno omo lo quale
per tutta la via veniva iettanno e sparienno pecunia a muodo imperiale: Liello Migliaro sio nome fu.
De·llà e de cà aveva doi perzone, le quale sostenevano le sacca della moneta. Po' questi sequitava lo
tribuno solo. Sedeva in uno destrieri granne, vestuto de seta, cioène de velluto mieso verde, mieso
giallo, forrato de varo. Nella mano ritta portava una verga de acciaro polita, lucente. Nella soa
summitate era uno melo de ariento 'naorato, e sopra lo pomo staieva una crocetta de aoro. Drento
della crocetta staieva lo leno della croce. Da l'uno lato erano lettere smaitate, dicevano: “Deus ”, da
l'aitro: “Spiritus Sanctus ”. Puo' esso immediate veniva Cecco de Alesso e portavali sopre capo uno
stennardo a muodo regale. In quello stennardo era lo campo de bianco; in mieso staieva uno sole de
aoro splennente e atorno staievano le stelle de ariento. In capo dello stennardo era una palomma
bianca d'ariento, la quale portava in vocca una corona de oliva. Dallo lato ritto e manco aveva con
seco da pede cinquanta vassalli de Vitorchiano, li fideli, colli sbiedi in mano. Bene parevano orzi
vestuti e armati. Po' questi sequitava la compagnia de moita iente desarmata, sì de ricchi, sì de
potienti, de consiglieri, compagni e de moita iente onesta. Con cutale triomfo, con cutale gloria
passao lo ponte de Santo Pietro, onne perzona salutanno. De colpo le porte e·lle tavolata fuoro date
per terra, la strada spaziosa e libera. Puoi che fu ionto alle scale de Santo Pietro, li calonici de Santo
Pietro con tutto lo chiericato li iessiro incontra vestuti e parati colle cotte bianche solennemente,
colla croce e collo oncienzo. Vennero cantanno"Veni Creator Spiritus" fi' alle scale e sì·llo recipiero
con granne letizia. Inninocchiato denanti allo aitare deo soa offerta. Lo chiericato preditto li
raccommannao li bieni de Santo Pietro. Lo sequente dìe deo odienzia alle vedove, alli orfani, alli
desolati. E fece prennere doi scrivisenato e feceli mitrare como faizarii e connannaoli in granne
pecunia, mille livre per uno. L'uno avea nome Tomao Fortifiocca, l'aitro avea nome Poncelletto
della Cammora. Questi doi erano moito potienti populari. Dallo principio questo omo faceva vita
assai temperata. Puoi comenzao a muitiplicare vite e cene e conviti e crapule de divierzi civi e vini e
de moiti confietti. Puoi fece stecconiare lo palazzo de Campituoglio fra le colonne e chiuselo de
lename. E commannao che tutte le steccata delli renchiostri delli baroni de Roma issero per terra; e
fu fatto. Anco commannao che quelli travi, tavole e lename fussi portato a Campituoglio alle spese
delli baroni; e fu fatto. Allora in casa de missore Stefano della Colonna prese latroni, li quali
appese. Puoi connannao ciascheuno lo quale era stato senatore in ciento fiorini, perché de essi
voleva reedificare e racconciare lo palazzo de Campituoglio. Recipéo per ciasche barone ciento
fiorini, ma lo palazzo non fu acconcio, benché comenzassi. E fece prennere Pietro de Agabito per la
perzona, lo quale era stato in quello anno senatore, e a pede, como fussi latrone, lo fece menare a
corte dalli suoi menescalchi. Ora comenzano a spessiare le immasciate delle terre e delli nuobili.
Tutta Toscana avea ià mannate le immasciarie. Allora ordinao la milizia delli cavalieri de Roma per
questo ordine. Per ciasche rione de Roma ordinao pedoni e cavalieri trenta, e deoli suollo. Ciasche
cavalieri avea destrieri e ronzino, cavalli copertati, arme adornate nove. Bene pargo baroni. Anco
ordinao li pedoni puro adorni, e deoli li confalloni, e divise li confalloni secunno li segnali delli
rioni, e deoli suollo. E commannao che fussino priesti ad onne suono de campana e feceselli iurare
fidelitate. Fuoro pedoni MCCC, li cavalieri CCCLX, elietti iovini, mastri de guerra, bene armati.
Puoi che·llo tribuno se vidde armato de così fatta milizia, allora se apparecchia de movere guerra a
più potienti perzone. Manna sio editto intorno e cita tutti potienti nelle finaite de Roma. Intanto
ordinao alquanti suoi fattori e mannaoli coglienno lo focatico. Coizero dunqua lo cienzo antico dello
puopolo de Roma, e onne dìe la moneta vene a Roma per tale via, che increscimento e fatiga fosse
contare pecunia de tanta iente. Prestamente li vassalli delli baroni pacano uno carlino per fumante.
Apparecchiavanose a questa paca le citate, le terre e le communanze, le quale staco nella Toscana
inferiore e in Campagna e in Maretima. No·llo créseri: li vassalli de Antioccia pacaro. Puoi che·llo
editto abbe mannato a tutti li baroni e alle citate intorno, doicemente obediscono, secunno che de
sopra ditto ène. Alla loro matre e donna Roma umile reverenzia faco. Solo Ianni da Vico profietto,
tiranno de Vitervo, non vole obedire. Per mille voite citato non voize comparere. Allora deo contra
esso profietto la sentenzia e privaolo in piubico parlamento della soa dignitate e disse ca era
occiditore dello sio frate, fazzioso, e che non voleva rennere lo altruio, cioène la rocca de
Respampano, e appellaolo Ianni de Vico. Allora determinao l'oste sopra quello. E feceli capitanio
sopra Cola Orsino guarzone, signore de Castiello Santo Agnilo, e deoli per consiglieri Iordano delli
Orsini. E abbe in quella oste li moiti aiutorii. E posero campo sopre la citate de Vetralla e stiettero
in assedio dìi sessanta. E currevano onne pianura fi' in Vitervo ardenno e derobanno. Deh, como
granne paura fecero a Vitervesi! Donne fu auta Vetralla per bona voluntate delli avitatori. Erance
una forte rocca. Quella rocca non fu auta. Volennola Romani prennere per arte de guerra, fecero
trabocchi e manganelle. Moito spessiavano loro prete. Puoi fecero una asinella de leno e
connusserolla fi' alla porta della rocca. La notte se fece. Quelli della rocca misticaro zolfo, pece e
uoglio, lena, trementina e aitre cose, e iettaro questa mistura sopra lo edificio. La asinella fu in
quella notte arza. La dimane fu trovata cenere. In questa oste fuoro Cornetani con tutto loro sfuorzo
e Manfredo loro signore. Fuoronce le masnate de Peroscini, de Todini, de Nargnesi, baroni de Roma
assai. Moito fu bella oste, potente e onorata. Puoi che li Romani àbbero consumato e guasto onne
campo, àbbero arzo lo lavoro e·llo lino fi' in Vitervo, era mesa state de luglio, quanno lo callo stao
infervente. Allora lo tribuno determinao a questa oste ire perzonalmente e mustrare tutta soa
potenzia con cavalieri e pedoni e depopulare le vigne de Vitervo. Quanno lo profietto questo sentìo,
incontinente penzao de obedire. In questo tiempo erano in destretto alquanti baroni (de
Campituoglio non se potevano partire), cioène Stefano della Colonna e missore Iordano de Marini.
Lo profietto in prima mannao li immasciatori. Puoi perzonalmente venne a Roma. Era ora nona, da
mieso dìe. Entrao in Campituoglio e posese sotto le vraccia dello tribuno. In soa compagnia avea
forza da sessanta. Allora fuoro inzerrate le porte de Campituoglio e, sonata la campana, fuoro
adunati uomini e femine de Roma. Lo tribuno fece uno parlamento, nello quale disse che Ianni de
Vico voleva obedire allo puopolo de Roma. Allora lo renvestiva della prefettura e disse che renneva
li bieni dello puopolo. E così fu fatto, perché, 'nanti che lo profietto se partissi de Roma e 'nanti che
lo esercito de Vetralla se venissi, rassenata fu alli fattori e allo scindico de Roma la rocca de
Respampano, e puoi lo profietto fu lassato. Ora ascoita novitate delle sonnora. La notte denanti allo
dìe dello accordo lo tribuno dormiva in un sio oniesto e triomfale lietto. Primo suonno era. Mentre
che dormiva, comenzao fortemente a gridare per suonno e diceva: “Lassame, lassame”. A questo
favellare li servitori della Cammora curzero e dissero: “Signore nuostro, que novitate ène? Volete
cobelle?” Allora lo tribuno era resvigliato, favellao e disse: “Mode io me sonnava che uno frate
bianco veniva a mine e diceva:"Tuolli la toa rocca de Respampano. Ecco che te·lla renno". E
dicenno questo in questo suonno me prese per la mano. Allora gridai”. Questo suonno né più né
meno devenne como fu. Uno fraticiello, lo quale aveva nome frate Acuto de Ascisci spidalieri, lo
quale fece lo spidale della Croce de Santa Maria Rotonna, dello quale de sopre feci menzione nella
renovazione de ponte Muolli, fu santa e bona perzona. Questo trattao la concordia fra Romani e·llo
profietto. Venne lo sequente dìe allo tribuno colle novelle della pace e disse: “Tuolli la rocca de
Respampano. Io te la renno”. Favellava allo puopolo lo tribuno in parlatorio. Tutta la strada de
mercato piena era. In capo della strada apparze frate Acuto vestuto de bianco, a cavallo in un sio
asiniello copierto de bianco, incoronato de rami de oliva, colli rami della oliva in mano. Per vederlo
moita iente se fioccava. Da longa lo vidde lo tribuno e disse alli suoi cubiculari: “Ecco lo suonno de
questa notte”. In questa oste de Vetralla lo Romano abbe mille perzone da cavallo, pedoni sei milla.
La oste fu tornata incoronata de rami de oliva. Ora voglio un poco iessire dalla materia. Pòtera
alcuno adomannare se·llo suonno pò essere vero. A ciò responno e dico: bene che moiti suonni
siano vanitati, siano moiti delusioni de demonia, nientedemeno moiti suonni se trova omo veri
como Dio li inspirassi, spezialmente in perzone temperate, dove non abunnano fumositate per
crapula e per desusato civo, e in tiempo della notte che se dice aurora, quanno se parte la notte dallo
dìe, ché lo cerebro stao purificato, li spiriti staco temperati. E de ciò fao fede lo biato santo Gregorio
nello Dialogo. Dice santo Gregorio che nello monistero sio fu uno monaco de santa vita e bona lo
quale aveva nome Mierolo. Questo Mierolo fra le moite virtute aveva questa, che mai non finava de
dicere salmi, salvo quanno manicava e dormiva. Infermao. Dormenno questo frate Mierolo infermo
sonnaose che una bella corona de variati fiori descegneva da cielo e posavase nello sio capo. Questo
suonno disse alli monaci. Venne e morìo. Como interpretassi sio suonno in bona parte, alegramente
passao. Po' li anni XIIII de soa morte un aitro monaco cavava la sepoitura per uno muorto in quello
luoco dove Mierolo stava sepellito. Como fu cavata, subitamente de quello luoco iessìo una
fraganzia, uno odore suavissimo, como fussino state in quella fossa rose, viole, igli e moiti fiori.
Dunqua bene fu vero lo suonno de Mierolo che da cielo li veniva la corona de fiori, li quali fiori
puo' li anni XIIII renniero odore drento alla fossa. Anco ne fao menzione frate Martino nella soa
cronica. Dice che Marziale imperatore, lo quale staieva in Constantinopoli, una notte se sonnao che
lo arco de Attila vedeva rotto in doi parte. Estimao Marziale che Attila fussi muorto; e così fu lo
vero. Questo Attila fu granne rege e fu granne tiranno. Avea arcieri assai. Tutta Pannonia e Bulgaria
gìo profonnenno. Depopulao moite citate, Aquileia e aitre. Occise Bella frate sio e fu sconfitto da
Franceschi, Borgognoni e Sanzonesi e Italiani. Nella quale sconfitta fu muorto lo re de Borgogna e
fuoronce muorti ciento ottanta milia capora d'uomini, sì che rigo de sangue abunnao. Dunque Attila
re como sconfitto retornao in sio paiese e adunao grannissima iente de Ongari e de Daziani e
tornava per entrare in Italia. Delle prime terre che trovassi fu Aqulieia, la quale disfece. Papa Lione
santissimo in quello tiempo viveva. Pregaolo che se iessissi fòra de Italia; e così fu. Como se partìo
de Italia per tornare in soa contrada, morìo in Pannonia. La notte de soa morte apparze in suonno a
Marziale imperatore in Constantinopoli in Grecia l'arco de Attila rotto, donne Marziale estimao che
Attila fusse muorto; e così fu. Anco ne fao menzione Valerio Massimo dello suonno de Cassio
Parmese, lo quale se retrovao ad occidere Iulio Cesari, donne se era partito da Roma, iva fuienno.
Ottaviano e Antonio lo sequitavano como nemico capitale. Questo Cassio una notte se redusse in
una piccola fortezza. Messo a lietto, vidde in suonno uno omo terribile con una faccia scura, lo
quale li menacciava. Soie menacce erano in lengua greca. Per doi voite a tale suonno se svigliao.
Alla terza se fece venire lo lume e commannao che li suoi servienti lo guardassino. Anco quello
medesimo suonno vidde la dimane. Le legione de Ottaviano e l'oste de Antonio li fu sopra, e sì fu
preso Cassio e sì li fu tronco lo capo. Aristotile lo filosofo de ciò fao menzione e speziale trattato in
un sio livro lo quale hao nome De Suonno e Vigilia, nello capitolo della divinazione nello suonno.
Dice Aristotile e quelli li quali sequitano la soa opinione che·llo suonno pote essere vero
naturalmente. E ciò sottilemente demustra per una cutale via. In prima suppone lo filosofo che
questa differenzia sia fra lo vigliare e·llo dormire. Nello vigliare granni movimenti pargo allo
imaginare piccoli, nello dormire li movimenti e·lle cose piccole pargo granne. Como incontra che in
alcuna perzona poca de flemma dolce li destilla per la vocca e pareli assaiare zuccaro, mele e
cennamo. In alcuno abunna poca de collora e pareli vedere saiette volare per lo cielo, focora,
fiamme e tempestate. In alcuno se move ventositate overo alcuno piccolo ventariello e pareli vedere
che tutte le ventora tempiestino. La cascione de ciò sì ène che nello sopore tutti li spiriti staco
insiemmora redutti drento alla fantasia ed alla imaginativa, donne soco più temperati a
comprennere; anco, perché soco adunati, soco più potienti in soa operazione. Nello vigliare li spiriti
so' despierzi, le cose soco varie e moite; e quanno la virtute stao unita, ène più forte che quanno ène
sparza. Ià avemo che li spiriti nella notte staco solliciti, intentorosi, e piccola cosa li move. La
secunna cosa presuppone Aristotile ène questa. Dice: “Ciò che noi operamo ène per l'airo, senza lo
quale vivere non se pote. L'airo ène in mieso de noi. La favella umana vao da omo in omo, perché
l'airo ène refratto da omo in omo. L'airo se muta e move secunno le mutazioni le quale l'uomini
faco, como è delle densitati delle forme che apparo nello spiecchio”. Pone un aitro esempio:
“Alcuno ietta la preta nello laco. La preta move l'acqua. L'acqua, mossa una parte, move l'aitra parte
vicina in muodo de rota e tante rote fao quanto dura la potenzia dello vraccio. Stao lo pescatore con
sio amo, pesca, non vede quello che la preta iettao, ma vede li cierchi che l'acqua fao. Conosce che
omo li fao impaccio allo pesce prennere. Movese e veone a pregare che non ietti prete più”. Così,
dice Aristotile, la favella, le operazione umane mutano l'airo. L'airo mutato da parte in parte perveo
allo sentimento umano e delli aitri animali, como incontra che·lla camarda e·lle morte corpora
iettano vapori corrotti per lo airo e perveo allo odorato delli lopi e delli avoitori, donne se scrive che
cinqueciento miglia lo avoitore curre alle corpora morte. Questo non fora per aitro se non per la
mutazione che fa l'airo continuato da cuorpo a cuorpo. Ora vole Aristotile che non solamente li
effetti delle cose mutino l'airo, ma anco se muta l'airo per lo volere, li penzamenti dello omo; ché,
quanno uno vole occidere un aitro, li spiriti se·lli infiammano aduosso. Li spiriti infiammati mutano
l'airo secunno qualitate de quella collora accesa. L'airo mutato se continua colla perzona che deve
essere offesa. Nella perzona che offesa deo essere staco li spiriti temperati secunno la connizione
dello suonno, comprenno l'ira dello omo sopra de sé secunno alcuna specie, in tale specie o simile.
Questa ène la rascione naturale la quale adduce lo filosofo. Dunqua non fu inconveniente se quello
imperatore vidde in suonno l'arco de Attila rotto; ché per la morte de Attila l'airo mutao nello
emisperio de parte in parte l'airo senza contradizzione, sì che pervenne allo spirito dello imperatore
dormente. Ora voglio tornare alla materia. Puoi che lo profietto obedìo e assenao la rocca de
Respampano, incontinente li fu rassenato in Maretima lo forte e opulente castiello de Cere, puoi
Monticielli da priesso a Tivoli, Vitorchiano da priesso de Vitervo, la rocca de Civitavecchia canto
mare, lo Piglio in Campagna e Puorto canto Tevere. Abbe allora alle soie mano le fortellezze, li
passi e·lli ponti de Roma in tutto. Allora prese core e ordinao Ianni Colonna capitanio contra quelli
de Campagna, se fussino rebelli, specialmente contra lo conte de Fonni, Ianni Gaietano; lo quale
Ianni e li Campanini obediero. Lo profietto in segno de vera obedienzia mannao Francesco sio figlio
per staio, moito onoratamente accompagnato. Allora Cola de Buccio de Braccia, uno potente che
abita sopre le montagne de Riete, fuìo e aizao de la più corta longa da terra de Roma. Puoi fece in
Campituoglio una moito bella cappella renchiusa con fierri stainati. Là drento faceva cantare
solenne messa con cantori assai e moita illuminaria. Puoi se faceva stare denanti a sé, mentre
sedeva, tutti li baroni in pede ritti colle vraccia piecate e colli cappucci tratti. Deh, como staievano
paurosi! Avea questo una soa moglie moito iovine e bella, la quale, quanno iva a Santo Pietro, iva
accompagnata da iovini armati. Delle patricie la sequitavano. Le fantesche colli sottili pannicielli
'nanti allo visaio li facevano viento e industriosamente rostavano, che soa faccia non fossi offesa da
mosca. Avea un sio zio: Ianni Varvieri avea nome. Varvieri fu e fu fatto granne signore e fu
chiamato Ianni Roscio. Iva a cavallo forte accompagnato da citatini romani. Tutti li suoi parienti
ivano a pari. Avea una soa sorella vedova, la quale voize maritare a barone de castella. E fece
officiali e renovao de essi onne rascione. Allora fama e paura de sì buono reimento passao in onne
terra. De citate e terre moito lontane vennero a Roma perzone le quale accusaro; e quelli che
appellaro e quelli che fuoro puniti no·llo pòtieri credere. Nella citate de Peroscia fu occuitamente
occiso uno Iudio, ricchissimo usuraro, colla soa Iudea. Per lo tiempo la esecuzione fu trattata a
Roma. Moiti offesi tiranniati delle citate de Toscana vennero a Roma e pregavano per Dio che·lli
remettessi in loro case. Ad onne iente bene prometteva. Ora spessiano li forestieri e·lli alberghi so'
repieni per la folla della moita forestaria. Le case abannonate se racconciavano. Nello mercato la
moita iente curre. Li signori della Montagna, quelli de Malieti, Todino de Antonio, li quali de Roma
soco sempre stati stranieri, tutti se rappresentano. In tiempo de tanta prosperitate, volenno essere
solo signore, licenziao lo vicario dello papa, sio collega, lo quale fu uno oitramontano, granne
decretalista e vescovo de Vitervo, benché de Avignone, dalli granni prelati, avessi le moite lettere
e·lle moite ambasciate. Allora mannao uno ammasciatore allo papa significanno questo stato.
Questo ammasciatore, puoi che fu tornato, disse che lo papa con tutti li cardinali forte dubitaro. Ora
te conto le ammasciate ornate le quale ad esso venivano. Tutta Roma staieva leta, rideva, pareva
tornare alli anni megliori passati. Venne la venerabile ammasciata e triomfale de Fiorentini, de
Senesi, de Arezzo, de Tode, de Terani, de Spoleti, de Riete, de Amelia, de Tivoli, de Velletri, de
Pistoia, de Fuligni, de Ascisci. Queste e moiti aitri uomini de spettata bontate, perzone posate,
oneste, iudici, cavalieri, mercatanti, belli e facunni parlatori, uomini de sapienzia, facevano le
ammasciarie. Tutte queste citati e communanze se offierzero allo buono stato. Le citati de
Campagna, lo ducato, le terre dello Patrimonio se renniero. Sì non volenno essere sotto la Chiesia lo
puopolo de Gaieta colla ammasciaria mannao dieci milia fiorini e offierzerose. Veneziani scrissero
lettere seiellate collo seiello pennente de piommo, nelle quale offierzero allo buono stato le perzone
loro e·llo avere. Missore Lucchino, lo granne tiranno de Milana, mannao una lettera, nella quale
confortao lo tribuno a bene fare e allo buono stato e ammaiestravalo che cautamente sapessi domare
li baroni. La maiure parte delli tiranni de Lommardia lo desprezzaro. Ciò fu missore Tadeo delli
Pepoli de Bologna, lo marchese Obizo de Ferrara, missore Mastino della Scala de Verona, missore
Filippino de Gonzaga de Mantova, li signori de Carrara de Padova, in Romagna missore Francesco
delli Ordelaffi de Forlì, missore Malatesta de Arimino e moiti aitri tiranni, li quali, fatta laida e
vituperosa resposta, auto più maturo consiglio, apparecchiavano de mannare sollenni ambasciate.
Ludovico duce de Bavaria, ià imperatore, fi' dalla Alamagna mannao secreti ammasciatori e pregava
per Dio che·llo accordassi colla Chiesia, ché non voleva morire scommunicato. Dello regno de
Puglia li scrisse lo duca de Durazzo e offerivase. Nello soprascritto diceva: “Allo amico nuostro
carissimo”. Anco li scrisse missore Aloisi, principe de Taranto, e aitri regali. Da Ludovico re de
Ongaria veniva una grossa ammasciata e onorata. Ià vennero li preventori delli ambasciatori e
pregavano che·llo tribuno collo puopolo de Roma provedessi sopre la vennetta la quale se dovessi
fare della cruda morte la quale fece lo re Antrea, re de Puglia, lo quale dalli baroni era stato appeso,
como se dicerao puoi. Erano questi preventori della ambasciata doi perzone assai notabile, vestute
de ricchi verdi forrati de vari con cappe alamanne. Quanno lo tribuno intese loro ammasciata,
volennoli dare resposta, menaoli su nello parlatorio denanti a tutto lo puopolo. Era dìe sabato. Fatto
era de alquanti iustizia. Allora se fece ponere in capo la corona tribunale, della quale io farraio
menzione. Nella mano ritta teneva uno melo d'ariento colla croce. Allora favellao e disse:
“Iudicaraio la rotonnitate delle terre in iustizia e li puopoli in ogualitate”. Disse puoi: “Questi soco li
ambasciatori delli Ongari, li quali demannano iustizia della morte dello aitro innocente re Antrea”.
Dalla reina Iuvanna, moglie dello re Antrea, infelice re, abbe lettere graziose, dalla quale medesima
la tribunessa ne abbe cinqueciento fiorini e iole. Dallo santo patre apostolico lettere abbe che facessi
bene. Da moiti prelati lettere abbe speciali che sapessi suiere le zinne della santa Chiesia como de
pietosa e dolce matre. Ora Filippo de Vallois, re de Francia, lettera manna per uno arcieri. La lettera
era scritta in vulgare; non era pomposa, ma era como lettera de mercatanti. Quanno la lettera fu
ionta in Roma, lo tribuno era caduto de sio dominio, lo stato era rotto, donne fu assenata alli signori
de Castiello Santo Agnilo, e Agnilo Malabranca, cancellieri de Roma, l'abbe in soie mano. Voglio
alcuna cosa breviare delle magnifiche resposte le quale daieva. Venne a Roma l'ammasciata dello
principe de Taranto. Tre fuoro li ammasciatori, uno arcivescovo dello ordine de santo Francesco,
mastro in teologia, uno cavalieri a speroni d'aoro, uno iudice con bella compagnia, some e aitro
arnese. Quanno li tre ammasciatori fuoro denanti allo tribuno, lo arcivescovo propuse queste
paravole: “Misit viros renovare amicitiam ”. Puoi se destese e disse como loro signore se alegrava
moito de sì fatto stato. Puoi lo confortava. Puoi se offerìo. Puoi domannava che Romani fussino una
con esso a contrariare allo re de Ongaria, lo quale veniva ad ardere e refocare lo reame de Puglia.
Ditte queste paravole, lo ammasciatore fece fine. A queste paravole lo tribuno senza provisione
alcuna respuse per questa via. In prima propuse così: “Sit procul a vobis arma et gladius. Terra
marique sit pax ”. Puoi disse: “Avemo alquanti populari, colli quali auto consiglio, a voi darremo
resposta”. Quanno lo frate, mastro in teologia, queste paravole abbe intese, subitamente esbauttìo sì
forte che brevemente non sapeva que dicere. La cascione dello sio sbaottimento fu questa, che·lla
resposta dello tribuno responneva alla proposta e ambedoi erano de un tiesto, poco da longa l'uno
dall'aitro, nello livro de Maccabei. L'opera fu così. Iente straniera per forza entraro nello reame de
Iudea. Li regali de Iudea forte resistenzia fecero. La guerra fu granne. Li campi non fuoro coitivati.
La carestia era granne per la contrada. Non avevano foraggio. Convenne che Iudiei recurressino a
Romani, colli quali avevano lega. Donne mannaro a Roma li ammasciatori per renovare questa
amistanza, ca volevano aiuto e succurzo. Anco vennero e adomannaro grano per la carestia che
aveano. In ciò adussero navi e addussero moneta assai. Romani respusero in una lettera, scrissero
che essi ortavano non essere guerra in loro paese de Iudea e che pace li donassi Dio per terra e per
mare. All'opera della annona li Romani caricaro le navi de grano e·lla moneta misero nelli sacchi, e
sì mannaro lo grano e remannaro in reto la moneta. De ciò lo frate esbaottìo, ca penzao in sio
animo: “Moito ène savio omo questo tribuno, moita scienzia sao, ché me hao respuosto per lo tiesto
della Abibia in quella colonna dove stava la mea proposta. Certo moito sao, moita memoria e
prodezza hao”. Ora te voglio contare alcuna cosa della iustizia la quale questo faceva. Confesso che
quelli che in Roma venno carne o pesce siano li peiori uomini dello munno; onne iente suoglio
imbrattare. Allora dicevano nettamente: “Questa carne ène de peco, questa ène de crapa, questa ène
sediticcia. Questo pesce ène buono, questo ène rio”. Nettamente ciasche arte diceva la veritate. Fra
li aitri ambasciatori uno monaco nero della citate de Castiello venne a Roma. Albergao in Campo de
Fiore. Là, po' vespero, levato da cena non potéo trovare la cappa, la quale avea lassata fòra; era
furata. Abbe lo monaco alquante paravole coll'oste. L'oste diceva: “Non me assenasti cappa”. Non
valenno lo turbare a trovare la cappa, lo monaco ne gìo denanti allo tribuno e disse: “Missore, io me
pusi a cena. Lassai mea cappa de fore dallo albergo. Credeva che vostra signoria me·lla conservassi.
Ora me ène furata. Non la pozzo reavere. Monaco sacrato so'. In gonnella ne vado leieri a muodo de
sparvieri”. A ciò respuse lo tribuno e disse: “Toa cappa salva ène”. Mannao per panni. In quello
stante li fece tagliare e cosire ricca cappa de quello panno de quello colore. Ora torna lo monaco
moito contento allo albergo e disse: “Io non aio perduta cosa alcuna. Ecco la mea cappa”. Lo notaro
dello tribuno scrisse li confini dello luoco, e se·lla ruvina soa maturata non fussi, ne traieva più de
milli fiorini. Nello terreno dello castiello de Crapanica fu derobato uno vetturale. Be·lli fu tuoito
uno mulo e una soma de uoglio. Per bona fede lo conte Bertuollo, de cui era la signoria dello
castiello, mannao per lo uoglio e per lo mulo fiorini trenta e quattrociento fiorini pacao per
connannazione, ché male guardao lo paiese. Anco uno currieri li portao lettere. Dormenno in sio
albergo de notte un aitro currieri lo ammazzao e toizeli soa moneta. Essenno lo malefattore preso, fu
sotterrato vivo e de sopra da esso in una fossa fu messo lo occiso. Anche più bella questione della
morte de re Antrea se devolveva a Roma. Li abocati da parte dello re de Ongaria e·lli abocati da
parte della reina Iuvanna comparzero denanti alla banca dello iudice dello tribuno e questionavano.
Li abocati dello re domannavano iustizia. Quelli della reina dicevano ca in la reina non fu alcuna
colpa della morte de sio marito. L'aitra parte se mormorava della iniuria e con instanzia domannava
vennetta. Le abocazioni dell'una parte e della aitra se mettevano in livro. Questa fu cosa magna de
non poco onore. Ora te voglio contare como fu fatto cavalieri a granne onore. Puoi che lo tribuno
vidde che onne cosa li succedeva prospera e che pacificamente, senza contradizzione, reieva,
comenzao a desiderare l'onoranza della cavallaria. Dunqua fu fatto cavalieri bagnato nella notte de
santa Maria de mieso agosto. La grannezza de questa festa fu per questa via. In prima apparecchiao
alle nozze tutto lo palazzo dello papa con onne circustanzia de Santo Ianni in Laterano e per moiti
dìi denanzi fece le menze da magnare delle tavole e dello lename delli renchiostri delli baroni de
Roma. E fuoro stese queste menze per tutta la sala dello viecchio palazzo de Constantino e dello
papa e lo palazzo nuovo, sì che stupore pareva a chi lo considerava. E fuoro rotti li muri delle sale
donne venivano scaloni de leno allo scopierto per ascio de portare la cucina la quale là se coceva. E
ad onne sala apparecchiao lo cellaro de vino nello cantone. Era la viilia de santo Pietro in Vincola.
Ora era de nona. Tutta Roma, maschi e femine, ne vaco a Santo Ianni. Tutti se apparecchiano sopra
li porticali per la festa vedere e nelle vie piubiche per vedere questo triomfo. Allora venne la moita
cavallaria de diverze nazione de iente, baroni, populari, foresi a pettorale de sonaglie, vestuti de
zannato, con banniere. Facevano granne festa, currevano iocanno. Ora ne viengo buffoni senza fine.
Chi sona tromme, chi cornamuse, chi cerammelle, chi miesi cannoni. Puoi questo granne suono
venne la moglie a pede colla soa matre. Moite oneste donne la accompagnavano per volerli
compiacere. Denanti alla donna venivano doi assettati iovini, li quali portavano in mano uno
nobilissimo freno de cavallo tutto 'naorato. Tromme d'ariento senza numero ora vedesi trommare.
Po' questi venne gran numero de iocatori da cavallo, fra li quali Peroscini e Cornetani fuoro li più
avanzarani. Doi voite iettaro loro vestimenta de seta. Puoi veniva lo tribuno e·llo vicario dello papa
allato. Denanzi allo tribuno veniva uno lo quale portava in mano una spada nuda. Sopra lo capo un
aitro li portava uno pennone. In mano portava una verga de acciaro. Moiti notabili erano in soa
compagnia. Era vestuto con una gonnella bianca de seta miri candoris, inzaganata de aoro filato. La
sera, fra notte e dìe, sallìo nella cappella de Bonifazio papa, favellao allo puopolo e disse: “Sacciate
ca questa notte me dego fare cavalieri. Crai tornarete, ca oderete cose le quale piaceraco a Dio in
cielo, alli uomini in terra”. In tanta moititudine da onne parte era letizia. Non fu orrore, non arme.
Doi perzone àbbero paravole. Adirati trassero le spade. 'Nanti che colpo menassino le tornaro in
loro guaine. Onneuno vao in soa via. Delle citate vicine a questa festa vennero li abitatori, che più è,
li veterani e·lle poizelle, vedove e maritate. Puoi che onne iente fu partuta, allora fu celebrato uno
solenne officio per lo chiericato. E po' lo officio entrao nello vagno e vagnaose nella conca dello
imperatore Constantino, la quale ène de preziosissimo paragone. Stupore ène questo a dicere. Moito
fece la iente favellare. Uno citatino de Roma, missore Vico Scuotto cavalieri, li cenze la spada. Puoi
se adormìo in uno venerabile lietto e iacque in quello luoco che se dice li fonti de Santo Ianni,
drento dallo circuito delle colonne. Là compìo tutta quella notte. Ora odi maraviglia. Lo lietto e·lla
lettiera nuovi erano. Como venne lo tribuno a sallire a lietto, subitamente una parte dello lietto
cadde in terra et sic in nocte silenti mansit. Fatta la dimane, levase su lo tribuno vestuto de scarlatto
con vari, centa la spada per missore Vico Scuotto, con speroni d'aoro, como cavalieri. Tutta Roma,
onne cavallaria, ne vao a Santo Ianni, anco li baroni e foresi e citadini per vedere missore Nicola de
Rienzi cavalieri. Faose granne festa, faose letizia. Staieva missore Nicola como cavalieri ornato
nella cappella de Bonifazio papa sopra la piazza con solenne compagnia. Là se cantava solennissima
messa. Non ce mancao cantore, non apparato de ornamento. Mentre che tale solennitate se
celebrava, lo tribuno se fece 'nanti allo puopolo, mise gran voce e disse: “Noi citemo missore papa
Chimento che a Roma venga alla soa sede”. Puoi citao lo colleio delli cardinali. Anco citao lo
Bavaro. Puoi citao li elettori dello imperio in la Alamagna e disse: “Voglio che questi vengano a
Roma. Voglio vedere che rascione haco nella elezzione”; ca trovava scritto che, passato alcuno
tiempo, la elezzione recadeva a Romani. Fatta tale citazione, prestamente fuoro apparecchiate lettere
e currieri e fuoro messi in via. Puo' questo trasse fòra della vaina la soa spada e ferìo lo aitare
intorno in tre parte dello munno e disse: “Questo è mio, questo è mio, questo è mio”. Era là presente
a queste cose lo vicario dello papa. Stava como leno idiota. Non sentiva, ma stupefatto de questa
novitate contradisse. Abbe un sio notaro e per sentenzia piubica se protestao e disse ca queste cose
non se facevano de soa voluntate, anco senza soa coscienzia e licenzia de papa; e de ciò pregao lo
notaro che ne traiessi piubico instrumento. Mentre che lo notaro gridanno ad aita voce queste
protestazioni allo puopolo faceva, commannao missore Nicola che tromme, trommette, naccari e
ceramelle sonassino, che per lo maiure suono la voce dello notaro non se intennessi. Lo maiure
suono celava lo minore. Viziosa buffonia! Fatta questa cosa, la messa e soa solennitate finita fu.
Intienni una cosa notabile. Continuamente in quello dìe, dalla dimane nell'alva fi' a nona, per le nare
dello cavallo de Constantino, lo quale era de brunzo, per canali de piommo ordinati iessìo vino
roscio per froscia ritta e per la manca iessìo acqua e cadeva indeficientemente in la conca piena.
Tutti li zitielli, citatini e stranieri, li quali avevano sete, staievano allo torno, con festa vevevano.
Puoi che palesato fu che vagnato era nella conca de Constantino e che citato avea lo papa, moito ne
stette la iente sospesa e dubiosa. Fu tale che lo re
Cap. XIX
[Della morte de Antreasso re de Puglia, lo quale fu appeso,
e como fu comenzata a fare de tal morte iustizia. ]
[...]
Cap. XX
[Della venuta dello re de Ongaria in Italia e della
morte dello duca de Durazzo, lo quale fu decollato. ]
[...]
Cap. XXI
[Della crudele mortalitate per tutto lo munno e delle scale de Santa Maria de l'Arucielo. ]
[...]
Cap.XXII
[Dello terratriemulo lo quale fu in Italia. ]
[...]
Cap. XXIII
Dello quinquagesimo iubileo in Roma e della tornata la quale
fece lo re de Ongaria in Roma e in Puglia.
Currevano anni Domini MCCCL quanno papa Chimento concedéo alli Romani la universale
induglienzia de pena e de colpa per uno anno. Dunqua in quello anno senza impedimento alcuno
venne a Roma tutta la Cristianitate. A questa induglienzia fu lo cardinale de Bologna su lo mare,
legato de Lommardia, e fonce missore Aniballo de Ceccano, cardinale legato in Roma per lo papa
per correiere lo puopolo e per ministerio delli pellegrini. Questo cardinale legato, scritta che abbe
soa famiglia, muosso de Avignone, descenneva in Lommardia. Missore Ianni Visconte arcivescovo
de Milana, tiranno de Lommardia, li iessìo innanti per farli onore. Cinque destrieri copierti de
scarlatto, menati a mano, ivano denanti allo arcivescovo. Quanno lo legato vidde questo, stordìo,
favellao e disse: “Arcivescovo, que pompa, que vanagloria è questa?” Respuse lo arcivescovo e
disse: “Legato, questa non ène pompa, ma ène ca voglio che saccia lo patre santo ca esso hao sotto
de si uno chierichetto lo quale pò qualche cosa”. A questo arcivescovo non era possibile de avere
questi destrieri, ca erano li gruossi cavalli delli conestavili li quali aveva sparzi per le citate. Puoi
che lo legato, missore Aniballo, fu ionto in Roma, posao nello palazzo dello papa e comenzao a
provedere dello stato de Roma e delli pellegrini. Questo missore Aniballo abbe in sé quattro
proprietati non laudabili: la prima, ca esso fu de Campagna; la secunna, che esso fu guercio; la
terza, fu moito pomposo, pieno de vanagloria; la quarta voglio tacere. Questo cardinale, ionto in
Roma, venne a descordia con Romani per questa via. Avea un sio camiello, lo quale teneva colli
muli per la salmaria. La iente trasse uno dìe a questo camiello per vederlo nello renchiostro a pede
dello palazzo. Granne cosa fao intorno allo palazzo la iente vana. Chi lo mira, chi li tocca lo pelo,
chi lo capo, chi li bennardi. E·llo cavalcano. Ora lo voco fare annare. Granne ène lo cifolare, granne
è lo romore. Staieva là un famiglio dello legato. Parzeli male de tanta licenzia, reprenneva la iente.
Alle represe aionze le menacce. Onne perzona fece partire fòra dello steccato. La iente non voize
più odire. Prenne prete a piena mano, rompo lo steccato e tiengo dereto allo famigliaccio. Iettavano
prete su allo palazzo. Gridavano come se fao allo Patarino. A questo romore traie la iente con
vastoni e stanche. Dalla piazza de Santo Pietro traio quelli de Puortica armati de tutte arme, clinora
de acciaro, pavesi, panziere, scudi, valestre. Allo palazzo se fao lo granne commattere. La porta
serrata era. Lo romore era terribile. Le prete fioccavano, verruti e lance, lanciate como acqua
ventosa. Ben pare che per forza vogliano tollere la fortezza. Quanno lo legato sentìo ciò,
maravigliaose e abbe paura. Staieva su alli balconi de sopre. Sopre tutto vedeva. Non sapeva per che
cascione questo fussi. Davase delle mano per lo visaio e diceva: “Questo que vole dicere? Que aio
io fatto? Per que tanto detoperio me se fao? Vedi como date cascione voi Romani che·llo patre santo
venga a Roma! In questa terra lo papa non fora signore, non fora iusto arciprete. Non me cresi
venire a badaluccare. Haco li Romani somma povertate e granne regoglio”. Stenneva la mano e
faceva semmiante che cessassino de tale furore. Alla fine frate Ianni de Lucca, commannatore de
Santo Spirito, curze e sì racquetao li irrazionabili citatini. Onne omo torna a casa. Lo cardinale abbe
granne feltrenga; àbberase preso de stare in Avignone. Questo legato fece preclare cose. Esso ficcao
in Santo Pietro quelli doi belli panni li quali staco dallo lato dello coro, e donao uno a Santo Ianni e
[un] aitro a Santa Maria Maiure. Questo voize revisitare lo tesauro de Santo Pietro. Questo dava
assoluzioni e penitenzie de province e de citate, de principi e cose. Questo punìo penitenzieri,
cassaone e impresonaone. Fece cavalieri, deo dignitati e officia. Aizava e abassava lo termine delli
dìi. Lì concedeva la remissione delli quinnici in uno dìe per la tanta iente che era in Roma; ca, se
questo non faceva, Roma non àbbera potuto reiere tanto. Questo diceva messa pontificalemente con
tutte cerimonie como papa. A suono de tromme de ariento veniva in chiesia e tornava in palazzo.
Questo legato voize fare la cerca quinnici dìi e guadagnare la anima como l'aitri. Ma vedi que
l'incontrao. Ditta messa, cavalcava uno dìe lo legato per fare la cerca. Mossese da Santo Pietro e
ivase a Santo Pavolo. Mentre che passao per la strada che vao dalli Armeni a Santo Spirito, in
quello luoco che stao in mieso fra Santo Lorienzo delli Pesci e Santo Agnilo delle Scale, de sùbito
iessìo de una casella per la finestrella della Incarcerata da lato a Santo Lorienzo doi verruti, li quali
fuoro valestrati per occidere lo legato. L'uno no·llo toccao e ne gìo in aria vano, l'aitro lo percosse su
nello capiello e sì se ficcao drento. De tale vidanna stordìo lo cardinale. Se fisse la traccia della
famiglia, li succurze. Facoli rosta intorno. Lo romore ène granne: “Prienni, prienni”. Curri de·llà,
curri de cà per trovare chi avea voluto occidere lo cardinale. Curzero nella casetta donne erano
venuti li verruti. Avea la casetta l'uscio dereto, una postica. Per quella postica li valestrieri, lassate le
valestra, se erano partuti. Misticarose colla moita iente foita per la perdonanza, non fuoro
conosciuti. Nella casetta non fu trovata perzona alcuna. Doi valestre trovate fuoro. La casetta gìo per
terra pianata. Iustus pro peccatore lo preite fu preso e messo allo tormento, mai non disse chi fuoro
quelli valestrieri. Allora se torna a casa lo legato. Omo pomposo che cercava gloria vedeva che non
era reputato. Crepava de dolore. Staieva infiammato. Non trovava posa. Vatteva le mano e diceva:
“Dove so' io venuto? A Roma deserta. Meglio me fora essere in Avignone piccolo pievano che in
Roma granne prelato. Hacome commattuto a casa nello palazzo. Puoi me haco valestrato. Non
saccio de chi vennetta fare”. Questo dicenno non pò soa ira temperare. Fece granne scutrinio delli
malefattori, mai non fu potuto sapere chi fussino quelli. Estimao e abbe ferma opinione che Cola de
Rienzi tribuno fussi stato quello. In nullo aitro puse la colpa. Allora, acciò che lo papa ne avessi
compassione, scrisse lettere in corte allo santo patre, dove recitao sio infortunio, como era
commattuto, como era valestrato e voluto occidere. E drento della lettera mise lo verruto. Puoi per
satisfazione deo una terribile sentenzia e maidizzione contra chi avea peccato contra esso. Maidisse
e scommunicao Cola de Rienzi e chi avea frode, appellannolo patarino e fantastico, e annullao onne
sio fatto e deoli onne maidizzione che potéo. E privao li colpevoli delli officii e beneficii e dignitate,
toizeli acqua e fuoco. Non ce lassao a fare cobelle per confonnere suoi nimici. Omo decretalista
sapeva quanto granne era lo errore, quanta pena devea avere. Da quello tiempo innanti sempre
portao lo legato sotto lo capiello una cervelliera de fierro e aduosso bone corazzine sotto la cappa.
Trovaose a Roma a queste cose lo cardinale de Santo Grisogano, omo de Francia, granne prelato,
granne barone. Gìo denanti a missore Aniballo. Per consolarelo queste paravole disse: “Chi volessi
rettificare Roma convénnera che tutta la guastassi, puoi la edificassi de nuovo”. Ciò ditto, levao la
fronnosa. Camina in soa legazione. Voglio dicere como lo legato morìo. Era dello mese de luglio, lo
fervente callo. A questo missore Aniballo de commannamento dello papa li convenne assentare fòra
de Roma e gire a Napoli a provedere sopra la desolazione dello regno de Puglia, lo quale iva in
desperzione, como se dicerao. Spontaneo se parte de Roma lo legato. Oitra per Campagna visitao
Ceccano, la soa contrata. Passaone a Montecasino e venne a Santo Iermano. Là posao. Lo sequente
dìe mossese da Santo Iermano, fece piccola iornata. Venne a un castiello non moito da longa. In
quello castiello posao. Como usanza ène, li presienti li currevano da onne parte. Fra le aitre cose li
fuoro presentati moiti buoni vini in fiaschi. Dice omo ca questi vini fuoro venenati, ca li votti tutti
erano venenati per la Gran Compagnia che curreva lo paiese. Questo non è verisimile. Pazzo fora
chi volessi venenare sio vino. De questi divierzi vini lo cardinale, callo per lo cavalcare, bebbe e
bene, perché aveva sete. Era delli buoni vevitori che avessi la Chiesia de Dio. Fu allora alla tavola
in sala, alla cena. Omo de Campagna voize vedere la univerza soa famiglia. Stao lieto e de bona
aira, cena. Po·lle vidanne per refiescare de consiglio de doi suoi presienti miedici, mastro Guido da
Prato e mastro Matteo da Vitervo, soleva manicare latte fiesco pecorino. Voize la usanza servare.
Convenne ca de la famiglia isse fi' allo campo alle precoia e là mognessi le pecora. Empiuto che
àbbero de latte uno granne catino de ariento, vennesi alla cena. Granne ora passata aspettao, mentre
questo latte se pone e ène monto. Lo cardinale, venuto lo latte, sopra lo latte se pone con suo
cucchiaro, comenza a manicare. Presene pieno ventre. Civo corruttivile. Granne ora po' lo pasto, po'
lo latte vennero cetruoli, e de quelli per refiescare manicao, infusi nello aceto, de commannamento
delli miedici ditti. La notte fatta, gìo a posare. Non trovao posa alcuna, non dormìo. Lo civo li stava
nello stomaco, crudo, indigesto. La dimane se levao svogliato per lo poco spazio de tiempo che avea
cavalcato. Lo primo luoco che trovao fu la villa de Santo Iuorio. Là posao, c'a cavallo non poteva
più ire. Posato non magnao la sera. De notte passao de questa vita. Moita tristizia abbe la soa
compagnia. Così fu desperduta, como le pecorella abannonate dallo pastore, per doi cascioni: la
prima, che tutto lo arnese li fu levato dalli baroni della contrata; la secunna, che·llo nepote dello
cardinale, uno delli doi, morìo. Sùbito tutta la famiglia infermao. Quello more, questo more. Tutta la
famiglia morìo, ché omo non ne campao. Chi morìo per le terre de Campagna, chi a Roma, chi a
Vitervo. Missore Ianni, l'aitro nepote, morìo in Santo Spirito de Roma. Non remansit canis mingens
ad parietem. Ecco la novitate: lo legato dello papa morìo in viaio nella villa de Santo Iuorio, po'
esso li nepoti e tutta la famiglia, anno Domini MCCCL, nello iubileo. Lo cuorpo dello legato fu
opierto. Grasso era drento como fussi vitiello lattante. La vacuitate dello ventre fu empita de cera
munna. Lo cuorpo fu inonto de aloè e vestuto in abito de frate menore. Messo in una cassa sopra de
un mulo como fussi una soma, qua venerat via Romam rediit. Venuto in Santo Pietro senza
compagnia, senza ululato, senza chierico fu operta semplicemente la soa sepoitura della soa
cappella. Là fu iettato. Non fu allocato, anco fu iettato sì che cadde in bocconi, e così imboccato
remase. Considera dunqua que ène la vita umana, que ène la gloria dello munno, que ène lo onore.
Omo pomposo, aito prelato che desiderava la moneta, li onori, le granne casamenta, le onorabile
compagnie, iace solo in abito de povertate, renchiuso in soa tomma; né soie ricchezze vaizero che
uno vile omo se faticassi a destennere quello cuorpo secundum debitam figuram, supino.
Cap. XXIIII
[Como Peroscini assediaro Bettona e desficcaro la terra da fonnamenti e tagliaro la testa a
missore Crispolto traditore. ]
[...]
Cap. XXV
[Como le campane de Santo Pietro de Roma arzero e como perdìo lo papa la
signoria dello senato e como papa Chimento morìo. ]
[...]
Cap. XXVI
Como lo senatore fu allapidato da Romani e delli magnifichi fatti li quali fece missore Egidio
Conchese de Spagna, legato cardinale, per recuperare lo Patrimonio, la Marca de Ancona e
Romagna.
Muorto papa Chimento, fu creato papa Innocenzio, lo quale fu ditto cardinale de Chiaramonte, dello
abito de santo Pietro, preite seculare. Como papa Innocenzio fu creato, Dio li mustrao granne
vennetta de quelli che·lli avevano tuoito lo senato. Curreva anno Domini MCCCLIII, de
quaraiesima, de sabato de frebaro. Levaose una voce subitamente per mercato in Roma: “Puopolo,
puopolo!” Alla quale voce Romani curro de·llà e de cà como demonia, accesi de pessimo furore.
Iettano prete allo palazzo; metto a roba, specialemente li cavalli dello senatore. Quanno lo conte
Bertollo delli Orsini sentìo lo romore, penzao dello campare e de salvarese alla casa. Armaose de
tutte arme, elmo relucente in testa, speroni in pede como barone. Descenneva per li gradi per
montare a cavallo. Lo strillare e·llo furore se converte nello desventurato senatore. Più prete e sassi
li fioccano de sopra como fronni che cascano delli arbori lo autunno. Chi li dao, chi li promette.
Stordito lo senatore per li moiti colpi, non li vastava coperirese de sotto soie arme. Puro abbe
potestate de ire in pede allo palazzo dove stao la maine de santa Maria. Là da priesso per lo moito
fioccare de prete la virtute li venne meno. Allora lo puopolo senza misericordia e leie in quello
luoco li compìo li dìi, allapidannolo como cane, iettanno sassi sopra lo capo como a santo Stefano.
Là lo conte passao de questa vita scommunicato. Non fece motto alcuno. Muorto che fu, lassato,
onne perzona torna a casa. Senator collega turpiter per funem demissus, deformis pileo per
posticam palatii obvoluta facie transivit ad domum. La cascione de tanta severitate fu ca questi doi
senatori vivevano como tiranni. Ià erano infamati, ché grano mannavano per mare fòra de Roma.
Era lo grano carissimo. La canaglia non comportava la fame e·llo deiuno. Non sao temere lo
puopolo affamato. Non aspetta che dichi: “Fa' questo”. Questa connizione hao la carestia, che moiti
potienti hao perterrata. Anco pòtera essere la cascione che Dio non consente che·lle cose della
Chiesia siano violate. De ciò favellava Valerio Massimo. Dao lo esempio de Dionisio tiranno de
Cecilia, lo quale tagliava li capelli e·lle varve de auro le quale avevano li suoi diei, e diceva ca·lli
diei non deveano avere similitudine de becchi varvati. De questa onta la quale fece a suoi diei fu
punito, ca in soa vita visse con paura e po' la morte soa sio figlio venne in tanta miseria, che viveva
de insegnare li guarzoni lo alfabeto. Forza più non sapeva. Vedi maraviglia! Saputa che fu la morte
dello senatore lapidato, la carestia de sùbito cessao per lo paiese intorno e fu convenevole derrata de
grano. Questo papa Innocenzio la prima cosa che se puse in core fu che·lli tiranni restituissero
l'altruio, li bieni della Chiesia li quali avevano usurpati e sforzati. A ciò esequire mannao sio legato
in Italia missore Egidio Conchese de Spagna, cardinale. Questo don Gilio quanto fussi sufficiente
guerrieri l'opere soie lo demustravano. Esso fu in prima cavalieri a speroni d'aoro. Puoi fu
arcidiacono de Conche. E fu de tanta industria, che fu fatto confallonieri dello re de Castelle. Esso
perzonalemente se trovao alla rotta de Taliffa in Spagna, como de sopra ditto ène. Desceso lo legato
don Gilio in lo Patrimonio, venne a Montefiascone. Aitro non trovao se non Montefiascone.
Acquapennente, Bolsena, tutte le aitre terre teneva occupate Ianni de Vico, profietto de Vitervo.
Anco teneva Terani, Amelia, Nargne, Orvieto, Vitervo, Marta, Canino. Era magno. Bussava per
corrompere Peroscia. Lo legato, trovanno sì poche terre, forte li parze. Nientedemeno voize
parlamentare collo profietto. Mannao per esso e fuoro insiemmora. Avea lo profietto in sé una mala
natura, che ciò che omo li adimannava de sùbito li ammetteva e diceva. “Fatto serrà. Ben ce piace”.
Alla fine non servava le promesse. Quanto più te prometteva, peio tenevi. Per la moita usanza
questa connizione servao allo legato. Non se ne sappe astenere. Como fuoro insiemmori, lo legato
disse: “Profietto, que vòi tu?” Lo profietto disse: “Ciò che piace a ti”. Lo legato disse: “Voglio che
rienni alla Chiesia lo sio e tienghiti lo tio”. Lo profietto disse: “Vogliolo fare volentieri. So'
contento”. E in ciò puse lo sio seiello in la carta colli capitoli scritti. Deo la voita in reto a Vitervo.
Delle promesse niente servava. Diceva: “Io non ne voglio fare cobelle”. Aiogneva: “Lo legato hao
cinquanta prieiti fra compagni e cappellani. Li miei regazzi bastano a contrastare alli prieiti suoi”.
Questa paravola non se potéo celare, che non pervenisse alle recchie dello legato. A ciò respuse lo
legato e disse: “Bene se vederao che miei prieiti serraco più valorosi che·llo profietto con suoi
regazzi”. Puoi che lo legato conubbe l'animo dello profietto indurato, vidde la perverza mente
ostinata, crociata non li bannìo sopra (no·lli pareva da tanto), ma abbe lo aiutorio della lega de
Toscana, de Peroscia, de Fiorenza e Siena. Fece granne oste, in la quale fu esso perzonalmente. In
quella oste fu Cola de Rienzi cavalieri, lo quale veniva assoluto de Avignone dallo papa, como s'è
ditto. Poco curò lo profietto de oste de sollati. Allora iessìo fòra lo puopolo de Roma. Ianni conte de
Vallemontone fu lo capitanio. Comenzao a fare lo guasto. Uno terzieri de Vitervo guastaro, vigne,
oliveta e arbori. Onne cosa metto in ruvina. La iente sparlava dello profietto. Ranieri de Bussa lo
molestava. Lo profietto, como tiranno dubitanno de suoi citatini, viddese male parato. Deliberato
consilio saniori, mise lo capo in vraccio e in gremmio della Chiesia rennenno lo altruio. Rennéo
Vitervo, Orvieto, Marta e Canino. Remaserolli soie castella nettamente. Remaseli anco Corneto,
Civitavecchia e Respampano. Po' non moito tiempo Iordano delli Orsini li tolle Corneto in mieso
dìe. Lamentaose lo profietto allo legato e disse ca era ingannato, perché era cacciato de Vitervo.
Respuse lo legato e disse: “Profietto, tu non pati tuorto”. Mustraoli la cetola colli patti seiellata. La
cetola diceva: “Io voglio restituire lo altruio e tenere lo mio proprio”. Ciò odito, lo profietto stette
queto. In questo Vitervo lo legato fonnao uno bellissimo castiello casato, fornito con moiti torri,
palazza e casamenta per fermamento e fortezza della Chiesia de Roma. Lo quale castiello stao e
cresce fi' alli nuostri dìi. Iace alla porta che vao a Montefiascone. Acqua sufficiente e fosse piene
d'acqua stao intorno. Espedita la opera dello Patrimonio, lo legato alquanto demorao in Orvieto.
Reconciliao Orvieto e·llo paiese, lo quale moito era corrotto. Puoi abbe Nargne, puoi Amelia. Puoi
ne vao a maiure cose fare, ad espedire li fatti della Marca, ad abassare l'arroganzia delli Malatesta.
Era missore Malatesta uno delli più savii guerrieri de Romagna. Tiranno potente moite citate e
castella signoriava. La maiure parte della Marca de Ancona teneva sì per amore sì per forza. Aveva
sio frate, missore Galeotto. Sempre questo mannava alle frontaglie. Teneva Ancona, la nobile citate.
Como missore Galeotto sentìo lo legato approssimare nella contrata, granne moititudine, più de tre
milia cavalieri, adunao. Iessìo fòra de Ancona. Venne a Racanati incontra allo legato. Era con
missore Galeotto Gentile da Mogliano da Fermo con moiti aitri caporali della Marca. Mannao allora
dicenno allo legato che soa venuta non era utile, non poteva colli Malatesti balanciare o guadagnare.
Lo legato a queste paravole respuse, scrisse in una carta sole queste paravole: “Da buoni guerrieri
buoni pattieri, da buoni pattieri buoni guerrieri”. Respuse missore Galeotto: “Di' allo legato: tanta
iente non pericoli. Io voglio commattere collo legato in campo a solo a solo”. Lo legato respuse:
“Va' di': eccome proprio nello campo. Là la voglio proprio con esso, perzona a perzona. Non se
parta”. Respuse missore Galeotto: “Va' di' a monsignore lo legato ca io non la voglio da perzona a
perzona con esso, ca, se io lo vencessi, ià io pèrdera; ché lui ène omo veterano, prelato, atto a sola
paternitate”. Trovaose allora collo legato uno gentilotto della Marca: Nicola da Buscareto aveva
nome. Questo Nicola da Buscareto, essenno presente a queste ammasciate, disse: “Signore lo legato,
e non conoscete la rottura delli Malatesta? Non te accuorii ca nelle paravole soie missore Galeotto è
rotto e perduto? Non te pò contrastare. Noi avemo vento. Legato, infesta e non finare de turvare li
Malatesta de Rimino; ché Galeotto ià ène convento, lo core li manca. Questo me demustra lo sio
favellare”. Per le paravole de Nicola da Buscareto lo legato fu acceso de persequitare li Malatesti.
Avea con seco lo legato bona iente assai, moiti caporali, partisciani della Marca, missore Lomo da
Esi, Iumentaro dalla Pira, lo signore de Cagli, missore Redolfo de Camerino, Esmeduccio de Santo
Severino. Anco avea la nobile iente todesca che·lli donao lo imperatore. Era per quelli dìi in Roma
Carlo imperatore, de cui se dicerao. Avea presa la corona. Tutta Toscana, Lommardia e Romagna,
Alamagna li fece omaio. A questo imperatore lo legato domannao sussidio. Lo imperatore li
mannao li cavalieri li quali mannati li aveva lo Communo de Peroscia e de Fiorenza. Anco baroni
della Alamagna moito provati missore Carlo li mannao. Intanto lo legato con soa iente se era
assemmiato in campo. Missore Galeotto Malatesta redutto se era in una forte terra, la quale se dice
Paturno, fra Macerata e Ancona, quanno ecco sùbito che dereto li veniva la nobile iente imperiale,
Todeschi e Toscani, conti della Alamagna, usati a guerra, moiti cimieri, loro cornamuse sonanno,
loro naccari. De caminare non avevano posato. Como missore Galeotto sentìo lo aiutorio allo legato
venire, perdìo la mente e·lla virtute. Non se poteva aiutare. Chiamaose vento, confessaose presone,
domannao mercede allo legato. Lo legato lo abbe nelle soie mano presone con tutta iente soa.
Missore Malatesta per recomparare lo frate fece obedienzia allo legato. Rennéoli liberamente la
citate de Ancona e tutte le terre che teneva in la Marca. Rennéoli quelle che teneva in Romagna.
Allora la Chiesia guadagnòe la nobile citate de Ancona, terra portuosa, collo mare, colle
mercatantie, colli moiti provienti. Là fece doi bellissime rocche fi' in lo dìe de oie. Puoi fece uno sio
nepote marchese e mannaolo a Macerata per correttore della Marca. Puoi connescese e
descretamente provedéo alli Malatesti, che potessino vivere onorata e ientilemente de loro frutto.
Lassaoli quattro bone e famose citate, Arimino, Fano, Pesaro e Fossambruno, quattro notabile e
poterose terre. Puoi li fece capitanii della Chiesia contra alli rebelli. Po' queste cose movèose a
maiuri fatti e movimenti fare. Era in Romagna un perfido cane patarino, rebello della santa Chiesia.
Trenta anni stato era scommunicato, interditto sio paiese senza messa cantare. Moite terre teneva
occupate della Chiesia, la citate de Forlì, la citate de Cesena, Forlimpuopolo, Castrocaro,
Brettonoro, Imola e Giazolo. Tutte queste teneva e tiranniava, senza moite aitre castella e
communanze le quale erano de paiesani. Era questo Francesco omo desperato. Avea odio insanabile
a prelati, recordannose che ià fu male trattato dallo legato antico, missore Bettrannio dello Poietto,
cardinale de Uostia, como de sopra ditto ène. Non voleva de cetero vivere a descrezione de prieiti.
Staieva perfido, tiranno ostinato. Questo Francesco, quanno sentìo le campane sonare alla
scommunicazione, de sùbito fece sonare le aitre campane e scommunicao lo papa e·lli cardinali. E
che peio fu, fece ardere e papa e cardinali in piazza, li quali erano pieni de carta e de fieno. Staienno
a rascionare colli ientili amici suoi diceva: “Ecco ca simo scommunicati. Non per tanto lo pane, la
carne, lo vino che bevemo non ce sao buono, non ce fao prode”. Delli prieiti e delli religiosi tenne
questa via. Fatta la scommunicazione per lo vescovo, lo vescovo, receputa alcuna iniuria,
vituperosamente se assentao. Allora lo capitanio costrenze la clericia a celebrare. Celebrano li moiti
essenno interditti, quattordici chierici religiosi, sette seculari. Otto, li quali non voizero celebrare,
recipero lo santo martirio. Sette ne fuoro appesi per la canna, sette ne fuoro scorticati. Era incarnato
con Forlivesi, amato caramente. Demostrava muodi como de pietosa caritate. Maritava orfane,
allocava poizelle, soveniva a povera iente de soa amistate. Vengo alla guerra. Don Gilio Conchese
de Spagna fece sio fonnamento e residenzia in Ancona. E per avere più fortezza bannìo la crociata.
Io la odìi predicare. Remissione de pena e colpa a chi prenneva la croce o chi faceva aiutorio. Ora
ne veo lo legato sopra allo cane capitanio de Forlì, Francesco delli Ordelaffi. 'Nanti che lo campo
fusse puosto, apparecchiaose tutte cose necessarie all'oste. Lo legato mannao vescovi e cavalieri e
aitra iente bona, che predicassino lo capitanio che non volessi perseverare in tale errore. La
predicazione quetamente odìo. La notte iessiva fòra de Forlì e predava terre della Chiesia. Menava
preda e presoni. Aitra resposta non faceva. Lo legato, conoscenno lo animo indurato de Francesco
delli Ordelaffi, puse lo campo sopra la citate de Cesena. Li Malatesti erano caporali e connuttori
dell'oste. Dodici milia fuoro li crociati, trenta milia li sollati. Doi uosti fuoro, onneuno per sé. Fece
l'oste granne guasto e dannaio. A suono de trommetta tre milia guastatori con banniere se ponevano
e levavano dallo guasto. Res digna memoratu. Intanto lo santo patre mannao lettere espresse, che
don Gilio tornassi in Provenza. La cascione fu che·llo conte de Savoia con granne compagnia, da tre
milia varvute, iva guastanno tutta la Provenza. Prenneva terre, derobava e revennevase l'uomini.
'Nanti che don Gilio se partissi, venne un aitro legato, omo de Francia, abbate de Borgogna,
prevennato de granne frutto, moito potente e sufficiente perzona. Aveva lo capitanio un sio figlio,
nome missore Ianni. Avevane un aitro, nome missore Ludovico. Questo gito denanti a sio patre,
umilemente lo pregava e disse: “Patre, per Dio, te piaccia de non volere contennere colla Chiesia e
non volere contrastare a Dio. Facciamo le commannamenta, siamo obedienti. So' certo ca lo legato
ène descreto. Como bene hao trattato li Malatesti, così bene trattarao noi. Tanto ce lassarao, che
bene onoratamente poteremo vivere”. Alle paravole umile lo supervo patre disse: “Tu fusti biscione
overo me fusti scagnato alli fonti”. Lo figlio, sentenno la subitezza dello patre, partivase denanti,
dava la voita. Allora lo patre li iettao dereto un cortiello luongo, nudo, e ferìolo nelli reni; della
quale feruta Ludovico sio figlio morìo 'nanti mesa notte. Mentre che lo legato abbate se assediava
alla guerra, missore Egidio non lassava que fare. Forte guerria sopra Cesena. Lassao tre battifuolli,
dieci miglia da longa ciascuno. Li legati tornaro ad Arimino. In Cesena staieva madonna Cia, la
moglie dello capitanio de Forlì, con suoi nepoti e con granne forestaria drento dalla rocca. A questa
madonna Cia lo capitanio scrisse una lettera. La lettera diceva così: “Cia, aiate bona e sollicita cura
della citate de Cesena”. Madonna Cia respuse in questa forma: “Signore mio, piacciave de avere
bona cura de Forlì, ca io averaio bona cura de Cesena”. Iterato lo capitanio scrisse un'aitra lettera.
La sentenzia era questa: “Cia, de nuostro commannamento fa' che tagli la testa a quattro populari de
Cesena, cioène Ianni Zaganella, Iacovo delli Vastardi, Palazzino e Vertonuccio, uomini guelfi delli
quali avemo suspizione”. La donna, receputa la lettera, non curze sùbito alla sentenzia, anco
esquisitissima con diligenzia spiao della connizione de questi quattro citatini e trovao che erano
bone e fidele perzone. Specialemente la donna abbe consiglio de doi fidelissimi amici dello marito,
cioène Scaraglino, nobile omo, e Iuorio delli Tumberti. A questi mustra la lettera. La resposta de
questi fu questa: “Madonna, noi non vedemo cascione per la quale questi deano perdere la vita. Non
sentimo che aitra novitate movano. Se questi perdissino la vita, fora pericolo che lo puopolo se
desdegnassi. Passa dunque per mo' de questo iudicio fare. Noi intanto starremo attenterosi e
porremo cura alli atti e muodi loro. Quanno vedessamo alcuno male semmiante, li 'nanti farremo,
comprenneremoli e con manifesto iudicio loro torremo la perzona”. La donna assentìo allo consiglio
delli doi nuobili fideli de sio marito. Soprastettese de novitate fare. Questo trattato fu de secreto e de
secreto fu revelato a questi quattro. Allora questi quattro tiengo nuovo trattato, penzano de revoitare
la citate sottosopra. Ianni Zaganella deo l'ordine intra li amici suoi. Con un sio ronzinetto cavalcava
per la terra, questo e quello sollicitava. Una dimane, como la cosa era recente, Iacovo delli Vastardi
curre colla vicinanza alla porta, la quale se dice porta della Troia, e sì·lla prese. Vertonuccio e
Palazzino fecero puopolo e sbarraro la citate. Puoi mannaro doi iumentari alli Ongari che staievano
a Savignano nello vattifolle. Celeriter illi vadunt. Quanno madonna Cia odìo lo romore, sappe che
se levava puopolo, sùbito fece armare soa forestaria, sollati da cavallo e da pede. Commannao che
curressino la citate. Ma ciò fare non se poteva, che·lla terra staieva sbarrata, lo puopolo armato, la
porta della terra presa, li torri rencastellati. E che peio fu, li cavalieri venivano in succurzo allo
puopolo. Là, nella calata dello sole, ottociento arcieri de Ongaria, li quali staievano in Savignano in
lo vattifolle, venivano volanno, iente veloce, attesi a guerra. Non entraro in Cesena, ma ivano
intorno alla citate, ora innanti, ora in reto, per dare core alli citatini. Ciò vedenno madonna Cia se
retrasse a reto soa forestaria e renchiusese nello cassaro, e là se sostenne. Quello cassaro parte della
citate ène e forte murato intorno. Hao drento la piazza dello Communo, lo palazzo e·lla torre, hao
drento granne avitazio de parziali. È luoco alquanto aito, soprastao alla citate che iace piana. Irata
madonna Cia de questa perdenza convertìo la sia ira in li doi consiglieri amicissimi dello marito,
Iuorio delli Tumberti e Scaraglino, feceli decollare. Quodfactum maritus improbavit. Postera die,
luce orta, ecco li Malatesti venire collo granne succurzo, colla moita potenzia. Datali la porta della
Troia, entrano in Cesena. Ora stao assediata madonna Cia in la rocca. Allora fu rennuto lo castiello
Fiumone. Li Malatesti faco aspero vattagliare alla rocca. Faco badalucchi, iettano drento fuoco,
levano trabocchi, iettano prete e sassi assai. Non faco utilitate alcuna. Era drento l'acqua. Era drento
la mastra torre sopra la porta dello cassaro. Commannao lo legato la cavata, opera faticosa de moita
spesa e longa. Fatta la cavata sotto la cisterna, la cisterna fu rotta, l'acqua fu perduta. Puoi ionze la
cavata sotto la mastra torre della piazza. Messo fuoco alli pontielli, la torre con granne romore e
ruvina cadde. Ora se fao la cavata alla torre sopra la porta donne era la entrata in lo cassaro.
Madonna Cia irata de ciò non sapeva que·sse fare. Prese delli citatini che·lli parze drento dello
cassaro, de quali più dubitava, e miseli in quella torre sopra la porta e disse: “Se la torre cade, cada
sopre de voi”. La torre staieva in pontielli, tremava. Lo legato, don Gilio, passava per la contrada
con granne compagnia, veniva per vedere la connizione de Cesena, l'opera della cavata e·llo
appuosto dello assedio. Allora da cinqueciento donne de Cesena iessiro fòra scapigliate, sfesse dallo
pietto. Piagnenno, lamentanno facevano granne romore. Inninocchiate 'nanti allo legato
demannavano mercede. Inscius legatus della cascione de sì amaro pianto domannao perché questo
facevano. Respusero le donne: “Legato, in la torre sopra la porta soco renchiusi nuostri mariti,
fratelli e parienti. La cavata è fornita. Se la torre cade, l'uomini so' perduti. Donne per Dio te
pregamo che tardi de mettere fuoco in li pontielli”. Lo legato sùbito conubbe che madonna Cia
dubitava de si, ca era rotta nello animo. Abbe trattato e a soie mano abbe li Cesenati messi nella
torre. Messo fuoco nella torre, la torre cadde con parte dello girone. Allora lo guado fu libero per
entrare. Non per ciò che alcuno entrassi con furore, ma de piano consenzo. Lo legato abbe alle soie
mano madonna Cia con un sio figlio e doi suoi nepoti. Recusao madonna Cia essere liberata,
temenno la subitezza de sio marito, anco con instanzia pregao che·lla Chiesia la servassi. Tre milia
fiorini gostava lo dìe li mastri delle cavate e delli trabocchi e delli aitri artificii. Dodici milia fiorini
gostao lo dìe li sollati. Lo legato entrao in Cesena e mantenne la terra per la Chiesia. Questo è lo
muodo che la citate de Cesena in Romagna fu guadagnata. Ora se para, lo legato sopra la citate de
Forlì. Primo ordinao l'oste granne e copiosa. Intanto saputo che fu della presonia de madonna Cia, la
quale era mannata in Ancona in guardia, una soa figliola, donna nobile, maritata ad uno granne
marchisciano, venne denanti allo patre lacrimanno, colle vraccia piecate. Inninocchiata parlao e
disse: “Patre e signore mio, piacciate che così fatta donna, madonna matrema, non stea in mano
altruie como presoniera. Pregote, fa' la voluntate della santa Chiesia”. A queste paravole lo
capitanio aitra resposta non deo, se non che prese questa soa figlia per le trecce e con un cortiello li
partìo la testa dallo vusto. Po' la presa de Cesena lo legato mannao allo capitanio, dicenno così:
“Capitanio, rienni quello che tio non è. Io te renno toa donna, figlioto e nepoteti”. A queste paravole
lo capitanio deo questa resposta: “Dicete allo legato ca io credeva che fussi savio omo. Oramai lo
tengo per una vestia pazza. Dicete che se io avessi auto in presone esso, tre dìi passati so' che io
l'àbbera appeso per la canna, como esso ave auto le cose mie”. Indurato lo animo de sì perverzo
eretico patarino, don Gilio, lo legato antico, se partìo e gìone in Provenza. Como la compagnia
sentìo approssimare don Gilio alle finaite, così se delequao como fao la poca neve a fervente sole.
Remase lo legato noviello, missore [...] abbate de Borgogna. Questo legato fece l'oste pentolosa
sopra de Forlì. Per moiti anni vannìo la crociata, e fu predicata la croce per tutta Italia. Mozzava lo
grano e tagliava le vigne, arbori e oliveta. Bussava ad onne ponto, ad onne ora. Per questa fervente
guerra lo capitanio perdìo Favenza e·lli Manfredi, suoi consuorti, iurati con esso. Anco perdìo
Bertonoro. Allora se restrenze drento a Forlì, nello forte. In questo assedio sopra Forlì fuoro presi
assai voite delli crociati, li quali per meritare erano iti a commattere contra de quelli scismatici. Li
crociati presi erano menati denanti a Francesco, lo quale diceva queste paravole: “Voi portete la
croce. La croce ène de panno. Lo panno se infracida. Io voglio che portate croce che non se
infracidi”. Allora era apparecchiato un fierro cannente in forma de croce. Questo fierro li poneva
sotto alla pianta delli piedi e così li lassava derobati ire. Moiti aitri crociati prese, alli quali disse
queste paravole: “Site venuti per guadagnare l'anima. Se ve lasso, forza tornarete alli primi vuostri
peccati. Meglio ène che in questa tenerezza, mentre site contriti, morate. Dio ve reciperao nella soa
citate”. Ciò ditto, li faceva scorticare, appennere, decapitare e aghiadiare, tenagliare, de diverzi
martirii morire. La guerra durao anni moiti. Per questa guerra mantenere fu predicata la crociata
moite fiate. Mode novamente che curre anno Domini MCCCLVII[I], de iennaro, nella citate de
Tivoli fu predicata. His ferme diebus Iohannes rex Francie captus est a filio regis Anglie bello
magis tumultuario quam militari apud villam que dicitur [...] ductusque in Angliam sub custodia
annis ferme duobus. Tandem cum magno sui detrimento et regni evasit.
Cap. XXVII
Como missore Nicola de Rienzi tornao in Roma e reassonse lo dominio con moite alegrezze e como
fu occiso per lo puopolo de Roma crudamente.
Currevano anni Domini MCCCLIII[I], lo primo dìe de agosto, quanno Cola de Rienzi tornao a
Roma e fu receputo solennissimamente. Alla fine a voce de puopolo fu occiso. La novella fu per
questa via. Puoi che Cola de Rienzi cadde dallo sio dominio, deliverao de partirese e ire denanti allo
papa. 'Nanti la soa partita fece pegnere nello muro de Santa Maria Matalena, in piazza de Castiello,
uno agnilo armato coll'arme de Roma, lo quale teneva in mano una croce. Su la croce staieva una
palommella. Li piedi teneva questo agnilo sopra lo aspido e lo vasalischio, sopra lo lione e sopra lo
dragone. Pento che fu, li valordi de Roma li iettaro sopra lo loto per destrazio. Una sera venne Cola
de Rienzi secretamente desconosciuto per vedere la figura 'nanti soa partenza. Viddela e conubbe
che poco l'avevano onorata li valordi. Allora ordinao che una lampana li ardessi denanti uno anno.
De notte se partìo e gìo luongo tiempo venale. Anni fuoro sette. Iva forte devisato per paura delli
potienti de Roma. Gìo como fraticiello iacenno per le montagne de Maiella con romiti e perzone de
penitenza. Alla fine se abiao in Boemia allo imperatore Carlo, della cui venuta se dicerao, e trovaolo
in una citate la quale se appella Praga. Là, denanti alla maiestate imperiale, inninocchiato parlao
prontamente. Queste fuoro soie paravole e sio loculento sermone denanti a Carlo re de Boemia,
nepote de Enrico imperatore, novellamente elietto imperatore per lo papa: “Serenissimo principe,
allo quale è conceduta la gloria de tutto lo munno, io so' quello Cola allo quale Dio deo grazia de
potere governare in pace, iustizia, libertate Roma e·llo destretto. Abbi la obedienzia della Toscana,
Campagna e Maretima. Refrenai le arroganzie delli potienti e purgai moite cose inique. Verme so',
omo fraile, pianta como l'aitri. Portava in mano lo vastone de fierro, lo quale per mea umilitate
convertiei in vastone de leno, imperciò Dio me hao voluto castigare. Li potienti me persequitano,
cercano l'anima mea. Per la invidia, per la supervia me haco cacciato de mio dominio. Non voco
essere puniti. De vostro lenaio so', figlio vastardo de Enrico imperatore lo prode. A voi confugo.
Alle ale vostre recurro, sotto alla cui ombra e scudo omo deo essere salvo. Credome essere salvato.
Credo che me defennerete. Non me lassarete perire in mano de tiranni, non me lassarete affocare
nello laco della iniustizia. E ciò è verisimile, ca imperatore site. Vostra spada deo limare li tiranni.
Vedi la profezia de frate Agnilo de Mente de Cielo nelle montagne de Maiella. Disse che l'aquila
occiderao li cornacchioni”. Puoi che abbe parlato, Carlo destese la mano e recipéolo graziosamente,
disse che non dubitassi de alcuno. Quanno ionze in Praga fu lo primo dìe de agosto. Demorao per lo
spazio de tiempo alcuno. Desputava con mastri in teologia. Diceva assai. Favellava cose
maravigliose. Lengua deserta faceva stordire quelli Todeschi, quelli Boemi e Schiavoni. Abafava
onne perzona. In presone non stette, ma con compagnia assai onorata sotto qualche guardia. Assai
vino, assai vivanna li era data. Po' alcuno tiempo domannao in grazia allo imperatore de ire in
Avignone e comparere denanti allo papa e mostrare como non era eretico né patarino. Moito li
contrastao lo imperatore che non isse. Alla fine condescese alla voluntate soa. Diceva Cola de
Rienzi: “Serenissimo principe, io voluntario vaio denanti allo santo patre. Dunque, se voi non me
mannete per forza, site innocente dello sacramento”. Nello ire che faceva per tutte le terre se
levavano puopoli e, fatto grege con romore, li venivano denanti. Prennevanollo, dicevano ca lo
volevano salvare de mano dello papa. Non volevano che issi. A tutti responneva, diceva: “Io
voluntario vaio, non costretto”. Rengraziavali e così passava de citate in citate. Per tutta la via li
fuoro fatti solienni onori. Quanno li puopoli vedevano esso, maraviglianno l'accompagnavano. E per
tale via ionze in Avignone lo primo dìe de agosto. Ionto in Avignone parla denanti allo papa.
Scusavase ca non era patarino, né incurreva la sentenzia dello cardinale don Bruno. Voleva stare
alla esaminazione. A queste paravole lo papa stette queto. Fu renchiuso in una torre grossa e larga.
Una iusta catena teneva in gamma. La catena era legata su alla voita della torre. Là staieva Cola
vestuto de panni mezzani. Aveva livri assai, sio Tito Livio, soie storie de Roma, Abibia e aitri livri
assai. Non finava de studiare. Vita assai sufficiente della scudella dello papa, che per Dio se daieva.
Fuoro esaminati suoi fatti e fu trovato fidele cristiano. Allora fu revocato lo prociesso e·lla sentenzia
de don Bruno e dello cardinale de Ceccano, e fu assoluto. E venne in grazia dello papa e fu
scapulato. Quanno iessìo de presone fu lo primo dìe de agosto. Deveva venire in Italia uno legato,
don Gilio Conchese, cardinale de Spagna. Apparecchiavase e scriveva sia famiglia. Cola de Rienzi
con questo legato iessìo de Avignone purgato, benedetto e assoluto. E collo legato passao la
Provenza e venne a Montefiascone per recuperare lo Patrimonio, como ditto ène. Delle prime terre
che se renniero alla Chiesia fu Toscanella, e·llo cassaro fu vennuto per moneta. Cola de Rienzi se
retrovao a prennere la terra per la Chiesia. Puoi se retrovao nello assedio de Vitervo, e retrovaose a
tutti quelli fatti de arme da cavalieri. Avea vestimenta assai iuste e oneste, buono cavallo. Non
solamente in l'oste, anco in Montefiascone aveva tamanta rechiesa de Romani, che stupore era a
dicere. Onne Romano ad esso fao capo. Forte ène visitato. Granne coda de populari se strascinava
dereto. Onne iente faceva maravigliare, persi' lo legato, tanto l'appresciava la rechiesa delli citatini
de Roma. Per maraviglia lo vedevano. Forte li pareva che campata avessi la vita infra tanti potienti.
Alla sopraditta depopulazione de Vitervo, como sopra narrato ène, fuoro Romani. Tornata l'oste,
granne partita de Romani trasse a vedere Cola de Rienzi: uomini populari, granne lengue e core;
maiure proferte, poche attese. Dicevano: “Torna alla toa Roma. Curala de tanta infirmitate. Sinne
signore. Noa te darremo sobalimento, favore e forza. Non dubitare. Mai non fusti tanto demannato
né amato quanto allo presente”. Queste vessiche li populari de Roma li daievano: non li daievano
denaro uno. Per queste paravole mosso Cola de Rienzi, anco per la gloria, la quale naturalemente
affettava, penzava de fare alcuno fonnamento donne potessi avere iente e sussidio per Roma entrare.
Dissene collo legato. Non li deo denaro uno. Aveva tame ordinato che dallo Communo de Peroscia
avessi alcuna provisione, donne poteva iustamente vivere con onore. Questa soa provisione non li
vastava a fare sollati. Allora cavalcao e venne a Peroscia, e per presure voite fu nello Consiglio.
Bene parlava, bene diceva, meglio prometteva. Assai avevano quelli consiglieri le recchie attente ad
odire per la doicezza delle paravole che se lassavano ascoitare. Così se facevano leccare como lo
mele. Ma perché li consiglieri staco a scinnicato, convenne fare bona custodia delle cose de sio
Communo. Da Communo de Peroscia non potéo ottenere uno cortonese. Retrovarose allora in
Peroscia doi iovini provenzali, missore Arimbaldo, dottore de leie, e missore Bettrone, cavalieri de
Narba in Provenza, frati carnali. Questi erano frati carnali dello prodo fra Monreale. Fra Monreale
fu a fare la guerra dello re de Ongaria. Puoi fu capo della Granne Compagnia. Guastao moite terre in
Puglia, arze e refocao moite, assai communanze mise a roba e portaone le femine. In Toscana
revennéo Siena, Fiorenza, Arezzo e moite terre. La pecunia partiva fra suoi compagni. Puoi ne
passao nella Marca e consumao li Malatesti. Prese per forza Montefilaterano e Filino, dove moriero
più de setteciento villani. Arze le terre e derobaole. Revennéo li uomini e portaone le donne, quelle
che apparenza avevano. Era feriero de Santo Ianni, omo sollicito e prodo, della cui prodezza se
dicerao. Questo avea acquistata de moita pecunia per le robbarie, per le prede. Avea tanta moneta,
che poteva sufficientemente vivere ad onore senza ire più sollato. Connusse questi doi suoi fratelli
in Peroscia e feceli dare provisione dallo Communo. La soa moneta deo alli mercatanti e
commannao alli frati che avessino fra loro pace, non fecessino contenzione; ché, puoi che·lli aveva
allocati, intenneva de servire allo abito sio. Gìo fra Monreale aitrove per aitri suoi mestieri fare.
Puoi che Cola de Rienzi sentìo demorare in Peroscia missore Arimbaldo de Narba, omo iovine,
perzona letterata, abiaose allo sio ostieri e voize con esso pranzare. Sumpto cibo, mette mano Cola
de Rienzi a favellare della potenzia de Romani. Mistica soie storie de Tito Livio. Dice soie cose de
Bibia. Opere la fonte de sio sapere. Deh, como bene parlava! Tutta soa virtute opere in lo
rascionare. E sì de ponto dice, che onne omo abafa soa bella diceria, leva de piedi onne omo. Teo la
mano alla gota e ascoita con silenzio Missore Arimbaldo. Maravigliaose dello bello parlare.
Ammira la magnitudine delli virtuosi Romani. Incalescente vino, monta lo animo in aitezze. Lo
fantastico piace allo fantastico. Missore Arimbaldo senza Cola de Rienzi non sao demorare: con
esso stao, con esso vao. Uno civo prienno, in uno lietto posano. Penzano de fare cose magne,
derizzare Roma e farla tornare in pristino sio. A ciò fare bisognava moneta. Senza sollati non se pò
fare. A tre milia fiorini sallìo la mastice. Fecese promettere tre milia fiorini, e esso promise de
rennerelli, e per merito promise farlo citatino de Roma e granne capitanio onorato, a despietto dello
frate, missore Bettrone. Anco dello mercatante toize dello puosto quattro milia fiorini e deoli a Cola
de Rienzi. 'Nanti tame che missore Arimbaldo assenassi questa moneta a Cola de Rienzi, voizene
avere licenzia de sio maiure frate, frate Monreale. Mannaoli una lettera. La sentenzia era questa:
“Onorato fratello, più aio guadagnato io in uno dìe che voi in tutto tiempo de vostra vita. Io aio
acquistato la signoria de Roma, la quale me promette missore Nicola de Rienzi cavalieri, tribuno,
visitato da Romani, chiamato dallo puopolo. Credo che lo penzieri non verrao fallato. Vego ca collo
aiutorio dello ignegno vuostro lo mio stato non serrao rotto. Bisogna in ciò moneta per
incomenzare. Quanno piacerao alla vostra fraternitate, io tollo quattro milia fiorini dello puosto e
con potenzia armata me camino a Roma”. Fra Monreale, lessa la lettera de sio frate, rescrisse. Lo
tenore de soa scrittura era questo: “Granne ora me aio penzato sopra la opera la quale intienni.
Granne e importavile peso ène quello che vòi fornire. Nello animo mio bene non cape che te venga
fatto. La mente non ce vao. La rascione me·llo contradice. Nientemeno fate voi e facciate bene.
Imprimamente hai guardia che·lli quattro milia fiorini non se perdano. Se ve scontrasse alcuna cosa
sinistra, scrivateme. Verraio con succurzo, con milli, doi milia perzone, quante bisognaraco, e
farraio le cose magnifiche. Non dubitete. Tu e tio frate ameteve e onoreteve, non fate romore”.
Missore Arimbaldo, receputa la lettera, fu lieto assai. Mise in ordine collo tribuno dello caminare.
Puoi che Cola de Rienzi abbe li quattro milia fiorini, vestìose riccamente de più robbe, adobaose a
senno dello savio sio ornatamente: gonnella, guarnaccia e cappa de scarlatto forrata de varo,
infresata de aoro fino, pistiglioni de aoro, spada ornata in centa, cavallo ornato, speroni de aoro,
famiglia vestuta nova. Così adorno ne tornao a Montefiascone denanti allo legato. Menava per
compagnia missore Bettrone e missore Arimbaldo de Narba fratelli, con famiglie e cose. Quanno fu
denanti allo legato, faceva dell'altiero. Mustravase gruosso con sio cappuccio in canna de scarlatto,
con cappa de scarlatto, forrati de panze de vari. Stava supervo. Capezziava. Menava lo capo 'nanti e
reto, como dicessi: “Chi so' io? Io chi so'?” Puoi se rizzava nelle ponte delli piedi; ora se aizava, ora
se abassava. Maravigliase lo legato e deo alquanto fede alle soie paravole. Puro non li deo denaro
uno. Allora parlao Cola e disse: “Legato, famme senatore de Roma. Io vaio e parote la via”. Lo
legato lo fece senatore e mannaolo via. A potere venire a Roma bisognava iente. De noviello
missore Malatesta de Arimino aveva cassati li sollati suoi, da sedici banniere, bona iente, doiciento
cinquanta varvute. Demoravano in Peroscia per trovare suollo. Per questa iente avere mannao Cola
de Rienzi sio messaio. Lo messaio trovao li conestavili e disse così: “Prennete suollo per doi mesi.
Recepate per uno la paca. Averete suollo in perpetuo. Connucerete missore Nicola de Rienzi a
Roma, senatore per lo papa”. A queste paravole li conestavili fuoro in consiglio. La sentenzia delli
Todeschi fu de non ire. Assenavano tre cascioni. La prima: “Romani soco mala iente, supervi,
arroganti, non haco paro”. La secunna: “Questo ène omo popularo, povero, de vile connizione. Non
averao da pacare. Dunqua a chi serviremo noa?” La terza: “Li potienti de Roma non voco lo stato de
questo omo. Tutti ne serraco nimici, ca·lli despiace mo'. Dunqua questo suollo non prennamo. La
annata a Roma non fao per noa”. Da vero questa fu la resposta delli Todeschi, e fu vera. Soco
Todeschi como descengo dalla Alamagna semplici, puri, senza fraude. Como se allocano fra Italiani
deventano mastri coduti, viziosi, che siento onne malizia. Alli Todeschi respuse uno conestavile
borgognone e disse: “Prennamo questi denari novielli sollacciati per uno mese. Tornaremo lo buono
omo in soa casa. Scorgamolo in Roma. Guadagnaremo la perdonanza. Chi vorrao tornare tornarao,
chi vorrao remanere remanerao”. Questa sentenzia venze. Le sedici banniere presero suollo da Cola
de Rienzi. Questa iente da cavallo abbe. Abbe anco alquanti Peroscini, figli de buoni uomini. Abbe
anco da ciento fanti toscani masnadieri con corazzine da suollo, nobile e bella brigata. Con questa
iente descenne per Toscana, passa valli e monti e locora pericolose. Senza reparo ionze ad Orte.
Allora la soa venuta fu sentuta a Roma. Romani se apparecchiavano a receperelo con letizia. Li
potienti staievano alla guattata. Da Orte se mosse e ionze a Roma, anno Domini MCCCLIII[I]. La
cavallaria de Roma li iessìo denanti fi' a Monte Malo colle frasche delle olive in mano in segno de
vettoria e pace. Iessìoli lo puopolo con granne letizia, como fussi Scipione Africano. Fuoro fatti
archi triomfali. Entrao la porta de Castiello. Per tutta piazza de Castiello, per lo ponte, per la strada
fuoro fatte arcora de drappi de donne, de ornamento de aoro e de ariento. Pareva che per la letizia
tutta Roma se operissi. Granne ène la alegrezza e·llo favore dello puopolo. Con questo onore fu
menato fi' allo palazzo de Campituoglio. Là fece sio bello e luculento parlare e disse ca sette anni
era ito spierzo fòra de soa casa, como gìo Nabuccodonosor, ma per la potenzia dello virtuoso Dio
era tornato in soa sede senatore per la vocca de papa. Non che esso fussi sufficiente; la soa vocca lo
poteva sufficiente fare. Aionze che intenneva rettificare e relevare lo stato de Roma. Allora fece
capitanii de guerra missore Bettrone e missore Arimbaldo de Narba e donaoli lo confallone de
Roma. Fece cavalieri uno Cecco de Peroscia sio consigliero e vestìolo de aoro. Granne festa li
Romani li fecero, como fecero li Iudiei a Cristo, quanno entrao in Ierusalem a cavallo nella asina.
Quelli lo onoraro destennennoli 'nanti panni e frasche de oliva, cantanno"Benedictus qui venis!"
Alla fine tornaro a casa e lassarolo solo colli discipuli nella piazza. Non fu chi li proferissi uno
povero magnare. Lo sequente dìe Cola de Rienzi abbe alcuno ammasciatore delle vicinanze intorno.
Deh, como bene responneva! Dava resposte e promissioni. Apparecchiavase de ferventemente
guidare. Li baroni staievano alla guattata, a que reiessiva. Lo stormo dello triomfo era granne. Moite
banniere. Mai non [fu] tanta pompa. Fanti con duridaine de·llà e de cà. Per bene pare che voglia per
tirannia guidare. Delle soie cose che perdìo le moite li fuoro rassenate. Mannao commannamenti e
lettere per le terre e·llo destretto de soa felice tornata. Vole che ciascuno se apparecchi a buono
stato. Era questo omo fortemente mutato dalli primi suoi muodi. Soleva essere sobrio, temperato,
astinente. Ora deventato destemperatissimo vevitore, summamente usava lo vino. Ad onne ora
confettava e veveva. Non ce servava ordine né tiempo. Temperava lo grieco collo fiaiano, la
malvascia colla rebola. Ad onne ora era dello vevere più fiesco. Orribile cosa era potere patere de
vederlo. Troppo veveva. Diceva che nella presone era stato accalmato. Anco era deventato gruosso
sterminatamente. Aveva una ventresca tonna, triomfale a muodo de uno abbate asiano. Tutto era
pieno de carni lucienti como pagone, roscio, varva longa. Sùbito se mutava nella faccia, sùbito suoi
uocchi se·lli infiammavano. Mutavase de opinione. Così se mutava sio intellietto como fuoco.
Aveva li uocchi bianchi: tratto tratto se·lli arrosciavano como sangue. Stato che fu nello palazzo de
Campituoglio, lo più aito, dìi quattro, mannao per la obedienzia a tutti li baroni. Fra li aitri rechiese
Stefano della Colonna in Pellestrina. Questo Stefanello remase piccolo guarzone po' la morte dello
patre Stefano e de Ianni Colonna sio frate, como ditto ène. Redutto s'è ora in Pellestrina allo forte. A
questo Stefanello mannao doi citatini de Roma, Buccio de Iubileo e Ianni Cafariello, per
ammasciatori, che devessi obedire li commannamenti dello santo senato, sotto pena de soa ira.
Questi ammasciatori Stefanello retenne e alcuni de essi mise in oscuritate. Anco li trasse uno dente
e connannaoli in quattrociento fiorini. Lo sequente dìe curze li campi de Roma con suoi arcieri e
briganti. Tutto lo vestiame ne menava. Lo romore se levao per Roma. La mormoranza ne venne allo
tribuno della preda de Romani che se ne iva. Allora lo tribuno cavalcao con suoi pochi famigli. Solo
iessìo la porta. Li sollati lo sequitaro, tale armato, tale no, secunno che lo tiempo pateva. Curzero da
porta Maiure, via de Pellestrina, per avia, per locora salvatiche, deserte. La tratta fu vana, inutile.
Non trovaro né omo né vestia né arcieri. Li arcieri e·lli fanti de Pellestrina dotti de guerra per moite
fiate descretamente avevano connutta la preda e nascostala in una selva, la quale se chiama Pantano,
che iace fra Tivoli e Pellestrina. Là se tennero queti. La notte saviamente quella preda trassero da
Pantano e salvarola in Pellestrina. Cercato che abbe moito la iente dello tribuno, non trovanno cosa
alcuna, perché la notte era, venne alla citate de Tivoli. Là posao. Fatta la dimane, la novella ionze
che le vestie de Romani erano tratte da Pantano e connutte in Pellestrina. Allora lo tribuno irato
disse: “Que iova de ire de là e de cà per locora senza vie? Non voglio più scelmire cosa della
Colonna. Alle mano voglio essere”. Quattro dìi in Tivoli stette. Mannao suoi editti. Espeditamente
fece venire da Roma la romana cavallaria, tutti li sollati da cavallo e·lli fanti masnadieri. Era vivace
de scrivere. Staieva sio stennardo in Tivoli con soa arme de azule a sole de aoro e stelle de ariento e
coll'arma de Roma. Forte cosa! Quello stennardo non era lucente como era prima; staieva
miserabile, fiacco, non daieva le code allo viento regoglioso. Venuto lo stuolo de suoi sollati, le
moite banniere, cornamuse e trommette assai, venuti missore Bettrone e missore Arimbaldo, li quali
li aveva fatti capitanii de guerra generali, li sollati se mormoravano, ca volevano la paca. Li
conestavili todeschi demannavano moneta, ché loro arme staievano in pegno. Moite scuse trovao.
Non valeva più la fuga. Vedi bella lerciaria che fece alli suoi capitanii. Abbe missore Bettrone e
missore Arimbaldo e disseli: “Trovo scritto nelle storie romane che non era moneta in Communo de
Roma per sollati. Lo consolo adunao li baroni de Roma, disse:"Noa che avemo li offizii e·lle
dignitate siamo li primi a dunare quello che ciascheuno pò de bona voluntate". Per quello duno fu
adunata tanta moneta, che iustamente la milizia fu pacata. Così voi doi comenzete a dunare. La bona
iente de Roma vederao che voi forestieri dunate. Serrao pronta a dunare. Averemo denari a furore”.
Li capitanii allora li dunaro milli fiorini, cinqueciento per uno, in doi vorze. Quella pecunia lo
tribuno compartio alli sollati. Alla fantaria deo mesa paca de moneta de tevertini. Puoi adunao
puopolo nella piazza de Santo Lorienzo de Tivoli e fece soa bella diceria. Disse como era ito venale
anni sette, como fu in grazia de Carlo imperatore, lo cui aiutorio de prossimo aspettava. Disse como
fu in grazia dello papa a despietto de Colonnesi suoi nemici. Mo' era per lo papa senatore de Roma,
non lassato guidare per la tirannia de Colonnesi, per Stefanello serpente venenoso, ionco vallico.
Dunque intenneva de desertare casa della Colonna e farli peio che quello che prima li fece aitra
voita. Casa maladetta, ché per la loro supervia terra de Roma vive in povertate. Le aitre contrade
vivo in ricchezza. Puoi aionze e disse: “Voglio fare l'oste sopra Pellestrina e farli lo guasto generale.
Dunqua prego voi Tevertini che de buono core ce accompagnete, in tanta necessitate ce sovengate,
non ce abannonete”. Questa diceria fu fatta nello parapietto delli Palloni. Fatta questa diceria, lo
sequente dìe mosse la fantaria forestiera, mosse tutta soa cavallaria e·llo puopolo de Tivoli con
grascia e con arnese ad oste, e gìone a Castiglione de Santa Perzeta. Là posao dìi doi. Là se adunao
la iente tutta. Puoi se mosse lo sequente dìe e fu sopra Pellestrina con tutto sio sfuorzo, anno
Domini MCCCLIII[I], de mese [...], dìe [...] Assediao Pellestrina e allocao lo tribuno l'oste a Santa
Maria della Villa, doi miglia da longa dalla citate. Là fuoro milli cavalieri fra Romani e sollati, fu lo
puopolo de Tivoli e de Velletri, e·lle masnate delle communanze intorno e della badia de Farfa, e de
Campagna e della Montagna. Puosto lo assedio, ciasche perzona cobelle faceva. Solo esso Cola de
Rienzi de continuo aveva l'uocchi sopra Pellestrina. Aizava la testa e resguardava lo aito colle, lo
forte castiello, e considerava per quale muodo potessi confonnere e derovinare quelle edificia. Non
levava lo sguardo de·llà. Diceva: “Questo è quello monte lo quale me conveo appianare”. Spesso
anco, continuo guardanno e non movenno lo penzieri sio da Pellestrina, vedeva che per la parte de
sopra vestiame veniva da pascere e entrava la porta de sopra per abbeverare, puoi tornava alli
pascoli. Anco vedeva da l'aitra porta de sopra entrare uomini con salmarie, con some. Vedeva la
traccia longa delli vetturali che venivano con fodere in Pellestrina. Allora domannava quelli li quali
staievano seco e diceva: “Quelli somarieri que voco dicere?” Responnevano quelli che con esso
staievano: “Senatore, quello vestiame veo da pascere e torna in Pellestrina a l'acqua per vevere.
Quelli uomini portano farina e grascia per infoderare la terra che non affamassi”. Allora responneva
e diceva: “Diceteme, non se pòterano pigliare li passi, che questo vestiame sì liberamente non issi a
pastura e quelli non portassino fodere?” Responnevano li meno liali Romani e dicevano: “Tanta è la
fortura delli monti de Pellestrina, che quelle entrate de sopra e quelle iessite non se·lli puoco vetare.
Tanta è la salvatichezza de questo luoco, che nulla oste là pòtera demorare”. Ma non era così. Anco
era la cruditate delli baroni de Roma, li quali staievano a vedere que ne iessiva, non ce volevano
operare. Allora lo tribuno disse queste paravole: “Mai non te lento fi' che non te consumo,
Pellestrina. E se io po' la sconfitta de Colonnesi a porta de Santo Lorienzo avessi cavalcato collo
puopolo de Roma, in questa terra liberamente entrava senza contradizzione. Ià fora deruvinata. Io
non sostènnera allo presente questo affanno. Lo puopolo de Roma vìssera in pace reposato”. Allo
secunno dìe che l'oste posta fu, fu comenzato lo guasto e fu depopulato tutto lo ogliardino de
Pellestrina, tutto lo piano fi' alla citate. Non remase aitro che la parte de sopra, meno che·llo terzo.
Quello poco non fu depopulato, perché alli dìi otto l'oste se partìo. E questa partenza fu per doi
cascioni. La prima, che Velletrani erano odiosi con Tevertini. Subitamente se mettevano dentro in
Pellestrina. Per tale via fuoro auti sospietti che·lla baratta non se levassi nell'oste. La secunna
cascione fu che·lla fante de missore [...] [...] “Sostenga qui uno o doi de noi, lassi ire mi. Io li farraio
venire dieci milia, vinti milia fiorini e moneta e iente quanta li piace. Deh, faccialo per Dio!” A
queste paravole non trovava tutore alcuno. Fatta la notte, preso da primo suonno fra Monreale fu
menato allo tormento. Quanno vidde la corda, desdegnato con mormorazione disse: “Ià ve aio bene
ditto che voi rustichi villani site. Voleteme ponere allo tormento. Non vedete che io so' cavalieri?
Como è in voi tanta villania?” Puro un poco fu aizato. Allora disse: “Io so' stato capo della Gran
Compagnia. E perché so' cavalieri, so' voluto vivere ad onore. Aio revennute le citati de Toscana,
messali la taglia, derupate terre e presa la iente”. Allora fu tornato nello luoco delli suoi fratelli,
intro li ceppi, redutto in restretto fra suoi fratelli. Conubbe che morire li conveniva. Domannao
penitenza, e per tutta notte abbe con seco uno frate lo quale lo confessava. E così ordinao tutti suoi
fatti. Odenno lo mormuorito de suoi fratelli, ad ora se voitava ad essi, parlava. Queste paravole
diceva: “Doici frati, non dubitete. Voi site zitielli iovini, non avete provate le onne della ventura.
Voi non morerete. Io moro e de mea morte non dubito. La vita mea sempre fu con trivulazioni.
Fastidio me era lo vivere. De morire non dubitava. So' contento, ca moro in quella terra dove morìo
lo biato santo Pietro e santo Pavolo, benché nostra desaventura sia per toa colpa, missore
Arimbaldo, che me hai connutto qui in questo laberinto. Non perciò questo lasso. Non ve
mormorete, non ve dogliate de me, ché io moro volentieri. Omo so', como ciello fui ingannato,
como l'aitri uomini so' traduto. Dio me averao misericordia. Fui buono allo munno, serraio buono
denanti a Dio, e specialemente non dubito perché venni con intenzione de bene fare. Voi iovini site:
temete, ca non avete conosciuto que ène la fortuna. Pregove che ve amete e siate valorosi allo
munno, como fui io che me feci fare obedienzia alla Puglia, Toscana e alla Marca”. Spesse voite
così dicenno, lo dìe se fece. La matina voize odire la messa, e odìola staienno scaizo a nude gamme.
All'ora de mesa terza fu sonata la campana e fu adunato lo puopolo. Connutto fra Monreale nelle
scale allo lione, staieva inninocchiato denanti a madonna santa Maria. Alle gote teneva uno
cappuccio de scuro con uno freso de aoro. Aduosso teneva uno iuppariello de velluto bruno, cosito
de fila de auro. Descento era senza alcuno cegnimento. Le caize in gamma de scuro. Le mano legate
larghe. Teneva la croce in mano. Tre fraticielli con esso staievano. Mentre che odiva la sentenzia,
parlava e diceva: “Ahi Romani, como consentite mea morte? Mai non ve feci offesa, ma la vostra
povertate e·lle mee ricchezze me faco morire”. Puoi diceva: “Dove so' io cuoito? Per bona fe' diece
tanta iente me aio veduta denanti e più che questa non è”. Puoi diceva: “So' alegro de morire là dove
morìo Pietro e Pavolo. La mea vita senza trivolazione non è stata”. Puoi diceva: “Tristo questo male
traditore po' la mea morte!” Nella sentenzia fuoro mentovate le forche. Allora stordìo forte e levaose
sùbito in piedi como perzona smarrita. Allora quelli che stavano intorno lo confortaro che non
dubitassi. Fecero fede che connannato era alla testa. De ciò fu contento, stette queto. Abiato allo
piano, per tutta la strada non finava volverse de là e de cà. Parlava e diceva: “Romani, iniustamente
moro. Moro per la vostra povertate e per le mie ricchezze. Questa citate intenneva de relevare”.
Moite cose diceva. A peta a peta la croce basava. Forte se maniava de quello che poteva. Omo
operativo, triomfatore, sottile guerrieri. Da Cesari in cà mai non fu alcuno megliore. Questo ène
quello lo quale, con fortuna arrivato, ruppe in piaia romana, como ditto ène de sopra della galea
sorrenata. Puoi che fu nello piano, là dove fuoro le fonnamenta della torre, fatta la rota intorno,
inninocchiase in terra. Puoi se levao e disse: “Io non staio bene”. Voitaose invierzo oriente e
raccommannaose a Dio. Puoi se inninocchiao in terra, basao lo ceppo e disse: “Dio te salvi, santa
iustizia”. Fece colla mano una croce sopra lo ceppo e basaola. Trasse lo cappuccio e iettaolo. Posta
che li fu la mannara in cuollo, favellao e disse: “Non stao bene”. Allora era seco moita bona iente,
fra quali era lo sio miedico de piaghe. Questo li trovao la ionta. Puosto lo fierro, allo primo colpo
stoizao in là. Pochi peli della varva remasero nello ceppo. Frati minori tuoizero sio cuorpo in una
cassa, ionto lo capo collo vusto. Pareva che atorno allo cuollo avessi una zaganella de seta roscia.
Fu tumulato in Santa Maria de l'Arucielo lo escellente omo fra Monreale, la cui fama sonao per tutta
Italia de virtute e de gloria. In la citate de Tivoli staieva uno domestico sio de sio lenaio, lo quale,
odita la morte de sio signore, lo sequente dìe de dolore morìo senza remedio. Muorto questo valente
omo, li Romani ne staievano forte afferrati. Allora lo tribuno adunao lo puopolo, favellao e disse:
“Signori, non staiate turbati della morte de questo omo, ché ène stato lo peiore omo dello munno.
Hao derobato citate e castella, muorti e presi uomini e donne, doi milia femine manna cattive. Allo
presente era venuto per turbare nuostro stato e non relevarelo. Cercava de essere libero signore.
Esso voleva le grazie fare. Voleva depopulare Campagna e terra de Roma, lo residuo de Italia.
Nostra briga bene connuceremo a buono fine colla grazia de Dio. Ma allo presente farremo como
fao lo trescatore dello grano: la spulla e·lle scorze voite manna allo viento, le vaca nette se serva per
si. Così noi avemo dannato questo faizo omo. La moneta soa, li cavalli, le arme terremo per fare
nostra briga”. Per queste paravole Romani fuoro alquanto acquetati. Fra tanto una espressa lettera e
commannamento venne dallo legato che missore Arimbaldo li fussi mannato sano e salvo. Così fu
fatto. Remase sio frate, missore Bettrone, in le catene. Della moneta de fra Monreale abbe lo tribuno
gran parte; tutta no, perché missore Ianni de Castiello ne abbe la maiure parte. Allora li nuobili de
Roma se guardavano da esso como da traditore, perché non servava fede a sio amico. Allora Cola de
Rienzi pacao li sollati espeditamente, da pede e da cavallo, quelli che remanere voizero. L'aitri
liberamente lassao tornare. Recoize arcieri in granne quantitate. Da treciento uomini da cavallo
aveva. Fece capitanio dello puopolo lo savio e saputo guerrieri Liccardo Imprennente delli Aniballi,
signore de Monte delli Compatri. Mise le masnate intorno alle terre de Pellestrina. In Frascati teneva
masnata de fanti e de arcieri. In la Colonna teneva masnata de fanti e de arcieri. In Castiglione de
Santa Perzeta mise masnata de fanti. In Tivoli teneva lo menescalco. Se reservao in Roma, in
Campituoglio, per provedere, per vedere que era da fare. Granne penzieri aveva de procacciare
moneta per sollati. Restretto se era a povera spesa; onne denaro voleva per pache. Mai non fu
veduto tale omo. Solo esso portava lo penzieri de Romani. Più vedeva esso stanno in Campituoglio
che suoi officiali nelle locora puosti. Sempre bussava, sempre scriveva alli officiali. Daieva lo
muodo, l'ordine da fare cose e·lli fatti prestamente, de chiudere li passi donne se facevano le offese,
de prennere uomini e spie. Mai non finava. Mai suoi officiali staievano lienti, freddi; non facevano
cosa notabile, salvo lo prode guerrieri Liccardo, lo quale non se infegneva. Notte e dìe faceva
predare Colonnesi, per tutta Campagna li persequitava. Non li lassava cogliere cielo. Consumava
Stefanello e Colonnesi e Pellestrinesi. La guerra menava a buono fine, omo mastro che sapeva li
passi e·lle locora, conosceva li tiempi. Sapevase fare amare da sollati. Era obedito de voglia.
Dicevano l'Ongari: “Mai non fu veduto tale capitanio sì valoroso”. Desarmato voitava la mano,
dicenno: “Quello vestiame venga cà”. Como lo diceva così veniva. A buono fine la guerra veniva.
Ora voglio contare la morte dello tribuno. Aveva lo tribuno fatta una gabella de vino e de aitre cose.
Puseli nome"sussidio". Coize sei denari per soma de vino. Coglievase la moita moneta. Romani
se·llo comportavano per avere stato. Anco stregneva lo sale per più moneta avere. Anco stregneva
soa vita e soa famiglia in le spese. Onne cosa penza per sollati. Repente prese uno citatino de Roma
nobile assai, perzona sufficiente, saputa: nome avea Pannalfuccio de Guido. Omo virtuoso, assai
desiderava la signoria dello puopolo. E sì·lli troncao la testa senza misericordia e cascione alcuna.
Della cui morte tutta Roma fu turbata. Staievano Romani como pecorella. Queti non osavano
favellare. Così temevano questo tribuno como demonio. In loco consilii obtinebat omnem suam
voluntatem, nullo consiliatore contradicente. Ipso instanti ridens plangebat et emittens lacrimas et
suspiria ridebat, tanta inerata ei varietas et mobilitas voluntatis. Ora lacrimava, ora sgavazzava.
Puoi se deo a prennere la iente. Prenneva questo e quello, revennevali. Lo mormuorito quetamente
per Roma sonava. Perciò a fortezza de si sollao cinquanta pedoni romani per ciasche rione, priesti
ad onne stormo. Le pache non li dava. Prometteva onne dìe. Tenevali in spene. Promettevali
abunnanzia de grano e cose assai. Novissime cassao Liccardo della capitania e fece aitri capitanii.
Questa fu la soa sconfittura. Allora lassao Liccardo lo predare e·llo sollicito guerriare,
mormorannose debitamente de sì ingrato omo. Era dello mese de settiembro, a dìi otto. Staieva Cola
de Rienzi la dimane in sio lietto. Avease lavata la faccia de grieco. Subitamente veo voce gridanno:
“Viva lo puopolo, viva lo puopolo”. A questa voce la iente traie per le strade de·llà e de cà. La voce
ingrossava, la iente cresceva. Nelle capocroce de mercato accapitao iente armata che veniva da
Santo Agnilo e da Ripa e iente che veniva da Colonna e da Treio. Como se ionzero insiemmori, così
mutata voce dissero: “Mora lo traditore Cola de Rienzi, mora!” Ora se fionga la ioventute senza
rascione, quelli proprio che scritti aveva in sio sussidio. Non fuoro tutti li rioni, salvo quelli li quali
ditti soco. Curzero allo palazzo de Campituoglio. Allora se aionze lo moito puopolo, uomini e
femine e zitielli. Iettavano prete; faco strepito e romore; intorniano lo palazzo da onne lato, dereto e
denanti, dicenno: “Mora lo traditore che hao fatta la gabella, mora!” Terribile ène loro furore. A
queste cose lo tribuno reparo non fece. Non sonao la campana, non se guarnìo de iente. Anco da
prima diceva: “Essi dico:"Viva lo puopolo", e anco noi lo dicemo. Noi per aizare lo puopolo qui
simo. Miei scritti sollati so'. La lettera dello papa della mea confirmazione venuta ène. Non resta se
non piubicarla in Consiglio”. Quanno a l'uitimo vidde che·lla voce terminava a male, dubitao forte;
specialemente ché esso fu abannonato da onne perzona vivente che in Campituoglio staieva. Iudici,
notari, fanti e onne perzona aveva procacciato de campare la pelle. Solo esso con tre perzone
remase, fra li quali fu Locciolo Pellicciaro, sio parente. Quanno vidde lo tribuno puro lo tumuito
dello puopolo crescere, viddese abannonato e non proveduto, forte se dubitava. Demannava alli tre
que era da fare. Volenno remediare, fecese voglia e disse: “Non irao così, per la fede mea”. Allora
se armao guarnitamente de tutte arme a muodo de cavalieri, la varvuta in testa, corazza e falle e
gammiere. Prese lo confallone dello puopolo e solo se affece alli balconi della sala de sopra maiure.
Destenneva la mano, faceva semmiante che tacessino, ca voleva favellare. Sine dubio che se lo
avessino scoitato li àbbera rotti e mutati de opinione, l'opera era svaragliata. Ma Romani non lo
volevano odire. Facevano como li puorci. Iettavano prete, valestravano. Curro con fuoco per ardere
la porta. Tante fuoro le valestrate e·lli verruti, che alli balconi non potéo durare. Uno verruto li coize
la mano. Allora prese questo confallone e stenneva lo sannato da ambedoi le mano. Mostrava le
lettere dello auro, l'arme delli citatini de Roma, quasi venissi a dicere: “Parlare non me lassate. Ecco
che io so' citatino e popularo como voi. Amo voi, e se occidete me, occidete voi che romani site”.
Non vaize questi muodi tenere. Peio fao la iente senza intellietto. “Mora lo traditore!” chiama. Non
potenno più sostenere, penzao per aitra via campare. Dubitavase de remanere su nella sala de sopra,
perché anco stava presone missore Bettrone de Narba, a chi fatta aveva tanta iniuria. Dubitava che
non lo occidessi con soie mano. Conosceva e vedeva che responneva allo puopolo. Penzao partirse
dalla sala de sopra e delongarese da missore Bettrone per cascione de più securitate. Allora abbe
tovaglie de tavola e legaose in centa e fecese despozzare ioso nello scopierto denanti alla presone.
Nella presone erano li presonieri; vedevano tutto. Tolle li chiavi e tenneli a sé. Delli presonieri
dubitava. De sopra nella sala remase Locciolo Pellicciaro, lo quale a quanno a quanno se affaceva
alli balconi e faceva atti con mano, con vocca allo puopolo e diceva: “Essolo che vene ioso dereto”,
e issino dereto allo palazzo, ca dereto veniva. Puoi se volvea allo tribuno, confortavalo e diceva che
non dubitassi. Puoi tornava allo puopolo facenno li simili cenni: “Essolo dereto, essolo ioso dereto”.
Davali la via e l'ordine. Locciolo lo occise. Locciolo Pellicciaro confuse la libertate dello puopolo,
lo quale mai non trovao capo. Solo per quello omo poteva trovare libertate. Solo Locciolo se·llo
avessi confortato, de fermo non moriva; ché fu arza la sala, lo ponte della scala cadde a poca d'ora.
Ad esso non poteva alcuno venire. Lo dìe cresceva. Li rioni della Regola e li aitri forano venuti, lo
puopolo cresciuto, le voluntate mutate per la diverzitate. Onne omo fora tornato a casa, overo
granne vattaglia stata fora. Ma Locciolo li tolle la speranza. Lo tribuno desperato se mise a pericolo
della fortuna. Staienno allo scopierto lo tribuno denanti alla cancellaria, ora se traieva la varvuta, ora
se·lla metteva. Questo era che abbe da vero doi opinioni. La prima opinione soa, de volere morire ad
onore armato colle arme, colla spada in mano fra lo puopolo a muodo de perzona magnifica e de
imperio. E ciò demostrava quanno se metteva la varvuta e tenevase armato. La secunna opinione fu
de volere campare la perzona e non morire. E questo demostrava quanno se cavava la varvuta.
Queste doi voluntate commattevano nella mente soa. Venze la voluntate de volere campare e vivere.
Omo era como tutti li aitri, temeva dello morire. Puoi che deliverao per meglio de volere vivere per
qualunche via potéo, cercao e trovao lo muodo e·lla via, muodo vituperoso e de poco animo. Ià li
Romani aveano iettato fuoco nella prima porta, lena, uoglio e pece. La porta ardeva. Lo solaro della
loia fiariava. La secunna porta ardeva e cadeva lo solaro e·llo lename a piezzo a piezzo. Orribile era
lo strillare. Penzao lo tribuno devisato passare per quello fuoco, misticarese colli aitri e campare.
Questa fu l'uitima soa opinione. Aitra via non trovava. Dunque se spogliao le insegne della baronia,
l'arme puse io' in tutto. Dolore ène de recordare. Forficaose la varva e tenzese la faccia de tenta nera.
Era là da priesso una caselluccia dove dormiva lo portanaro. Entrato là, tolle uno tabarro de vile
panno, fatto allo muodo pastorale campanino. Quello vile tabarro vestìo. Puoi se mise in capo una
coitra de lietto e così devisato ne veo ioso. Passa la porta la quale fiariava, passa le scale e·llo terrore
dello solaro che cascava, passa l'uitima porta liberamente. Fuoco non lo toccao. Misticaose colli
aitri. Desformato desformava la favella. Favellava campanino e diceva: “Suso, suso a gliu
tradetore!” Se le uitime scale passava era campato. La iente aveva l'animo suso allo palazzo.
Passava la uitima porta, uno se·lli affece denanti e sì·llo reaffigurao, deoli de mano e disse: “Non
ire. Dove vai tu?” Levaoli quello piumaccio de capo, e massimamente che se pareva allo splennore
che daieva li vraccialetti che teneva. Erano 'naorati: non pareva opera de riballo. Allora, como fu
scopierto, parzese lo tribuno manifestamente: mostrao ca esso era. Non poteva dare più la voita.
Nullo remedio era se non de stare alla misericordia, allo volere altruio. Preso per le vraccia,
liberamente fu addutto per tutte le scale senza offesa fi' allo luoco dello lione, dove li aitri la
sentenzia vodo, dove esso sentenziato aitri aveva. Là addutto, fu fatto uno silenzio. Nullo omo era
ardito toccarelo. Là stette per meno de ora, la varva tonnita, lo voito nero como fornaro, in
iuppariello de seta verde, scento, colli musacchini inaorati, colle caize de biada a muodo de barone.
Le vraccia teneva piecate. In esso silenzio mosse la faccia, guardao de·llà e de cà. Allora Cecco
dello Viecchio impuinao mano a uno stuocco e deoli nello ventre. Questo fu lo primo. Immediate
puo' esso secunnao lo ventre de Treio notaro e deoli la spada in capo. Allora l'uno, l'aitro e li aitri lo
percuoto. Chi li dao, chi li promette. Nullo motto faceva. Alla prima morìo, pena non sentìo. Venne
uno con una fune e annodaoli tutti doi li piedi. Dierolo in terra, strascinavanollo, scortellavanollo.
Così lo passavano como fussi criviello. Onneuno ne·sse iocava. Alla perdonanza li pareva de stare.
Per questa via fu strascinato fi' a Santo Marciello. Là fu appeso per li piedi a uno mignaniello. Capo
non aveva. Erano remase le cocce per la via donne era strascinato. Tante ferute aveva, pareva
criviello. Non era luoco senza feruta. Le mazza de fòra grasse. Grasso era orribilemente, bianco
como latte insanguinato. Tanta era la soa grassezza, che pareva uno esmesurato bufalo overo vacca
a maciello. Là pennéo dìi doi, notte una. Li zitielli li iettavano le prete. Lo terzo dìe de
commannamento de Iugurta e de Sciarretta della Colonna fu strascinato allo campo dell'Austa. Là se
adunaro tutti Iudiei in granne moititudine: non ne remase uno. Là fu fatto uno fuoco de cardi secchi.
In quello fuoco delli cardi fu messo. Era grasso. Per la moita grassezza da sé ardeva volentieri.
Staievano là li Iudiei forte affaccennati, afforosi, affociti. Attizzavano li cardi perché ardessi. Così
quello cuorpo fu arzo e fu redutto in polve: non ne remase cica. Questa fine abbe Cola de Rienzi, lo
quale se fece tribuno augusto de Roma, lo quale voize essere campione de Romani. In cammora soa
fu trovato uno spiecchio de acciaro moito polito con carattere e figure assai. In quello spiecchio
costregneva lo spirito de Fiorone. Anco li fuoro trovati pugillari dove aveva scritti Romani, la coita
che voleva mettere. Lo primo ordine, ciento perzone da cinqueciento fiorini; lo secunno ordine,
ciento perzone da quattrociento fiorini; lo terzo, da ciento fiorini; lo quarto, da cinquanta fiorini; lo
quinto, da dieci fiorini. Quanno questo omo fu occiso currevano anni Domini MCCCLIII[I], alli otto
dìi de settiembro in ora della terza. Non solamente questo fu muorto in furore de puopolo, ma tutta
soa forestaria fu derobata de tutto arnese. Perdiero cavalli e arme. Fuoro lassati nudi sì quelli che se
trovaro a Roma, sì quelli che staievano de fore per le fortezze a guerriare. Vogliome stennere sopra
questa materia. Franceschi entraro in Roma e assediaro Tarpeia, lo monte de Campituoglio. Per la
paura Romani se erano redutti là. Puoi che viddero che in Tarpeia non era sufficienzia de fodero,
deliveraro de mannare fòra li veterani, como perzone inutile, per avere più fodero, per salvare la
ioventute. Così fu. Li veterani, 'nanti che issiro fòra de Tarpeia, fuoro in consiglio. Dissero così:
“Noi gimo alle case nostre. Fra li Franceschi per carnario muorti serremo senza dubio. Meglio ène
che moramo in abito de virtute che de miseria. Onneuno se vesta le ornamenta soie”. Così fu. Li
veterani ne iro alle case. Ciascheuno se adobao con quelli ornamenti li quali avevano auti nelle
onoranze delli offizii. Tale se vestìo a muodo de pontefice, tale a muodo de senatore, chi de
consolo. Allocarose nelli facistuori adornati, colle bacchette in mano, adorni de prete preziose e de
aoro. Fra li aitri uno aveva nome Papirio. Forte adorno staieva denanti la soa casa, cum pretexta,
cum trabea indutus. La matina li Franceschi se maravigliaro de tale novitate, curzero a vedere como
cosa nova. Uno Francesco prese la varva a questo Papirio e disse: “Ahi vegliardo, vegliardo!”
Allora Papirio se desdegnao, perché lo Francesco non li favellava con reverenzia, como l'abito sio
mustrava. Destese la bacchetta e ferìo lo Francesco nello capo, e non teméo de morire per salvare la
onoranza della maiestate soa. Lo buono Romano dunqua non voize morire colla coitra in capo como
Cola de Rienzi morìo.
Cap.XXVIII
[Della venuta de Carlo imperatore a Roma e della soa coronazione
e della soa partenza alla Alamagna. ]
[...]
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