- E perché... Vi pare che abbiamo fatto andare indietro tutti quanti? Nossignore! La famiglia di
Tornabene non l'abbiamo ricevuta? «Alto là!... Di dove venite?». «Da Regalmini». «Avete il
certificato?». «Eccolo qua». «Spiegatelo e mettetelo in mezzo alla via». Come il foglio di carta,
aperto era per terra, uno di noi s'avvicinava e ci guardava. «Vengono da Regalmini: c'è il bollo». A
Regalmini si godeva perfetta salute: li abbiamo lasciati entrare!
Gli astanti ridevano più di prima, all'aria di serietà astuta con cui don Giacomo diceva quelle
cose. Il barone guardava per aria, arruffandosi i baffi.
- Dunque, di giorno la guardia era niente. I guai erano di notte: prima di tutto per la stessa
oscurità, pel sonno mancato; poi perché, non potendosi dominare le posizioni, bisognava
scaglionarsi per tutta la cinta del paese, in mezzo alle vigne ed ai boschetti. Ecco signore che don
Antonino Laspina, il capitan d'arme, dispone il servizio delle sentinelle: alla torretta dei Ficarazzi, a
San Giovanni, al palmento di Giacomia, nella sciara dei Pollastrella, e così tutto in giro. L'ordine
era: al primo all'arme - fuoco! Tutte le sentinelle vicine, appena sentito lo sparo, dovevano
concentrarsi nel punto dove si era tirato. Ogni uomo era sempre posto allo stesso punto, per
abituarsi a conoscere la località. Un piano di guerra, in tutto e per tutto, ché don Antonino ci aveva
genio, e ai villani non raccontava altro che storie militari, e anche quella di Pietro Micca, il vero,
che avevano sentita a bocca aperta... Veniamo adesso al posto della Macalubba, quello dove
montava la guardia Rosicalerba, che era il più difficile da guardare. La Macalubba, sapete com'è: il
gruppo dei Casalini qui; dinanzi, il boschetto; poi le viottole scorciatoie che s'incrociano dietro il
poggio. Marasca e Falsaperla erano stati messi al crocevia; cento passi più là, Rosicalerba, fra il
boschetto e le case; poi Nino il cacciatore nelle vigne di massaro Nicola, poi don Giuseppe Frássari,
e poi altri... Eccoci arrivati, signore, alla notte di mezz'agosto, che c'era una luna piena da vederci
come a mezzogiorno. Don Antonino Laspina, a un'ora di notte, prima di andarsene al corpo di
guardia centrale del Municipio, aveva passata la ronda, per vedere se tutto stava bene; e, come ogni
sera, ripeteva a Rosicalerba e a tutti gli altri la consegna: «Il primo cristiano che s'affaccia dietro un
muro o dietro un albero sparate subito all'aria per fare accorrere gli altri. Se invece sentite sparare,
non fate fuoco, mi raccomando; ma correte sul luogo, per dare mano forte. Se veniste col fucile
scarico, non potreste essere di nessun aiuto... Avete capito?». Rosicalerba chinò il capo, senza dir
niente, come al solito. E così, passata la ronda, ognuno restò al suo posto. Io mi trovavo di guardia
alla torretta dei Ficarazzi ed avevo accesa la pipa. Con quel chiaro di luna, si vedeva distintamente
tutto in giro per la campagna e si sarebbero potuti contare i sassi della via; ma il cuore si stringeva,
pensando a quello spavento della peste. Non era ancora tardi, ma non si sentiva il più piccolo
rumore, il più piccolo segno di vita. A Barreale, dove morivano a cinquanta per giorno, non si
vedeva un solo lume; mentre, in altri tempi, a due ore di notte, c'era come una luminaria. Per le
strade, qui, non un sonaglio di mulo, non stridore di ruote, non un canto di carrettiere. Al paese, tutti
tappati in casa. Silenzio e solitudine. Vi dico che, con quel chiaro di luna, era una cosa che stringeva
il cuore... Io avevo finito di fumare la mia pipa e l'avevo riposta in tasca. In coscienza, avevo un po'
di sonno; pensai: «A quest'ora chi vuole andare attorno?». Così, appoggiato il fucile al muro della
torretta, mi misi a sedere sopra un grosso sasso... e credo che mi appisolai... Tutt'ad un tratto, due
colpi, uno dopo l'altro: pon... pon... Salto in piedi, col fucile in mano. Venivano dalla Macalubba.
Dico: «Ci siamo!...». Possono passare cinque secondi, quando si ode, dalla stessa parte, un terzo
colpo: pan!... Sangue di bacco, la cosa è grossa!... Mi metto a correre verso la Macalubba. Alla
guardia di San Giovanni non c'era nessuno; la sentinella era accorsa come me. Corro più presto; da
lontano, nella vigna di massaro Nicola, dov'era il posto di Nino, vedo un gruppo di gente. «Che è?...
che è?...» grido da lontano. Rispondono, agitando le braccia: «Niente!... Niente!...». Cos'era? Nino il
cacciatore aveva visto saltare un coniglio tra le vigne e gli aveva tirate due piombate, freddandolo...
- Ah! ah! ah!... - una risata scoppiava nell'uditorio.
- Un coniglio che pareva un maiale: non ne ho visto mai uno così grosso! Nino lo teneva per le
zampe di dietro dandolo a pesare: «Erano tre sere che me la faceva in barba, saltandomi fuori tiro.
Sangue d'un ulivo, ci avevo rabbia. Stasera m'apposto dietro il muro, col fucile. Tutt'in una volta:
fru-fru... pon-pon!...». E pesava la bestiola, che sarà pesata quasi dieci chili. Intanto, altra gente
accorreva, da tutti gli altri posti, e don Antonino Laspina anche lui. «Chi va là?... Amici!... Cos'è
stato?... Niente, il coniglio...». E ognuno voleva sentire quanto pesava, tanto era grosso, la bestia!
«Ma tu,» dice don Antonino Laspina a Nino il cacciatore, «quanti colpi hai sparati?». Risponde