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Tra la perduta gente
Giovanni Rosadi
TITOLO: Tra la perduta gente
AUTORE: Rosadi, Giovanni
TRADUTTORE:
CURATORE:
NOTE: Realizzato in collaborazione con il Project
Gutenberg (http://www.gutenberg.net/)
tramite Distributed Proofreaders Europe
(http://dp.rastko.net/)
DIRITTI D'AUTORE: no
LICENZA: questo testo è distribuito con la licenza
specificata al seguente indirizzo Internet:
http://www.liberliber.it/biblioteca/licenze/
TRATTO DA: "Tra la perduta gente"
di Giovanni Rosadi,
R. Bemporad & F.° Editori;
Firenze, 1923
CODICE ISBN: informazione non disponibile
1a EDIZIONE ELETTRONICA DEL: 6 marzo 2005
INDICE DI AFFIDABILITA': 1
0: affidabilità bassa
1: affidabilità media
2: affidabilità buona
3: affidabilità ottima
ALLA EDIZIONE ELETTRONICA HANNO CONTRIBUITO:
Distributed proofreaders Europe, http://dp.rastko.net/
REVISIONE:
Claudio Paganelli, paganelli@mclink.it
Giovanni Rosadi
Tra la perduta gente
TERZA EDIZIONE
FIRENZE
R. BEMPORAD & F.° - EDITORI
MCMXXIII
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PROPRIETÀ LETTERARIA PER TUTTI I PAESI
R. BEMPORAD & FIGLIO EDITORI - FIRENZE
1923 Siena, coi tipi dell'Opificio Grafico Artistico (già Prem. Stab. Ditta Nava)
A LALAGE
CHE LA RUDE FATICA PATERNA
E LA DOLENTE ESPERIENZA
CONSOLA DI DOLCE POESIA
A CHI LEGGE
Candidi lettori, caste lettrici, che andate per le vie del mondo pensosi di tanti segni d'umanità
imbecille, chiedeste mai che gente è questa che un subisso di fortuna o una macchia di natura ha
separata da voi?
La sapete custodita in luogo sicuro e vi basta di sentirvi protetti. Non rivolgete uno sguardo di pietà al
cancello massiccio che la rinchiude, voi che vi inchinate gravi al passaggio del feretro ignoto, perchè
pensate che un giorno sfilerete anche voi alla testa d'un tale corteo, ma vi credete certi di non essere
mai rinchiusi oltre quel cancello massiccio.
Eppure tutta questa gente viveva fino all'ora del suo rovescio in stretto commercio con voi. Non è che
una breve riga di gente perduta, quella che ha vincoli e costumi e linguaggio a sè. Il più bel tipo di
delinquente ve lo trovate accanto tutti i giorni, nei salotti, nei ritrovi più eletti, all'inappuntabile Tè,
nei comitati, al mare, sui monti, nelle valli rigeneranti e lassative, dentro il letto nuziale, tra decorati
personaggi e muti servitori. Voi non vi accorgete di lui; tanto meno vi avvedete che la sua discesa nel
delitto e la stessa gioia di andare a ritrécine fino in fondo è tollerata, favorita, aiutata da voi.
Mormorate, sì, dei sùbiti guadagni e del fasto maraviglioso dell'uomo dalle grandi iniziative, ma la
maraviglia ripiega nell'adulazione e sale all'apoteosi. Siete voi che con questi atteggiamenti vili gli
rendete felice l'emergere sulle fatiche discrete e agevole il soverchiare. Siete voi che a' suoi trionfi nel
mondo dell'oro invisibile gli movete incontro come a vostro signore e padrone della terra e del mare;
voi che gli gettate ai piedi la più stolida fiducia; voi le lustre e gli onori.
Mormorate anche di quella casa dalle ampie sale che paiono basiliche, dalle suppellettili che sono
grandi emporii, con tanta profusione di luce, di fantasia, di lavoro. È del re dei filati. Mormorate,
mormorate come diamine costui abbia potuto inalzarsi una reggia degna del sire delle leggende; ma
quando ci siete dentro e assaggiate anche le zaccherose delizie sotterranee in calici smaltati, allora
inneggiate alla nuova maes del regno plutocratico e vi fate cortigiani. Se non fosse per voi, il re
dell'industria romanzesca imiterebbe le virtù di modestia del re d'Italia.
Quando il delinquente non è un trionfatore della vita, ma un misterioso esploratore del suo sottosuolo
viscido e promettente utili rifiuti, allora siete meno generosi, ma non più cauti. Il mistero vi invoglia a
vedere che cosa c'è sotto. Prima vi lavorate attorno con mille malignazioni pettegole, poi vi scoprite
amabili qualità, casi e aspetti commoventi, infine bastanti titoli alla vostra benevola amicizia senza
stima. Tra le bazze più discrete costui cercava una dote: l'ha trovata e non tanto discreta. Stretto il
nodo nuziale, si scopre che ne ha già stretti tre in terre lontane. Ma quella casa di cui ha levato l'unica
gioia d'una mamma bianca non gli sarebbe stata aperta, se prima non fosse passato per la vostra, dove
la fanciulla ingenua udì le lodi delle amabili qualità, dei casi e degli aspetti commoventi.
Succedono i rovesci. L'esploratore è smascherato per venturiere già trìgamo, truffatore, ladro, e torna
in prigione. Vi entra per la prima volta ma con maggiore infamia l'uomo dalle grandi iniziative, dopo
avere smantellato aziende miliardarie e banche e clientele. Gli va dietro il re dei filati col sacco della
bancarotta colossale, lasciando a piangere sotto la reggia un popolo di ciechi all'elemosina. Allora
ciascun di voi vuol essere stato profeta. Tutti avevan fatto i conti addosso al cantastorie dalle belle
idee e al volgarissimo re del filaticcio, benchè ciascuno si lasciasse trascinare nell'imbroglio
dall'esempio e dall'autorità dei borsaioli. Perfino le serve avevano capito il venturiere straccione, che
si lavava soltanto in casa degli altri e metteva in tasca il sapone. Ma in verità chi di voi non fu anche
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vittima meritevole, fu complice e fautore del delitto.
Or perchè non rivolgete uno sguardo al luogo sicuro, dove son riposti i vostri idoli spezzati? Non vi
punge un senso di curiosità alla trasfigurazione di tante immagini che vi furono familiari? E quelli di
voi che sono immuni dall'inganno non sperano vantaggio della conoscenza del delinquente rivelato?
Soffermatevi dunque, candidi lettori e caste lettrici, che andate pensosi per le vie del mondo, e
guardate di che carne e di che piaghe e di quante pene è fatto questo suo livido cerchio, che vi ostinate
a considerare tanto lontano da voi e quasi straniero.
Vedrete gli insani che vi entrano per volontaria scelta, come al chiostro, al rifugio degli eremiti, al
regno immortale dei suicidi, col solo voto di breve castità e di rinnovamento. In loro contrasto
scorgerete gli inconsolabili che si aprono vie sottili e invisibili con eroica fatica e divina fantasia, per
tentarne la fuga. Conoscerete l'amena delinquenza e i suoi ridicoli tipi, tartassati dalla socie che si
diverte alla loro miseria con la burla delle leggi inutili. Scoprirete i plagiari del delitto, aggirantisi
sull'orlo del suo abisso, privi del coraggio di gettarvisi, non forniti della coscienza di aborrirne,
aspiratori del fumo che esala di dentro. Nell'arsenale della Giustizia vedrete ravvivarsi e moversi sotto
i vostri occhi immagini inanimate, armi, scale, funi, chiavi, grimaldelli, scarpe, vesti, veicoli, ordigni
ambigui e oggetti comuni, Che raccontano storie e trame di profondi misteri. Imparerete a conoscere
il nome e il caratteristico linguaggio della gente perduta: sì, anche il nome, che rispecchia i gusti e le
tendenze della famiglia e per la legge dell'eredità la macchia gentilizia di chi lo porta. Prenderete a
distinguere la sua scrittura, giacchè tra la nostra infausta gente è anche questo contrasto, che parlando
il delinquente si vale della parola più spesso per nascondere e difendere il malefizio, scrivendo
l'adopera sempre col resultato di perdersi e tradirsi.
Poi, sceverando modelli e casi d'umanità delinquente, compiangerete i ribelli alla legge contrastante
con la natura, come fa quando finge il frutto del loro sangue per cosa altrui in grazia d'un diritto di
giuste nozze rinnegato dalla veri dell'amore. Ammirerete a opportuna distanza i ribelli alla società,
persuasi che convenga trasferirne il governo nella macchia per rompere le sue menzogne
convenzionali e meglio organizzare le sue spogliazioni fiscali e le legittime violenze. Imparerete a
rispettare e temere i tragici, pronti a travolgere nel sangue il ridicolo boccaccevole d'uno scorno
coniugale. Vedrete predoni e omicidi in ginocchio, nell'ascetica ossessione di raccomandarsi a
qualche santo per il buon resultato di una scellerata impresa. Con grande pietà ascolterete gli elegiaci,
che cantano in cupe note di gioia la perversa insania del loro fato. Mediterete sui soggetti oscuri,
dubitando se siano vittime o ribelli e misurando la profondità d'un'anima anche mediocre quando
affonda nell'ignoto. Forse dissentirete dagli esteti criminali, ma ne intenderete gli appassionati
entusiasmi nell'esaltarsi al fascino d'una grande nequizia, così grande da parere bellezza; e
perdonerete a un esteta convertito, che alla più raffinata aristocrazia del paradosso e dello snobismo
oppose la più semplice e schietta umiltà dell'Evangelio. Infine scorgerete lividi segni di martirio sui
corpi che escono dal carcere spogli di vita, e vi convincerete quanto sarebbe umano e civile che
penetrasse là dentro uno spirito vigile e senza superbia e proteggesse la vita che vi langue come in un
mondo a sè, chiuso al sindacato e alla solidarietà comune, un mondo per il quale Dio è troppo alto e la
Giustizia troppo lontana.
Al termine del vario cammino troverete raccolte e chiamate a rassegna queste pallide figure e
numerati i segni della natura maligna o dell'invincibile abitudine perversa, che portano sul viso e nelle
impronte dell'anima. Nella storia delle loro gesta leggerete il poema dei poemi: combattimenti di
giganti come in Omero, turbini di spire visionarie come in Dante, favole e lussurie quali non pensò il
Boccaccio, sogni e fantasmi e follìe che non furono mai scritte.
Ricercando l'origine di tanta fantasia del Male e il termine di confronto tra queste anime e voi, finirete
per riconoscere la giustizia di una sola separazione da proclamare fra tutti i fratelli della prole umana:
infelici e fortunati. Infelici i nati che non sortirono nel nascere la virtù di possedersi; infelici i non
morti nella predestinazione a mal vivere, che non ottennero mai il miracolo di rifarsi; infelicissimo il
delitto, che sorge dalle stesse radici che ne alimentano l'amaro frutto; fortunata la bontà e la vicenda
propizia a preservarla; fortunata la bellezza, la salute, la forza; fortunato l'ingegno e l'estro confidente
della gioia.
Ecco la tela su cui ho dipinto di scorcio ma su vivi e palpitanti modelli il quadro dell'umanità. - Uf!
ancora l'opera dell'avvocato che imbratta l'arte col suo mestiere! - sospireranno in silenzio e col voto
dell'ostracismo i genî immortali, così decretati di loro motuproprio. In veri conosco un'arte senza
mestiere, tutta sospesa nel vuoto, che spaccia vento per tempesta, nullaggini intronate di suoni,
nonsensi rivestiti d'arroganza, peti confettati. Alla delicatezza di chi fa quest'arte celeste l'uomo di vita
sa d'umo, come il contadino sa di sole. Ma l'umanità che io ho vissuto, sofferto e dipinto, non è una
specialità dell'arringo, ma tutta quanta l'umanità, una essendone l'origine, un solo il fondo: il delitto
non è che la tragedia o la mite caricatura dell'umanità. E di che altra materia si è mai fornita l'arte se
non di questa, unica, eterna? E di dove susciterà le passioni profonde e le anelanze sublimi, i sogni e
gli ideali più lontani, il piacere e il dolore che abitano il mondo, le follìe, i delirî, la morte, se non
dalla vita?
Lo so, la materia non è l'arte. Ma quando è còlta dalla potenza del vero e respirata nella mischia della
vita, non immaginata e finta nei romiti osservatorî dei senza-mestiere, allora è già in fermento d'arte
ed è pronta per il tocco privilegiato dell'artista. Chi l'ha plasmata ha lavorato per lui; non ha faticato
invano.
I DILETTANTI
....e quella gente
ch'eran con lui parevan sì contenti,
come a nessun toccasse altro la mente.
Purg. II.
I.
Girava lo sguardo con una curiosità timida e smarrita intorno alla cella del carcere, fissandolo ora
sulla semplicità rozza del pagliericcio, ora sui palinsesti osceni e polemici dei quattro muri, ora sul
lordo naviglio galleggiante nel brocchetto, che avreste subito pensato che l'abitatore di quella cella
era nuovo e vi era stato rinchiuso per affare di poca importanza.
Tre ore prima aveva avuto alterco con un giannizzero gallonato della polizia municipale nel mezzo
della strada; a un certo punto si era acceso nella disputa a segno che aveva provato un'attrazione
nuova verso il pericolo e il repentaglio impersonato in quell'edile provocatore; e gli aveva rivolto la
sola parola che gli era venuta nella concitazione alla bocca e certo quella che meno aveva pensato: -
Mandrillo! - Il decoro dell'autorità era sfregiato; l'oltraggio sceso sul pennacchio d'un pubblico
ufficiale voleva una severa riparazione; e l'oltraggiatore dovette peregrinare per cinque ore di ufficio
in ufficio, tra cento mani e manette, fino alla prigione.
Invano, il giorno dopo, le sorde pareti e le simili orecchie dei giudici risonarono dell'unica
testimonianza di un pesantissimo cittadino, che solo si era ritrovato al fatto denunciato; invano la
sedia dov'ei sedette scricchiolò sotto gli sforzi pesanti della sua asma persuasiva, rivolti a riprodurre
certi gesti provocanti dell'oltraggiato su la faccia dell'oltraggiatore; invano, chè tutto ciò non bastava a
svestire il pubblico ufficiale delle sue prerogative sublimi. Una parola proferita nell'impeto dell'ira e
nella piena dei convincimenti meritava un mese di reclusione, perchè oggi si inorridisce al ricordo del
taglione e non si ammette più occhio per occhio dente per dente, ma si adotta ancora un'unità di
misura nella bilancia della giustizia e si equilibra un mese con una parola. In quanto al giannizzero
gallonato, quello si godette gli ozî di un giorno trascorso dolcemente fuori del suo ufficio e
nell'umana soddisfazione di far del male a qualcuno.
II.
Passò quel mese, contato di giorno in giorno e di desiderio in desiderio. E nella folla di tanti pensieri
uno nuovo e confuso sovrastava a tutti nell'animo del carcerato: quello della sua donna. Da tre anni
l'aveva fatta sua moglie non per amore nè per convenienza, ma per ricerca di novità e per interruzione
di monotonia, unica nota della sua vita agiata e tranquilla, già vòlta a virilità. Giana era una di quelle
donne che non paiono nate per amare per essere amate e nelle quali sentiamo l'assenza d'ogni
sensualità, anche se ci porgono con fiducia la mano ignuda o ci permettono con indifferenza una
conversazione licenziosa, a quello stesso modo che altre ci ricordano il sesso e ci richiamano alla
concupiscenza con la stessa modestia dello sguardo e alla stessa ritrosìa del portamento. Guai però a
chi si lascia trasportare dal capriccio di svegliare in quelle creature insensibili un sentimento! Diventa
un infelice in lotta con stesso e soffre e si agita e combatte senza posa. La curiosità del nuovo, il
desiderio del difficile, il bisogno della contradizione, l'ardore della lotta gli rendono allettevole la
contrarietà e voluttuosa la follìa.
Ora una tale passione stimolava e accendeva il nuovo carcerato, che prima ne stupì in stesso e poi
se ne compiacque come d'un sapore gustato alla fine d'una lenta deglutizione, a segno che si studiò di
acuirlo e di raffinarlo con l'artificiosità della più arguta lussuria.
- Se Giana - si sforzava a pensare - in questa prima occasione di libertà mi tradisse!... - E il pensiero
artificioso d'un tradimento per parte d'una donna incapace d'amare gli scoteva tutte le fibre del senso e
gli ritrovava tutti i ripostigli del sentimento. Intanto, pensando al tempo della sua liberazione, si fece
nella sua fantasia lasciva tutte le immaginazioni e tutti i calcoli delle più dolci primizie del nuovo
incontro. E come fu il giorno desiderato benedisse la triste occasione di questo maraviglioso risveglio,
che gli rendeva ora per la prima volta sensibile la carne e palpitante la vita.
III.
Passò, dopo il ritorno, un mese del nuovo stile. Giana, docile ma immutabile, rispose con stupore e
pazienza ai nuovi trasporti del marito. Questi di giorno in giorno si sentì affievolire il piacere del
nuovo; e se ne affisse e adirò come di un bene fuggente sotto i suoi occhi. Tor alle ipotesi
artificiose di gelosia; ripetè a stesso tutto lo svolgimento intimo dei desiderî nati e accumulati in
prigione; creò ad ogni momento dissidî e rabbuffi con la moglie per procurarsi pacificazioni e
tenerezze con lei; e intanto la maltrattava e la serviva, la disgustava e la seduceva, la disprezzava e
l'adorava. Era sua, legittimamente sua; ma questa per appunto era la ragione del tormento. Avrebbe
voluto una difficoltà alla quale contrastarla, un divieto e un ostacolo al quale contenderla, un rivale a
cui strapparla; ma amarla e possederla perc questo era il suo agio e il suo dovere gli pareva una
volgarità e un'umiliazione da arrossire.
Bisognava dunque che si creasse un'altra occasione per rendersi la sua donna ancora nuova,
desiderabile, contrastata. Ma fra tutte le occasioni non seppe che immaginarne una sola: tornare in
prigione.
E vi tornò e per poco e per solo diletto anche questa volta. Gli bastò dir brutto a un gabellotto che non
era bello, con quel naso di peperone vermiglio, e che alla barriera gli aveva ficcato per zelo d'ufficio
una mano in tasca, perc dovesse imparare ancora una volta dove consista tutta la dignità d'un
pubblico ufficiale e come operi l'inflessibile giustizia dei magistrati sentenzianti con la stessa tariffa
dei gabellieri.
In quarantacinque giorni, quanti compendiarono la nuova pena, si operò in lui un'altra volta il
prodigioso rinnovamento del suo spirito, e una folla p densa e agitata di desiderï e disegni lo
accompagnò novamente dalla cella del carcere alla stanza nuziale.
IV.
Il periodo del disinganno e dello svanimento, dopo il nuovo ritorno, questa volta fu lungo e
tempestoso. Sentendosi sfuggire il piacere conquistato ad arte e con sacrifizio, lo sconsigliato si
adoperò per tempo a trattenerlo come meglio potè. Allora Giana dovette provare tutte le folli molestie
d'un marito innamorato della moglie, dalle gite in carrozza chiusa per finzione di avventura fino alle
mostre della camicia di seta del color di rosa e altre simili civetterie da lui imparate nelle letture, sua
nuova occupazione e scuola di tardo iniziato. Ma non sempre la semplice donna ebbe la voglia o la
forza di corrispondere a queste e a altre stanchevoli pretese: di qui una vita di dissidî, di torture, di
violenze, specialmente nel consueto argomento della gelosia. Giana, credesse bene di accarezzare
quest'idea fissa del marito o veramente si proponesse di meritare per qualche titolo di colpa l'accusa di
infedeltà a opera del medico di famiglia o le nuove stravaganze del marito avessero svegliato i suoi
sensi tranquilli, incominciò ad accettare la discussione a fondo sopra lo scabro argomento,
spingendolo spesso a confessioni ostentate o forse mendaci ed a propositi di libertà in illeciti piaceri.
Fu come versare olio nel fuoco. Il forsennato, che aveva fatto ogni sforzo della fantasia per
immaginarsi verosimili queste disposizioni della moglie, vi si ribellava violentemente ora che le
temeva vere. Ma in realtà tutto ciò non era se non quello di cui aveva tanto bisogno e desiderio:
bisogno e desiderio di ardere, di consumare, di combattere, di soffrire, di accelerare a stratte e sbalzi il
moto lento e uniforme dell'esistenza, caro soltanto agli animali da ingrasso e agli uomini perfetti.
V.
Una scena violenta doveva metter fine al dramma reale di una passione nata dal bisogno e uccisa dalla
necessità. Ad un brusco rifiuto della donna stanca, l'eroe della follìa pun esattamente la canna della
sua rivoltella nell'orecchio dove aveva allora sfiorato le labbra sussurranti la vana domanda e fece
fuoco.
Fu proposito libero e cosciente? Fu impeto cieco di travolgente furore o atto meccanico della mano
familiarizzata con l'arme? Fu sola intenzione di sfregio d'una bellezza insensibile ad ogni altro fuoco
o strage deliberata d'una vita già schiava d'un'altra? A queste domande cercava a caso una risposta lo
sciagurato, intanto che per la terza volta rientrava in prigione e aspettava, insieme ad altri quattro
manigoldi, d'essere spogliato e frugato dai custodi del luogo già noto a lui ed a loro.
VI.
Era il sabato di pasqua. Di giù dalla porta triste, dove si affacciavano i parenti dei carcerati, salivano
confusamente voci in gran parte muliebri e infantili. Lo sbatter dei cancelli mandava un fragore più
animato; le proposte e le risposte da finestra a finestra si distinguevano più audaci; le diuturne
battiture delle inferriate a scopo di vigilanza rendevano un'armonia vaga e quasi gioconda. Anche il
calendario del carcerato ha i suoi giorni fasti e nefasti; e questo giorno preludente alla solenne dimane
somigliava per festività a quello del mondo che si chiama onesto. L'infelice si scosse a questi segni di
singolare vitalità dallo stupido e freddo intorpidimento, e, acquistata la coscienza del luogo lugubre,
ne proun senso di vergogna, che lo invogliava fortemente a confidare ai quattro compagni come sì
trovasse in prigione sol perchè l'aveva voluto: confidenza che l'avrebbe male esposto dinanzi a giudici
superficiali e grossolani, ma che a lui pareva lo distinguesse facilmente dagli altri infelici.
VII.
Ma s'ingannava. Non tutti sono trascinati al carcere nolenti e dolenti, come non tutti sono condotti
ignari o involontarî al martirio, alla guerra, alla morte. Il carcere ha i suoi dilettanti, i suoi volontarì,
come li ha la fede, la milizia, l'abisso. Quei quattro compagni erano alla pari di lui dilettanti della
pena. Infatti, come chiese perc si trovassero in quel luogo, quelli risposero con la più spontanea
giovialità e quasi tutti in un tempo: - abbiamo rotto i quattro vetri del lampione che è sulla porta della
questura e ne abbiamo rotto uno per uno perchè ci legassero tutt'e quattro e ci rinchiudessero qui
dentro a fare la pasqua con l'agnello, perchè domani tocca l'agnello.
Non chiese altro. Gli bas questa brasca risposta per convincersi che anche sotto l'aspetto delle
intenzioni c'è poco da distinguere tra la varietà della colpa e i gradi della miseria e si persuase che
neppure la volontà del sacrifizio era sua unica e consolante prerogativa.
VIII.
Allora la sua immagine sanguigna si confuse dentro la sua mente con le immagini pallide e diafane
dei compagni digiuni; e le vide disertare il loro desco, avaro fin della più discreta voglia, e invadere la
sua ricca imbandigione, dove non mancavano neppure i fiori apparecchiati dalle agili dita di Giana; e
gli parve di prendere il loro posto nel desco avaro e di non sentire altro desiderio attuale tranne quello
d'un indizio festivo, che facesse meno minacciosa la fame nel giorno stesso che risorgeva
dall'ignominia e dalla morte l'ammonitore santo della fratellanza e della giustizia tra gli uomini; e si
ritroin prigione per appagamento di questo solo desiderio e in segno di festa, come già quelli vi si
erano ritrovati, convinto al pari di loro quanto sia preferibile una lieve soddisfazione a una continua
renunzia.
E qui si incontrò novamente con loro, non più diafani ma pieni e rubizzi, a cui l'ebbrezza dei fiori
fragranti e dei vini vaporosi aveva reso insipido e nauseabondo il piacere della mensa e acuto e
irresistibile il bisogno del dolore. E intanto le loro immagini e la sua si incontravano, si barattavano, si
succedevano, si investivano per vie misteriose e ritorte, bagnate di fiele e di sudore, che provenivano
come da unica origine dalla fatalità, si confondevano come in punto di scambio nel bisogno e
nell'occasione, si ripartivano, come a schianto di fiume rigonfio, nei vizî, nelle passioni, nelle colpe,
nelle pure aspirazioni e nelle bieche cupidigie d'ogni natura, e terminavano tutte, come a meta
comune, in una valle di tenebre e di pianto. Ed ecco la mesta figura di Giana, con i segni della morte
nelle occhiaia, già macere le frutta del saldissimo seno, secche le bocche delle nere ferite, lacera e
cadente la sola camicia dal color di rosa, alte e protese le livide braccia, drizzarsi inanimata ed
esclamare solenne, senza schiudere le labbra contratte dall'ultimo dolore: - Che hai fatto di me? La tua
insania fu più forte della morte!
Il carceriere acciuf con turpe violenza, per richiamarlo alle sue inascoltate domande, il pensoso
uxoricida, che si era serrato il capo tra le cosce: unico rifugio d'una mente sconvolta dalla bufera della
passione.
I TRANSFUGHI
... gente che pensa a suo cammino,
che va col cuore e col corpo dimora.
Purg. II.
I.
Che violento contrasto d'ombre nel quadro di questa gente! Ai dilettanti della pena, che cercano il
carcere e vi trovano un espediente di vita, contraddicono profondamente i transfughi, che non sanno
pensare che alla fuga e vanno col cuore intanto che il corpo dimora.
Ma quali e quante difficoltà non ti conviene superare, pòvero transfuga dalla tua triste clausura! I
liberi scendono le scale, se vogliono venir giù in istrada; tu invece dovrai lacerare le lenzola e farne
una corda e poi lanciarti fuori dalla finestra e sospenderti sopra il vuoto. E se la corda sarà troppo
corta non ti rimarrà che un modo di scendere: cadere, abbandonarti sull'abisso, non misurare l'altezza.
Oppure dovrai calarti per la cappa d'un camino o trascinarti lungo il condotto d'una fogna senza curare
inciampi strazî della tua carne. Ma prima dovrai compiere uno spaventoso capolavoro: fare di una
molla d'acciaio una seghetta. Ma con quali arnesi? Eh, devi inventarli! E poi dovrai accingerti a
un'opera lunga, lenta, guardinga per tagliare l'inferriata o il chiavistello o il lucchetto. E poi!... E poi i
sassi che bisogna levare e rimettere al posto venti volte al giorno e poi i fori che conviene coprire e i
rovinacci che occorre nascondere.
Il più prodigo dei romantici toccò una volta questi espedienti dell'opera umana disperata(1). Ma lo
stile virtuoso non vince la rude evidenza del racconto d'un fuggitivo, che confessa gli adoperati segreti
della sua temeraria impresa. È un illetterato che detta al giudice la sua confessione; ma quella prosa
nuda, semplice, istintiva sa d'umana letteratura. L'evasore non è più giovine, lo chiama alla vita
libera alcuna carezza; epilettico, emottoico, ernioso, si direbbe negato all'odio del suo unico rifugio;
ma tutte queste tare volterà in altrettanti favori nell'eludere la vigilanza disarmata e nel mettere a più
cimentosa prova gli ultimi avanzi di vita.
Narri dunque la matricola 369(2).
II.
Lo scopo nel tentare di fuggire è stato quello di sottrarmi a lunga pena e specialmente al periodo di
segregazione, visto che non era più possibile il passaggio in una casa di cronici. Dichiaro di non
essere stato maltrattato; anzi ho un rimorso: di aver dato dispiacere a chi mi ha trattato sempre bene.
La mia malattia è inguaribile, e quindi tentavo di farla finita una volta per sempre con la pena. Dal
giorno che entrai in questo stabilimento e che vidi che non c'era più speranza di andare in comune,
feci il proposito di evadere. Per far ciò bisognava riacquistare un po' di forza. Pregai la guardia di
infermeria che mi mettesse in una cella più ariosa. La guardia disse di domandarlo al signor dottore. Il
dottore non avendo nulla in contrario, ebbi la fortuna d'essere messo in una cella del terzo piano.
Mia intenzione era di segare, appena acquistate le forze, un'inferriata. Il pezzetto di ferro con denti, a
forma di seghetta, che mi mostra, lo tagliai dal mio cinto erniario. Però, nel salire le scale per andare
alla nuova cella del terzo piano, vidi una chiave nell'uscio del sottoscala posto al pianterreno.
Accortomi che in generale una chiave apriva diverse porte e diversi cancelli, pensai di profittare di
quella. Mentre davano acqua ai malati, verso le sei di sera di lunedì 13 giugno, e precisamente mentre
facevano dei movimenti e aprivano altre celle, colsi il momento per impadronirmi della chiave
discendendo al pianterreno. E questo fu mentre la guardia trovavasi in altra cella per somministrare
ghiaccio e altro. Presa la chiave, ritornai nella mia cella. Ieri mattina poi, all'ora della prima
distribuzione del vitto, cioè verso le dieci, quando tutte le celle del terzo piano erano aperte, uscii
dalla mia che trovavasi precisamente vicina al cancello di ferro che mette al soffitto, e provai la
chiave. In quel momento la guardia di servizio era intenta ad aprire altre celle e gli infermieri
recavano il vitto a diversi malati. Dichiaro pure che nella prova fatta della chiave, essendo la
medesima stretta, ne allungai la canna e questo lavoro lo feci durante la giornata.
La sera, poco prima della visita, verso le ore sei, quando tutte le porte erano aperte per la distribuzione
dell'acqua, del ghiaccio e altro, aprii il cancello; e siccome oltre questo c'è la porta di legno, che nei
giorni precedenti avevo osservato esser chiusa a chiave, mi fu provveduta una piccola chiave da
persona che non voglio nominare: chiave che pure allargai rompendone la canna perc potesse
funzionare. In quel momento la guardia disimpegnava il suo servizio per le celle, e gli infermieri
erano anche loro intenti a fare il proprio servizio. In previsione che le due chiavi andassero bene,
come infatti andavano, ho disposto nel mio letto prima di lasciare la cella, servendomi dei guanciali,
del fazzoletto, dell'asciugatoio, della coperta e di un po' di paglia del pagliericcio, un fantoccio in
guisa da sembrare un uomo che dormiva, da non potersi però vedere in faccia. Portai meco tutto
l'abito da recluso di cui ero vestito e le due lenzuola coll'intenzione di farmene una corda per
discendere dal tetto. Portai meco altri oggetti che non ricordo e non so precisare. Con la chiave grande
potei aprire il cancello e la porta anzidetta: e passai oltre. Entrai nella porta a sinistra e poi nella
soffitta, quindi, formato uno sgabello a mezzo di un recipiente, smossi le tegole e fui sopra il tetto.
Girando lo sguardo sopra il tetto stesso, mi accòrsi che dal lato ove sono poi disceso, vi era gente alle
finestre, e quindi, orizzontandomi meglio, pensai di scendere dalla parte del tetto dell'alloggio del
signor direttore, che trovasi dalla parte opposta. Arrivato sopra quel tetto, smossi diverse tegole, ma
visto che non potevo riuscirci tornai indietro e smisi l'idea di scendere da quella parte. Aspettai il
sorgere della luna onde poter meglio vedere il punto da cui avrei potuto con più facilità compiere
l'evasione. Girai le diverse parti del tetto e vidi che oltre a quella della lavanderia del penitenziario vi
era una mezza finestra che presentava modo facile per potervi penetrare. Approssimandomi a detta
finestra appartenente ad abitazione privata, la trovai munita di inferriata leggera ed anche guasta, per
cui mi riuscì facile toglierne la sbarra che ora mi si presenta e rimuovere eziandio una reticella di
ferro pure guasta e di cui era munita quella finestra. Col mezzo di un fiammifero osservai che il piano
dove metteva questa finestra trovavasi disabitato; mi feci quindi coraggio e penetrai dentro.
Ebbi allora a cadere per uno sbocco di sangue, che mi fece sostare qualche minuto; ed il rumore da
me fatto attirò l'attenzione dell'inquilino abitante al piano sottostante, il quale dalla finestra avvi i
carabinieri, che a caso passavano in quel momento per via Ghibellina. Riavutomi dalla caduta,
raccolsi tutte le mie forze e con quanto meco avevo asportato mi feci a scendere le scale; ma giunto a
metà delle stesse mi trovai fermato dai carabinieri e ricondotto nello stabilimento. Allora ricaddi e
dissi: povere mie fatiche!
Così narrò la matricola 369.
III.
Togliergli il suo posto al sole: ecco l'onta che si fa al carcerato. E negare all'uomo il suo posto al sole
val quanto prendergli quello che non gli si può dare. Così diceva anche Diogene a chi gli faceva
ombra davanti alla botte. I nostri penitenzieri non sono intelligenti, non mostrano molta fantasia col
circoscrivere il sistema di punire ai soli mezzi carcerari. Non erano peggiori a Roma le pene ad
metalla, perchè all'aperto. Sarebbero mille volte migliori da noi quelle del proficuo lavoro in colonie
agricole e sopra terre incolte.
Sentirsi stringere i polsi tra i ferri è tale affronto a un animo educato alla dignità della vita, che il
torpore del sangue e il marchio nelle carni non dileguano più dalla fantasia umiliata. Un gentiluomo
arrestato per delitto d'impeto e non disonorevole, non seppe mai vincere l'abitudine contratta di
stropicciarsi i polsi per l'ostinata illusione. Fortunatamente l'affronto è breve e si svolge nel ciclo dei
dolori estremi. Ma vedersi chiuso fra strette e sordide pareti, su cui non riposano ma rimbalzano i
lamenti e gli sguardi attoniti, con l'inciampo in terra di quella suppellettile che irride alle intimi
domestiche lasciate alla balìa degli indiscreti, col solo esercizio di misurare a passi brevi e mille volte
ripiegati su stessi l'immensità della rovina, sibillante nell'orecchio il rumore dell'urbe che diffonde
il malefizio condannandolo, chiuso ogni adito a mandar fuori una discolpa ed a riceverne un segno di
rimpianto, è agonia incomparabile che nessuna giustizia di pena, nessuna ragione d'accusa basterebbe
ad agguagliare. E però l'orrore al carcere è istintivo, e istintiva la fuga.
Lo stesso delinquente nato non può intendere tollerare, per la sua natura prettamente insocevole,
questo massimo sacrifizio di sè a favore della bella e felice famiglia sociale. Non s'adatta a renunziare
alla libertà chi ne ha fatto sempre uso così sfrenato da dimostrare di non volerne deporre mai la sua
parte nel fondo comune. E però l'istinto della fuga è universale e ugualmente irresistibile nel
carcerato. Tanto è vero che le leggi dell'ultimo secolo gli hanno concesso l'impunità se evade senza
far violenza o rottura.
IV.
Punirlo sarebbe pretendere da lui troppa virtù: la renunzia alla fortuna di potere aprire il petto
all'affanno oppresso dalla prigione. D'altronde la placida filosofia che ispira ancora la norma delle
pene suppone per fondamento delle responsabilità il libero arbitrio. Ma il carcerato non è più libero; è
spogliato di qualunque facoltà d'iniziativa e d'elezione; è in stato di inerzia e di soggezione passiva.
Destituito della libertà, che si considera il giuoco del suo merito e della sua colpa, è sciolto da quel
patto di compatibilità civile da cui derivano il dovere e il rischio della propria condotta. Ora è un
corpo inanimato nelle mani di chi lo ha avulso dal grembo civile; la responsabilità di condotta non è
affidata a lui ma a chi lo tiene nella sua custodia. Se evade, la coscienza pubblica non grida alla
temerità della sua fuga, ma alla negligenza dei suoi custodi, e si domanda sgomenta: quis custodiet
ipsos custodes?
Altra cosa è se rompe porte, inferriate, muraglie, o vìola custodi e sentinelle. Allora esce dalla sua
inerzia, compie uno sforzo straordinario alla sua soggezione passiva, mette in opera un mezzo che
supera il fine, suscita il ragionevole sgomento dei cittadini e apre il passo ad altri evasori.
V.
Non vi provate a definire le particolari disposizioni alla fuga. Come non mancano i volontari della
pena, così appaiono con altrettanta rarità i rassegnati, che si adattano al carcere e quasi vi si
acclimatano come a luogo d'ignorata vocazione. Sono i temperamenti inerti, che ritrovano il riposo e
perfino la gioia in ogni renunzia, che si buttano in terra per non far lo sforzo di non cadere e caduti
non si rialzano più. Al contrario le nature attive e irrequiete non conoscono un bisogno una
speranza maggiore. E non le infrena nè sgomenta la fragilità della persona la dissuetudine ai
cimenti acrobatici. Il narratore della sua evasione, non più giovane e tre volte debilitato, ce ne fa fede.
Allora è inutile battere i ferri delle grate due o tre volte al giorno, inutile visitare anche di notte le
celle. Le meno sospettate scaltrezze, le più sottili divinazioni sono osate dal sapiente evasore.
Se poi lo stimola un bisogno strapotente di libertà, o gli occorra di assestare le conseguenze del
delitto, o sappia in pericolo persona che gli è cara, o supponga ostinata nel tradimento la donna della
passione che l'ha travolto, allora l'urto contro gli ostacoli non ha più freni, salvo essere meno paziente
e fortunato. La stessa ansia nell'aspettare il giudizio, spesso dilungata fino alla misura d'una grave
pena, gli fa credere che sia adattabile al suo caso, con un piccolo sforzo d'interpretazione, il proverbio
ammonitore: "Chi non ha giudizio abbia gambe".
Ma come si può fare l'esame dei fremiti e degli sbattimenti delle anime in pena? Anche qui la natura è
regina. Si nasce con la tendenza a evadere dal carcere come si nasce con l'inclinazione ad entrarci.
AMENA DELINQUENZA
....questa festinata gente
a vera vita non è sine causa.
Par. XXXII.
I.
Come la famiglia, la scuola, la città, così anche la giustizia ha il suo carattere e il suo costume. Paese
che vai, giustizia che trovi; tranne il paese dove non ne trovi nessuna. In corte d'assise, dove si
giudicano le passioni e le gravi iatture, prevalgono più spesso le ragioni di un popolo e spessissimo
quelle di tutta l'umanità al carattere particolare d'una città o d'una regione. In tribunale, dove s'insegue
il furto, la frode, l'offesa all'autorità, al pudore, alla fede pubblica, il carattere e il costume del luogo si
accentuano già di più. In pretura, dove si ministra una giustizia minuta, casalinga, ciarliera, si palesa a
nudo l'indole familiare e si accentua al vivo l'idioma particolarissimo d'un paese giocondamente
delinquente. Con la gente gioconda, con l'amena delinquenza, che rallegra i rostri e le prigioni, giova
pertanto continuare il nostro abbrivo leggiero verso acque più profonde. L'argomento è men grave, ma
altrettanto reale e umano.
II.
E