dai fiori e metterlo dentro i favi: e oltre al miele, fabbricavano pure la cera. Dopo spremuto il miele,
la massaia metteva i favi nella caldaia e rimestava, rimestava, fino a che non si erano sciolti. L'altra
volta, egli si era divertito a tuffar le mani prima nella cera ancor liquida e poi subito nell'acqua
fredda, e ne aveva cavato la forma delle mani, mani gialle gialle che parevano mani di morto.
Come le mani della sua povera mamma malata, che andava di male in peggio con le febbri e
la tosse! Ora egli sapeva tutto: la sua mamma aveva preso un altro marito laggiù, lontano, in quel
paese di cui egli non rammentava il nome, sotto le montagne piene di neve: marito cattivo, che
l'aveva bastonata, che le aveva fatto soffrire la fame peggio che non al tempo della mal'annata. La
massaia le diceva:
- Comare Nina, a primavera sarete guarita! La Madonna vi farà la grazia!
Perchè la mamma rispondeva sempre scrollando la testa? Quando egli la sentiva tossire, e
pareva dovesse spezzarsele una vena del petto, soffriva quanto lei; gli veniva meno il respiro.
Avrebbe voluto essere più grande, per smettere di fare il nuzzaru e allogarsi a garzone e
prendere il salario. Avrebbe affittato una casetta per la sua mamma in Mineo, e ogni quindici giorni,
alla vicenda, sarebbe andato a passare una giornata in libertà con lei, senza far niente; e a Pasqua, a
Natale sarebbe andato a far le feste con lei; e pel Carnovale pure, e per la festa di Santa Agrippina
pure. Avrebbe fatto i viaggi pel grano del padrone e pel mosto, con le mule parate di nappe, di nastri
a più colori e di sonagli alle cavezze, come ora il Soldato che voleva bene alle mule quasi fossero
sue, e non doveva toccargliele nessuno. Le strigliava lui, le conduceva al beveratorio lui, metteva
loro i basti lui e stringeva le cigne appuntando un ginocchio su i fianchi delle bestie che con lui
stavano tranquille e non tiravano calci, mentre con gli altri facevano le cattive, specie la Learda che
aveva anche il vizio di mordere: al Soldato intanto leccava le mani quasi intendesse di baciargliele.
E sognò viaggi con le mule tutta la nottata. Le cattive bestie andavano proprio pei viottoli
più scoscesi, sul ciglio delle rocce, col pericolo di trascinarlo nel precipizio insieme con loro; e la
sua mamma urlava, piangente, dalla parte opposta: - Mommo! Mommo! - così forte che il grido
sognato lo svegliò.
Stava per spuntare il sole, e Paola gracchiava dal suo nido, scotendo le ali, vedendo la luce
che penetrava dalle fessure dell'uscio, e udendo lo schiamazzo delle galline e il glù-glù-glù dei
tacchini nell'atrio del pollaio, là fuori. Non gli era accaduto mai di non trovarsi in piedi all'alba
davanti il cancello. E rammentando il sogno, pensava:
- Per ora ho i tacchini!
Infatti gli ubbidivano assai meglio che non le mule al Soldato. Li disponeva in fila, li faceva
marciare al suono dello zùfolo; una fila di maschi avanti, poi le femmine in più file, e un'altra fila di
maschi dietro. Gli era venuto in testa di addestrare Scurpiddu a fare il capobanda, diceva, cioè a
marciare solo in capo a tutti, come guida, e c'era riuscito. Bastava che egli gridasse: Marcia! e
agitasse in alto la canna, perchè Scurpiddu prendesse il suo posto di Capobanda, come il
Capobanda di Palagonía davanti ai suoi suonatori, con quel pancione rotondo che pareva una gran
cassa. Per ciò ora non lo chiamava più Scurpiddu ma Capobanda. E se voleva far suonare come una
banda i tacchini, ci voleva poco. Imitava lui il loro grido glù-glù-glù, ed i maschi subito gli
rispondevano in coro, e le femmine li accompagnavano col loro dimesso pigolìo. Paola li seguiva
con brevi volatine da una albero all'altro, gracchiando.
- Ecco la banda di Scurpiddu! - esclamava il Soldato, sentendo da lontano quel coro di glù-
glù-glù, nel quale si distingueva appena la voce del nuzzaru, che sapeva imitare il grido dei tacchini
a meraviglia.
Ma cinque o sei ore dopo, l'allegria di Scurpiddu, appena arrivato davanti al cancello del
pollaio, glorioso e trionfante dietro la sua banda che gluglugliava, si mutò subito in pianto.
- Ne manca uno! - disse la massaia.
E ricontò i maschi per vedere se mancava un tacchino o una tacchina. Mancava una tacchina.
- Si sarà smarrita tra le ginestre, perchè piangi, sciocco?
Scurpiddu rifece a corsa la strada, singhiozzando, guardando di qua e di là, sotto gli ulivi,
scotendo le macchie con la canna per snidare la tacchina, caso mai si fosse accovacciata tra i
cespugli, vedendosi sola. Dov'era andata a nascondersi? Frugò a una a una le macchie di timo e di
nipitella attorno al casotto delle api; a una a una le piante di ginestra dove i tacchini erano stati a
pascolare. Niente! Non si erano sbandati neppure un momento quel giorno. Il posto era pieno di