E trovarono il tempo e lo strazio più acuto di stordirsi. - Se tornerà a Milano Primo Levi, nei giorni
più chiassosi di fiera, quando vi convenne Italia alla sua prima esposizione non se li dimenticherà;
ne riparlava testé Pei nuovi Cento Anni, eccitando Luca Beltrami a raccogliere le memorie, «a
colmare le lacune, a rischiararne le ombre, a mettere in luce tutta la cara figura di quella Milano, la
quale, per non essere ancora che una metropoli regionale, non era certo meno interessante della
odierna mondiale città; che, per tanti titoli, merita lammirazione e la riconoscenza di tutta
Italia»(71). Ma, «allora, il dir di Cremona era un delitto e di Grandi uninfamia. La critica era un
inno solo allarte del Bertini e dei suoi seguaci, e, noi, poveretti, che osavamo protestare passavamo
per pazzi, e, per poco, non per furfanti»(72). Allora, per esporre le proprie idee, senza sottoporle ad
una evidente amputazione, senza contravenire alla urbanità che imperava nelle gazzette-per-bene e
gesuitiche, dove si raccomandava il luogo comune, per non irritare la pubblica melensaggine, era
necessario fondare delle riviste eccezionali: «Le tre Arti». Erano uscite, con un primo numero di
saggio nellottobre 1873 ed ultimo della serie; vi erano accorsi Primo Levi, Carlo Dossi, che parlava
di Tranquillo Cremona e di Giuseppe Grandi alla esposizione di Belle Arti a Brera nellanno
1873(73); venivano riassunte da Luigi Perelli. Il quale, fuggendo lo strazio per la morte della
amatissima Elvira fidanzata, fidanzavasi, per sempre, alla amicizia, riversandosi, nella bontà verso
altrui; adorando lopera di Grandi e di Cremona, proteggeva Rovani pubblicandone La giovinezza di
Giulio Cesare e La mente di Alessandro Manzoni: creandosi il re del Carnevalone Ambrosiano,
promuoveva anfizionie di Maschere, verso Roma, ricongiunta, cuore dItalia, rimesso a pulsare
alacremente in petto alla Nazione; suscitava, in fine, con Vespa e Borgomainerio, il Rabadan, senza
di cui non poteva essere settimana grassa milanese e non disinteressata piacevolezza, se, una volta
lanno, non compariva a frecciare, colla satira saporita del buon tempo, il costume e colla bosinada
di circostanza a sora; a cui non rifiutavasi la penna caustica di Carlo Dossi, emulo del Balestrieri. -
Il Carnevalone Ambrosiano che si ammorba ed agonizza, oggi, nel fango marzolino di Porta
Genova sfolgorante, in quei dì, di scintillanti attualità argutissime! La satira apparecchiava, tra li
altri carri mascherati, in quelli anni eponimi alla carnascialeria, un traino fantastico di una gran
luna, dentro cui si entrava per la bocca spalancata e nel cui interno si vedevano dipinte le goccie di
liquidi diversi osservate al microscopio: in quella del vino, erano rappresentati ad infusorii Perelli e
Rovani, in quella dellacqua, le teste dei più insipidi tra i milanesi, in quella dellaceto i più rabbiosi
gazzettieri, Bizzoni, Treves, Cavallotti, - in quella dellorina, il marchese Villani. Luigi Perelli
regnava assoluto sulle maschere: Perelli «che si incarica di volermi bene», come lo complimentava
Rovani; il Perellino ed il Rovanino, perché gli stava tutto il giorno alle costole, imitandolo nelle
stranezze, e nellamore intenso per larte, nella sottigliezza squisita del buon gusto: - Perelli il
collaboratore nato e fabricato sopra misura, per intendersi e riplasmarsi cordialmente con lautore di
Ritratti umani.
«Non mai collaborazione letteraria fu più intima, più appassionata tra Perelli e me. Si era,
allora, allequatore della nostra amicizia e diciassettanni son scorsi», confessa laltro nellEtichetta al
Campionario (1885). «Possedea, Gigi, tutto ciò di cui io mancava; bello aspetto, buon senso, pronta
e smagliante parola, una audacia, che senza mai confondersi colla sfacciataggine, rovesciava
dassalto qualsiasi diffidenza, una onestà sovra tutto abbigliata di allegria, che quanti cuori toccava,
avvinceva. In me, invece, il pensiero, benché pigro e lambiccato, profondo, una ostinazione che mi
rendeva capace, non solo di ideare un lavoro, ma di cominciarlo e, quel che è più di finirlo: oltraciò,
molta malinconia, e, in utili dosi, cattiveria e mattia. Per servirmi di una metafora, che, a volta sua
può veramente dirsi di zecca, Perelli era, in quel tempo, la lega del mio fino». - Insieme passavano