L'impresa è una e perfetta, cioè con principio, mezzo e fine; e se non è una d'un solo, Aristotile non
prescrisse mai ai compositori cosi fatte strettezze. E oggidí è chiaro che le azioni di molti dilettano piú
che quelle d'un solo, e che è piú curiosa da vedere una battaglia campale di qual si voglia duello.
Perciò che il diletto della poesia epica non nasce dal vedere operare un uomo solo, ma dal sentir
rappresentare verisimilmente azioni maravigliose; le quali quanto sono piú, tanto piú dilettano. Ma
facendosi operare un sol uomo, non si può rappresentare in una impresa sola gran numero d'azioni;
adunque sarà sempre piú sicuro l'introdurre piú d'uno. E per questo veggiamo che l'Ariosto, tutto che
non abbia unità di favola e introduca gran moltiplicità di persone, diletta molto piú dell'Odissea
d'Omero per la quantità e varietà delle azioni maravigliose ben collegate insieme.
Ma comunque si sia, quando l'autore compose questo Poema (che fu una state nella sua gioventú) non
fu per acquistar fama in poesia, ma per passatempo e per curiosità di vedere come riuscivano questi
due stili mischiati insieme, grave e burlesco; imaginando che se ambidue di lettavano separati
avrebbono eziandio dilettato congiunti e misti, se la mistura fosse stata temperata con artificio tale che
dalla loro scambievole varietà tanto i dotti quanto gli idioti avessero potuto cavarne gusto. Perciò che
i dotti leggono ordinariamente le poesie per ricreazione e si dilettano piú delle baie, quando sono ben
dette, che delle cose serie; e gl'idioti, oltre a gusto che cavano dalle cose burlesche, sono eziandio
rapiti dalla maraviglia, che le azioni eroiche sogliono partorire.
Or questa nuova strada, come si vede, è piaciuta comunemente. All'autore basta averla inventata e
messa in prova con questo saggio. Intanto, com'è facile aggiugnere alle cose trovate, potrà forse
qualch'altro avanzarsi meglio per essa.
Egli nel rappresentare le persone passate s'è servito di molte presenti, come i pittori che cavano dai
naturali moderni le faccie antiche; perciò che è verisimile che quello che a' dí nostri veggiamo, altre
volte sia stato. Però dove egli ha toccato alcun vizio, è da considerare che non sono vizi particolari,
ma comuni del secolo. E che per esempio il Conte di Culagna e Titta non sono persone determinate,
ma le idee d'un codardo vanaglorioso e d'un zerbin romanesco. E tanto basti etc.
[dall'edizione del 1624 a firma Il Bisquadro, di A. Tassoni]
PAULINO CASTELVECCHIO
Al LETTORI.
Questo poema della Secchia rapita non ha bisogno d'esser lodato per accreditarsi, perciò che quale
egli sia il giudicio commune il dimostra; benché non vi sieno mancati de' cervelli stravolti, che
l'hanno giudicato col giudicio dell'asino il quale sentenziò che cantava meglio il cucco del rusignolo.
Ma non è maraviglia, poiché anche alla nostra età abbiamo veduti ingegni che hanno anteposto il
Morgante del Pulci alla Gierusalemme del Tasso; e l'antica vide l'imperatore Adriano che anteponeva
Ennio a Virgilio e Celio a Salustio; ma bench'egli fosse imperatore, il suo giudicio depravato il fe'
riputare un maligno. Io non so se i morti godano dell'applauso, che danno i vivi all'opere loro; ma
stimo ben gran ventura che i vivi veggano date all'opere loro quelle lodi che cosi di rado e con tanta
difficultà a quelle de' morti vengono concedute. L'invidia e la malignità sono due vizii immascherati,
che senza esser conosciuti danno ferite mortali, benché non sempre i colpi loro abbiano effetto, perciò
che trovano anch'essi dell'armature incantate.
Ma passiamo alle dichiarazioni del Salviani. Gli argomenti de' Canti sono del signore Abbate
Albertino Barisoni, come si può veder dalle prime copie stampate in Parigi.
[dall'edizione del 1630 di A. Tassoni]
CANTO PRIMO
ARGOMENTO
Del bel Panaro il pian sotto due scorte
a predar vanno i Bolognesi armati,
ma da Gherardo altri condotti a morte,