i (Nota all’edizione Manuzio) L’edizione ottocentesca ha tralasciato un brano che riportiamo qui di seguito nella
traduzione di Paola Angioletti per l’edizione Newton Compton del settembre l994, collana Tascabili Economici
Newton, ISBN 88-7983-632-3.:
Ella ne era infetta, forse ne è morta. Paquette aveva avuto questo regalo da un frate francescano molto colto, il quale era
risalito all’origine: infatti egli l’aveva preso da un capitano di cavalleria, che lo doveva a un paggio, che l’aveva preso
da un gesuita il quale, da novizio, l’aveva ereditato in linea diretta da un compagno di Cristoforo Colombo. Quanto a
me, non lo darò a nessuno, perché sto morendo.
- O Pangloss! gridò Candido, che strana genealogia! Certamente il diavolo ne è il capostipite! -
Niente affatto, replicò quel grand’uomo: era una cosa indispensabile nel migliore dei mondi, un ingrediente necessario:
poiché, se Colombo non avesse preso in un’isola dell’America questa malattia che avvelena la sorgente della
generazione, che spesso anzi impedisce la generazione e che evidentemente è l’opposto del gran fine della natura, noi
non avremmo né cioccolata né cocciniglia; bisogna ancora osservare che fino ad oggi questa malattia esiste solo nel
nostro continente, come le dispute. I Turchi, gli Indiani, i Persiani, i Cinesi, i Siamesi, i Giapponesi, non la conoscono
ancora; ma c’è una ragione sufficiente perché la conoscano a loro volta fra qualche secolo. In quest’attesa, essa ha fatto
progressi meravigliosi fra noi, e soprattutto fra quei grandi eserciti composti di onesti stipendiati così cortesi, i quali
decidono il destino degli Stati; si può ben affermare che, quando trentamila uomini combattono schierati in battaglia
contro truppe di numero uguale, ci sono circa ventimila sifilitici da ogni parte.
- Questa è una cosa ammirevole, disse Candido, ma bisogna farvi guarire. - E come potrei? disse Pangloss; non ho soldi,
amico mio, e in tutta la distesa del globo non ci si può salassare né fare un’abluzione senza pagare o senza che qualcuno
paghi per noi”.
Queste ultime parole decisero Candido; andò a gettarsi ai piedi...
ii Un secondo brano, quasi un intero capitolo,(il XXIV dell’edizione originale) è la seguente storia Di Paquette e di Fra
Giroflé, disinvoltamente cancellata dall’edizione qui riportata. Anche qui ci rifacciamo all’edizione Newton Compton
del settembre l994, collana Tascabili Economici Newton, ISBN 88-7983-632-3.:
Mentre discuteva su questo importante argomento e aspettava Cunegonda, Candido vide in piazza San Marco un
giovane teatino che teneva sotto braccio una ragazza. Il teatino era fresco, paffuto, vigoroso; aveva gli occhi brillanti,
l’aspetto sicuro, la testa alta, l’andatura fiera. La ragazza era molto bella e cantava; guardava con amore il suo teatino, e
di tanto in tanto gli pizzicava le grosse guance. “Ammetterete almeno, disse Candido a Martino, che queste persone sono
felici. Fino ad ora in tutta la terra abitata, ad eccezione dell’Eldorado, ho trovato solo disgraziati, ma scommetto che
questa ragazza e questo teatino sono creature molto felici. - Scommetto di no, disse Martino. - Non c’è che da invitarli a
pranzo, disse Candido, e vedrete se mi sbaglio.”
Subito li avvicina, presenta loro i propri omaggi, e li invita a venire alla sua locanda a mangiare maccheroni, pernici di
Lombardia, uova di storione, e a bere vino di Montepulciano, Lachrima Cristi, Cipro e Samo. La signorina arrossì, il
teatino accettò l’invito, e la ragazza lo seguì guardando Candido con occhi pieni di sorpresa e di confusione, oscurati da
qualche lacrima. Appena fu entrata nella stanza di Candido gli disse: “Ma come! , il signor Candido non riconosce più
Paquette ! ”. A queste parole Candido, che fino allora non l’aveva osservata con attenzione, perché pensava solo a
Cunegonda, le disse: “Ahimè, povera bambina, siete stata dunque voi a ridurre il dottor Pangloss nel bello stato in cui
l’ho visto? - Ahimè, signore, sono stata proprio io, disse Paquette; vedo che conoscete tutto. Ho saputo delle spaventose
disgrazie successe a tutta la casa della signora baronessa e alla bella Cunegonda. Vi giuro che la mia sorte non è stata
meno triste. Ero innocente quando mi avete conosciuta. Un frate francescano che era il mio confessore mi sedusse
facilmente. Le conseguenze furono terribili: fui costretta ad uscire dal castello poco dopo la vostra cacciata a calci nel
sedere da parte del signor barone. Se un famoso medico non avesse avuto compassione di me sarei morta. Per
riconoscenza fui per qualche tempo l’amante di quel medico. Sua moglie, che era terribilmente gelosa, mi batteva tutti i
giorni senza pietà: era una furia. Quel medico era il più brutto di tutti gli uomini, e io la più infelice di tutte le creature,
perché venivo battuta continuamente a causa di un uomo che non amavo. Sapete, signore, quanto sia pericoloso per una
donna bisbetica essere la moglie di un medico. Costui, stanco della condotta della moglie, le diede un giorno, per
guarirla da un leggero raffreddore, una medicina così efficace che essa ne morì in due ore, in mezzo ad orribili
convulsioni. I genitori della signora intentarono al signore un processo criminale; egli fuggì ed io fui messa in prigione.
La mia innocenza nn mi avrebbe salvata se non fossi stata un po’ graziosa. Il giudice mi scarcerò a patto di succedere al
medico. Presto fui soppiantata da una rivale, cacciata senza ricompensa e costretta a continuare questo mestiere
abominevole che pare tanto piacevole a voi uomini, e che per noi è soltanto un abisso di miserie. Andai ad esercitare la
professione a Venezia. Ah! Signore, se poteste immaginare cosa vuol dire accarezzare indifferentemente un vecchio
mercante, un avvocato, un monaco, un gondoliere, un abate, essere esposta a tutti gli insulti, a tutte le ingiurie; essere
spesso ridotta a chiedere in prestito una gonna per andare a farsela togliere da un uomo disgustoso; essere derubata
dall’uno di quel che si è guadagnato con l’altro; essere ricattata dagli ufficiali di giustizia, e avere per prospettiva
un’orribile vecchiaia, un ospedale e un letamaio, concludereste che io sono una delle creature più infelici del mondo”.
Paquette apriva così il proprio cuore al buon Candido, in una stanza, in presenza di Martino, il quale diceva a Candido:
“Vedete che ho già vinto metà della scommessa”.
Fra Giroflé era rimasto nella sala da pranzo, e beveva un bicchiere aspettando di mangiare. “Ma, disse Candido a
Paquette, avevate un’aria tanto allegra, tanto contenta, quando vi ho incontrata, accarezzavate il teatino con una naturale
compiacenza; mi siete parsa tanto felice quanto voi pretendete di essere disgraziata. - Ah, Signore! rispose Paquette,
questa è un’altra miseria del mestiere. Sono stata derubata e battuta da un ufficiale, e oggi devo sembrare di buon umore
per piacere a un teatino.”