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La lettera scarlatta
Nathaniel Hawthorne
TITOLO: La lettera scarlatta
AUTORE: Nathaniel Hawthorne
TRADUTTORE: Marcella Bonsanti
CURATORE:
NOTE: Si ringrazia la famiglia Bonsanti per averci
concesso i diritti per la pubblicazione
elettronica della traduzione.
DIRITTI D'AUTORE: no
LICENZA: questo testo è distribuito con la licenza
specificata al seguente indirizzo Internet:
http://www.liberliber.it/biblioteca/licenze/
TRATTO DA: "La lettera scarlatta" di
Nathaniel Hawthorne, Sansoni editore,
Firenze 1965, collana "I capolavori
Sansoni. Traduzione di Marcella
Bonsanti
CODICE ISBN: informazione non disponibile
1a EDIZIONE ELETTRONICA DEL: 24 settembre 1999
INDICE DI AFFIDABILITA': 1
0: affidabilità bassa
1: affidabilità media
2: affidabilità buona
3: affidabilità ottima
ALLA EDIZIONE ELETTRONICA HANNO CONTRIBUITO:
Marina De Stasio, [email protected]
Clelia Mussari, [email protected]
Claudio Paganelli, [email protected]
REVISIONE:
Marina De Stasio, [email protected]
Clelia Mussari, [email protected]
Claudio Paganelli, [email protected]
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Nathaniel Hawthorne
La lettera scarlatta
PREAMBOLO ALLA SECONDA EDIZIONE
Con sua gran meraviglia e (se può dirlo senza aggravare l'offesa) con suo considerevole spasso,
l'autore ha scoperto come il bozzetto della vita d'ufficio, che serve da introduzione a La lettera
scarlatta, abbia suscitato un eccitamento senza precedenti nella rispettabile comunità a cui
appartiene. Esso non avrebbe potuto essere più veemente, invero, s'egli avesse bruciato la Dogana e
spento l'ultime braci fumanti nel sangue d'un certo venerabile personaggio nei confronti del quale si
suppone che nutra un astio particolare. Dacché il pubblico biasimo gli peserebbe assai se fosse
conscio di meritarlo, l'autore chiede gli sia lecito dire, che ha riletto accuratamente le pagine
d'introduzione allo scopo d'alterarvi o cancellarne quanto d'improprio avrebbe potuto trovarcisi e di
riparar del suo meglio alle nefandezze delle quali fu giudicato colpevole. Ma a suo giudizio, gli
unici tratti notevoli del bozzetto sono la franca e genuina bonomia e la generale precisione con cui
ha manifestato le proprie sincere impressioni sui personaggi ivi descritti. Quanto a sentimenti
d'inimicizia o di malevolenza, sia di carattere personale sia politico, sconfessa risolutamente
moventi di questa fatta. Il capitolo potrebbe forse venir omesso del tutto senza perdita pel pubblico
o detrimento del libro; ma dal momento che decise di scriverlo, l'autore non concepisce come
avrebbe potuto farlo in uno spirito migliore o più affabile né, sin dove lo consentivano le sue doti,
con maggior vivacità e fedeltà.
Giocoforza gli é dunque di ristampare il suo bozzetto introduttivo senza cambiarci una parola.
Salem, 30 marzo 1850
LA DOGANA
Introduzione a "La lettera scarlatta"
È un po' strano che, sebbene restio a parlar troppo di me e dei casi miei nel canto del fuoco ed agli
amici personali, un impulso autobiografico m'abbia spinto ben due volte in vita mia a rivolgermi al
pubblico. La prima si dette tre o quattr'anni orsono, allorquando favorii ai miei lettori,
imperdonabilmente e senza nessuna ragione al mondo che il lettore indulgente o l'importuno
scrittore potessero immaginare, una descrizione del mio tenor di vita nella quiete profonda d'un
Vecchio Presbiterio. Ed ora, poiché l'altra volta mi toccò l'immeritata ventura di trovare un paio
d'ascoltatori, ecco che riagguanto il lettore per la giacca e discorro della mia triennale esperienza in
una Dogana. L'esempio del famoso "P.P., Chierico di questa Parrocchia" non fu mai seguito più
fedelmente. La verità par essere, comunque, che quando l'autore sparpaglia al vento i suoi fogli, non
si rivolge ai tanti che getteranno il volume da parte, ovvero non lo raccatteranno mai, bensì ai pochi
che potranno capirlo meglio dei suoi stessi compagni di scuola o di vita. Alcuni scrittori, anzi, si
spingono assai più oltre, e s'abbandonano a certe confidenze di carattere così intimo, che sarebbe
lecito indirizzarle soltanto ed esclusivamente all'unico cuore e intelletto capaci di perfetta simpatia;
quasi che il libro stampato e gettato in libertà nel vasto mondo, fosse destinato a scoprire il
segmento mancante nella natura dello scrittore e a completare il circolo della sua esistenza
ponendolo in comunione con esso. Non sembra decoroso peraltro dir tutto, anche quando si parli in
astratto. Ma poiché i pensieri si gelano e la favella s'intorpidisce, qualora il parlatore non si trovi
effettivamente in rapporto con l'uditorio, potrà esser compatibile immaginare che un amico, un
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amico buono e sollecito, seppure non il più stretto, stia ascoltando il nostro discorso; ed allora, un
innato riserbo fondendosi ad opera di questa benefica consapevolezza, ci sarà dato chiacchierare dei
casi della nostra cerchia ed anche di noi stessi, mantenendo ugualmente il nostro più intimo Io
dietro il suo velo. Fino a tal punto, ed entro questi limiti, stimiamo che uno scrittore possa essere
autobiografico senza violare né i diritti del lettore né i suoi.
Si vedrà parimenti, come questo bozzetto della Dogana possegga una certa proprietà d'un genere
ognora riconosciuto nella letteratura, in quanto spiega in qual modo una gran parte delle pagine
seguenti fosse capitata in mio possesso, ed offre la prova dell'autenticità d'una narrazione in esse
contenuta. Questo infatti, il desiderio cioè di presentarmi nella mia veste reale di compilatore, o
poco più, del più prolisso tra i racconti che compongono il libro; questo e nessun altro è il mio vero
motivo di mettermi personalmente in contatto col pubblico. Nell'adempiere il proposito più
importante, è parso lecito fornire, mediante alcuni tocchi ulteriori, la debole rappresentazione d'un
genere d'esistenza mai descritto per l'innanzi, come pure di certi personaggi che vi si muovono, e
nel cui novero accadde allo scrittore di figurare.
Nella mia città natale di Salem, alla cui estremità or è mezzo secolo, ai tempi del vecchio King
Derby, c'era un molo pieno d'animazione, ma che oggi è ingombro di cadenti magazzini di legno e
presenta pochi o punti segni di vita commerciale, tranne forse un tre alberi o un brigantino
ormeggiati a metà della sua melanconica lunghezza, che sbarcano pellami; ovvero, più a riva, una
goletta della Nuova Scozia che butta fuori il suo carico di legna; all'estremità, dico, di questo molo
in rovina che la marea spesso inonda e lungo il quale, alla base e sul retro della fila delle
costruzioni, l'orme di molti languidi anni si scorgono su un margine d'erba stentata: ivi sorge uno
spazioso edificio di mattoni, le cui finestre anteriori guardano su tal prospetto non troppo
riconfortante, e oltre di esso, sul porto. Dalla sommità del suo tetto ogni mattina, durante tre ore e
mezzo precise, fluttua o langue alla brezza o alla bonaccia la bandiera della repubblica; ma non con
le tredici strisce diritte, bensì orizzontali, a indicare che ivi ha la sua sede un posto civile e non
militare del governo dello Zio Sam. La facciata si fregia d'un portico composto d'una mezza
dozzina di colonne di legno che reggono un terrazzo, sotto al quale una rampa d'ampi scalini di
granito scende in istrada. Sull'entrata si libra un enorme esemplare dell'aquila americana con l'ali
spiegate, uno scudo sul petto e, se ben ricordo, un fascio di saette e di frecce acuminate in ambo gli
artigli. Col notorio caratteraccio che lo distingue, il disgraziato pennuto mostra mediante la ferocia
del becco e dell'occhio e la truculenza di tutto l'atteggiamento, di minacciar qualche guaio
all'inoffensiva comunità; e specialmente di sconsigliare i cittadini solleciti della propria salvezza
dall'accostarsi al fabbricato che ripara all'ombra delle sue ali. Ciononostante, per bisbetica ch'essa
appaia, molta gente sta cercando in quest'istante preciso di rifugiarsi sotto l'ala dell'aquila federale;
figurandosi, penso, che il suo seno sia soffice e confortevole come un origliere imbottito di piuma.
Ma costei non è troppo tenera neppure nel miglior stato d'animo, e tosto o tardi, più tosto che tardi,
sarà incline a sbarazzarsi della nidiata con un graffio dell'artiglio, un colpo del becco o un'acerba
ferita delle frecce aguzze.
Nelle crepe del selciato torno torno all'edificio ora descritto, che tanto vale designar subito come la
Dogana del porto, l'erba è sufficiente a mostrare come in questi ultimi tempi l'affluenza del traffico
l'abbia completamente trascurato. Durante certi mesi dell'anno, peraltro, capita sovente un mattino
in cui gli affari procedono con ritmo più animato. Tali occasioni possono rammentare ai cittadini
attempati il periodo precedente all'ultima guerra con la Gran Bretagna, quando Salem era un porto
bastante a se stesso: non già disprezzato com'è oggi dai suoi stessi mercanti e armatori, i quali ne
lasciano andare in malora gli approdi, mentre i loro traffici vanno a gonfiare vanamente e
impercettibilmente il flusso poderoso del commercio a New York od a Boston. In siffatte mattine,
quando tre o quattro bastimenti arrivano al contempo, per lo più dall'Africa o dal Sud-America, o
sono in procinto di salpare a quella volta, s'ode un viavai di passi più vivaci sugli scalini di granito.
Ivi puoi salutare ancor prima della sua moglie medesima, il capitano adusto dal mare, sbarcato testé,
che reca sottobraccio una scatola di latta arrugginita contenente le carte di bordo. Qui giunge pure
l'armatore, allegro o triste, affabile o arcigno, a seconda che il suo progetto del viaggio or ora
compiuto si sia concretato in mercanzie facilmente cangiabili in oro, o l'abbia sepolto sotto un
ammasso d'impicci, dai quali nessuno si darà pena di sbarazzarlo. Qui abbiamo del pari in embrione
il futuro mercante logorato dagli affanni, con la fronte grinzosa e la barba brizzolata, vale a dire il
giovane e brillante scrivano, che gusta il sapore del traffico come il lupatto quello del sangue, e già
arrischia il suo sulle navi del principale, quando farebbe meglio a mandare barchette da ragazzi in
una gora. Un'altra figura della scena è il marinaio pronto a salpare, in cerca d'un salvacondotto; o
l'altro sbarcato di recente, debole e pallido, che vuole un certificato per l'ospedale. Né dobbiamo
dimenticare i capitani delle piccole e tartassate golette che recano legna dalle province inglesi; rozzi
lupi di mare, senza quell'aria sveglia degli Yankees, ma che pure costituiscono un elemento
tutt'altro che trascurabile nel nostro commercio in declino.
Ammucchia, come talvolta accadeva, tutti cotesti individui, e mettine degli altri differenti nel
mazzo per dar varietà all'insieme: farai provvisoriamente della Dogana una scena movimentata. Più
spesso tuttavia, salita la scala, avresti potuto notare, nell'ingresso d'estate o nelle lor stanze
d'inverno o col maltempo, una fila di venerande figure sedute su antiche sedie, che mantenevano
inclinate contro la parete puntellandole sulle gambe di dietro. Il più delle volte dormivano; ma ogni
tanto le sentivi discorrere assieme, con certi suoni nei quali la favella si alternava al ronfare, e con
la fiacca che distingue gli abitanti dell'ospizio e tutti gli altri esseri umani, il cui sostentamento
dipende dalla carità o dal lavoro monopolizzato o da qualunque cosa tranne che dal libero esercizio
della loro attività. Quei vecchi messeri, seduti come Matteo a riscuoter gabelle, ma che avevano
poche probabilità di venir prescelti a somiglianza di lui per mansioni apostoliche, erano i doganieri.
Inoltre sulla sinistra, appena entrato dalla porta principale, trovi una certa stanza od ufficio di circa
quindici piedi quadrati e considerevole altezza, con tre finestre ad arco, due delle quali guardano sul
molo cadente testé descritto e la terza su un sentiero angusto e una parte della via Derby. Da tutte e
tre puoi cogliere una visione delle botteghe dei droghieri, dei bozzellai, dei venditori di divise da
marinaio e d'attrezzi per bastimenti; sul cui uscio si osserva di solito un crocchio di vecchi lupi di
mare ridanciani e pettegoli, e di quei tali lestofanti che infestano i paraggi malfamati dei porti.
Cotesta stanza è piena di ragnatele e sudicia di vecchio intonaco; il pavimento cosparso di sabbia
grigia, secondo un'usanza ormai dimenticata altrove; ed è facile concludere dall'uniforme sciattezza
del luogo, com'esso sia un santuario ove ha di rado l'accesso la donna coi suoi magici arnesi, la
scopa e lo strofinaccio. Quanto a suppellettili, c'è una stufa con un voluminoso fumaiuolo; un
vecchio scrittoio di pino e accanto uno sgabello a tre gambe; due o tre sedie dal fondo di legno,
decrepite e malandate quanto mai; e per non dimenticare la biblioteca, parecchi tomi degli Atti del
Congresso e una grossa Raccolta delle Leggi sulle Imposte. Un tubo sottile sale su pel soffitto e
forma un tramite di comunicazione verbale con altre parti dell'edificio. E in quella stanza, fino a un
sei mesi fa, misurandola da un canto all'altro o seduto indolente sullo sgabello dalle gambe lunghe,
col gomito appoggiato allo scrittoio e gli occhi vaganti per le colonne del giornale del mattino,
avresti potuto riconoscere, riverito lettore, quello stesso individuo che ti porse il benvenuto nel suo
allegro studiolo, ove il sole luccicava così ameno tra i rami del salice sul lato di ponente del
Vecchio Presbiterio. Ma se adesso tu andassi a cercarvelo, invano chiederesti del Soprintendente
Locofoco. La scopa della riforma l'ha spazzato dall'ufficio; e un successore più degno ricopre
quell'alto posto e intasca i suoi emolumenti.
Questa vecchia Salem, la mia città, sebbene io n'abbia vissuto lontano molto tempo sia nell'infanzia
che negli anni maturi, esercita, o esercitava sui miei affetti una presa, la cui forza non ho mai
realizzato durante i periodi in cui ne feci la mia residenza effettiva. Invero, per quanto riguarda il
suo aspetto materiale, la sua superficie piatta, uniforme, coperta per lo più da costruzioni di legno,
poche o punte delle quali accampano pretese di bellezza architettonica; la sua irregolarità che non è
pittoresca né bizzarra, ma soltanto scialba; la sua strada principale lunga e pigra, che si snoda
stancamente su tutta l'estensione della penisola, compresa fra le due località dette il Colle della
Forca e la Nuova Guinea ad un capo, e l'Ospizio dall'altro; tali essendo i tratti della mia cittadina
natìa, nutrire per essa un attaccamento sentimentale equivarrebbe a provarlo per una scacchiera
scompigliata. E tuttavia, benché io sia stato costantemente felice altrove, scopro in me per la
vecchia Salem un sentimento, che in mancanza d'un vocabolo più appropriato debbo contentarmi di
definire affetto. Esso è dovuto probabilmente alle radici profonde ed annose che la mia famiglia
affondò in questo suolo. Or fanno quasi due secoli e un quarto dacché il Britanno originale, primo
emigrante del mio nome, comparve nella colonia selvaggia e cinta da foreste, che in seguito divenne
una città. E qui vennero alla luce e morirono i suoi discendenti e confusero la loro materia terrena
col suolo, cosicché una sua porzione non piccola dev'essere necessariamente affine alla forma
mortale con cui per un breve lasso di tempo io m'aggiro per queste strade. In parte, quindi,
l'attaccamento di cui parlo è una mera simpatia fisica della polvere per l'altra polvere. A pochi dei
miei concittadini è dato di conoscerlo; e d'altronde, dacché il trapianto frequente è forse più
giovevole alla razza, debbon augurarsi di non conoscerlo mai.
Ma il sentimento ha del pari la sua qualità morale. La figura di quel primo antenato, investita dalla
tradizione familiare d'una opaca e tenebrosa grandezza, fu presente alla mia fantasia di fanciullo fin
dove posso risalire con la memoria. Essa m'assilla tuttora, e suscita una sorta di dimestichezza col
passato, che non riesco a rivendicare nei confronti della città nella sua fase attuale. Mi par di
possedere un più forte diritto di risiedervi a cagione di quel grave progenitore barbuto, in cappa
nera e cappello a pan di zucchero, che ci venne così di buon'ora con la Bibbia e la spada, e calcò la
strada recente con portamento così maestoso e ci fece una figura di tanto risalto come uomo di pace
e di guerra; un diritto più forte di quanto io non n'abbia per me solo, col mio nome pronunciato di
rado e la mia faccia pressoché sconosciuta. Colui fu soldato, legislatore, giudice; reggitore della
Chiesa; provvisto di tutti i tratti puritani, sia buoni che malvagi. Fu anche un fiero persecutore,
come testimoniano i Quaccheri che l'hanno rammentato nelle loro cronache, e riportano un
incidente della sua dura severità verso una donna di quella setta, destinato, temo, a durare più di
tutte l'altre testimonianze delle sue gesta migliori, per numerose che fossero. Suo figlio, poi, ne
ereditò lo spirito di persecuzione, e tanto si distinse nel martirio delle streghe, che a ragione si vuole
il lor sangue gli avesse lasciato una macchia sulla persona. Una macchia così indelebile, anzi, che le
sue vecchie ossa risecchite nel cimitero di Charter-Street debbon serbarla tuttora se non hanno
finito di sgretolarsi del tutto! Ignoro se cotesti miei avi si fossero mai risolti a pentirsi e a chieder
perdono al cielo delle proprie crudeltà; ovvero se stiano adesso gemendo per le lor gravi
conseguenze in un altro stato dell'essere. Io comunque che scrivo, in qualità di loro discendente,
raccolgo sul mio capo l'obbrobrio e prego ch'ogni eventuale maledizione si fossero attirati (come ho
sentito dire e com'è lecito dedurre dalle tristi e stentate condizioni della famiglia durante tanti mai
anni) possa venir d'ora in poi stornata per sempre.
Indubbiamente, però, entrambi gli austeri e torvi Puritani avrebbero giudicato una punizione
sufficiente dei loro peccati il fatto che dopo un lasso sì lungo il vecchio tronco dell'albero
genealogico, coperto di tanto venerabile muschio, avesse prodotto quale fronda di cima un
infingardo della mia specie. Nessuna mira da me accarezzata, l'avrebbero riconosciuta lodevole;
nessun successo, qualora la mia vita ne fosse mai stata rallegrata oltre l'ambito familiare,
l'avrebbero ritenuto altrimenti che meschino, o addirittura infamante. "Chi è costui? - si mormorano
l'una all'altra l'ombre grige degli avi. - Uno scrittore di storie! che razza di mestiere sarà questo?...
che modo di glorificare Iddio o di rendersi utile al prossimo nella sua vita terrena e nella sua
generazione? Via, tanto sarebbe valso che quel degenerato avesse fatto il violinista ambulante!".
Ecco quali sono i complimenti che ci scambiamo i miei progenitori ed io attraverso l'abisso del
tempo! E tuttavia, hanno un bel vilipendermi costoro: forti tratti della loro natura si sono mescolati
con i miei.
Radicata profondamente nella primiera infanzia e fanciullezza della città da quei due uomini seri e
risoluti, la stirpe ci ha vissuto fin da allora; e sempre rispettata; e mai, a quant'io mi sappia,
degradata da un unico membro indegno; d'altro canto però, di rado se non mai, dopo le due prime
generazioni, distinguendosi per un'impresa memorabile, o per lo meno accampando un diritto alla
pubblica attenzione. Un po' per volta i suoi discendenti si son quasi dileguati alla vista: come certe
vecchie case qua e là vengon coperte man mano fino a mezza altezza da nuovi strati di terra. Per
oltre cent'anni, di padre in figlio presero la via del mare; e mentre un canuto capitano si ritirava dal
cassero alla dimora avita, un ragazzo quattordicenne prendeva il suo posto ereditario davanti
all'albero di trinchetto, affrontando gli spruzzi salsi e le burrasche che avevano infuriato contro il
genitore e l'avo. Anche il ragazzo, a tempo debito, passava dal castello di prora alla cabina,
trascorreva una tempestosa virilità e tornava dai vagabondaggi intorno al mondo a invecchiare e
morire, e a mescolar le sue ceneri alle zolle natie. Questo diuturno legame d'una famiglia con un
unico luogo di nascita e sepoltura, crea una sorta di parentela tra l'essere umano ed il sito, affatto
indipendente da ogni fascino del paesaggio o delle condizioni morali che circondano il primo. Non
è amore ma istinto. Il nuovo abitante, sia lui l'immigrato o suo padre o suo nonno, possiede scarsi
diritti al nome di salemita; non ha alcuna nozione della tenacità d'ostrica con cui un vecchio
colonizzatore, davanti al quale scorre lentamente il terzo secolo della sua ascendenza, resta
attaccato al suolo ov'essa fu interrata via via. Non conta che il luogo gli appaia desolato; che sia
stanco delle vecchie case di legno, della polvere e del fango, della perpetua monotonia del
paesaggio e dei sentimenti, del rigido vento di levante e della più rigida tra le atmosfere sociali; tutti
questi difetti, e quant'altri potrà scorgervi o figurarsi, non hanno efficacia di sorta. L'incanto
permane, né sarà meno potente che se il paese natio fosse un paradiso sulla terra. Questo è stato il
mio caso. Fu come se il destino m'avesse ingiunto di far di Salem la mia dimora: dimodoché la
forma dei lineamenti e lo stampo del carattere ch'ivi erano rimasti ininterrottamente familiari
(sempre, quando un membro della famiglia era messo a giacere nella tomba, un altro ne riprendeva,
per così dire, la marcia di scolta lungo la via principale) potessero ancora esser visti e riconosciuti
nella vecchia città durante la mia breve giornata. Ciononostante, questa sensazione medesima è la
riprova che il vincolo, fattosi ormai malsano, dovrebbe almeno venir reciso. La natura umana cessa
di prosperare, né più e né meno d'una patata, quando la si trapianti nello stesso esausto terreno per
una serie troppo lunga di generazioni. I miei figli ebbero diversi natali e fin quando le loro sorti
saranno in mio potere, metteranno radice in nuove zolle.
Alla mia uscita dal Vecchio Presbiterio, fu soprattutto questo attaccamento strano, indolente, senza
gioia per la città natia, ad indurmi a coprire una carica nell'edificio di mattone dello Zio Sam,
quando nulla m'impediva, e forse sarebbe stato meglio per me, d'andarmene altrove. Il fato mi
sovrastava. Non era la prima volta e neppure la seconda che ne partivo, sembrava definitivamente, e
invece c'ero tornato come il soldo fasullo, o come se Salem fosse ai miei occhi il centro inevitabile
dell'universo. Cosicché una bella mattina salii la scala di granito con la nomina del Presidente in
saccoccia, e fui presentato al collegio dei rispettabili signori che dovevano assistermi nelle mie
gravi mansioni di Soprintendente alla Dogana.
Dubito assai, o meglio non dubito punto, che un funzionario pubblico degli Stati Uniti, sia nel ramo
civile che in quello militare, abbia mai avuto ai suoi ordini un corpo di veterani d'età altrettanto
patriarcale. Appena li ebbi guardati, seppi subito dove fosse la dimora dell'Abitante più Vecchio.
Da oltre vent'anni, la posizione indipendente del collettore aveva mantenuto la Dogana di Salem
lontano dal turbine delle vicissitudini politiche che di solito rende così fragile l'esercizio d'un
impiego. Un soldato, il soldato più illustre della Nuova Inghilterra, stava ben saldo sul piedestallo
delle sue gesta valorose; e lui pel primo al sicuro nella saggia liberalità delle successive
amministrazioni, durante le quali aveva ricoperto il suo posto, era stato la salvezza dei subordinati
in più d'un momento di pericolo e di subbuglio. Il Generale Miller era radicalmente un
conservatore; un uomo sulla cui tempra bonaria l'abitudine esercitava non poca influenza;
s'attaccava fortemente alle facce familiari ed era difficile indurlo a cambiarle, anche quando ciò
avrebbe significato un sicuro miglioramento. E quindi, allorché assunsi le mie mansioni, trovai
pochi uomini, ma in tarda età. Si trattava per lo più d'antichi capitani della marina mercantile i
quali, dopo esser stati sballottati su tutti i mari e aver tenuto testa gagliardamente alle raffiche
tempestose della vita, eran giunti alla deriva in quell'asilo tranquillo: ed ivi, pressoché indisturbati,
quando non fosse dai terrori periodici d'una elezione presidenziale, godevano dal primo all'ultimo
d'una proroga ai loro giorni. Quantunque non meno soggetti dei loro simili alla vecchiaia e agli
acciacchi, possedevano palesemente un talismano che teneva a bada la morte. Due o tre di costoro,
mi venne assicurato, afflitti dalla gotta e dai reumatismi o forse obbligati a letto, non si sognavan
mai di comparire alla Dogana durante gran parte dell'anno; bensì, dopo un torpido inverno,
strisciavan fuori al caldo sole di maggio o di giugno, attendevano pigramente a quello che
chiamavano il dovere, e a loro bell'agio se ne tornavano a letto. Debbo confessarmi reo d'aver
affrettato l'estremo respiro di più d'uno di cotesti venerandi servitori della repubblica. Si ebbero il
permesso dietro mio intervento di riposarsi dell'ardue fatiche e di lì a poco, quasi il loro unico
principio vitale fosse stato lo zelo al servizio della patria, del che sono fermamente convinto,
s'appartarono in un mondo migliore. È per me fonte di pia consolazione il pensiero che per mio
tramite fu loro assegnato un lasso di tempo sufficiente a pentirsi delle male pratiche e del
mercimonio in cui si suppone che ogni doganiere sia naturalmente tenuto a scivolare. Né l'entrata
principale né quella di servizio della Dogana dànno sulla strada che mena al Paradiso.
I miei impiegati erano whigs nella maggioranza. Fu bene per la loro venerabile confraternita che il
nuovo Soprintendente non fosse un politicante, e seppure fedele democratico per principio, non
avesse ricevuto né conservasse l'impiego in seguito a benemerenze di carattere politico. In caso
contrario, qualora cioè fosse stato assegnato a quell'alto posto il militante in un partito, per
assumersi il facile compito di spingersi avanti contrastando a un collettore whig impedito dagli
acciacchi d'esercitare personalmente le proprie funzioni, forse non un sol membro dell'antica
congregazione avrebbe respirato l'aria della vita d'ufficio dopo un mese da che l'angiolo
sterminatore aveva asceso la scala della Dogana. Secondo il codice ammesso in quistioni del
genere, un uomo politico non sarebbe venuto meno al suo dovere se avesse posto tutte quelle teste
canute sotto la mannaia della ghigliottina. Era facile capire che quei poveri vecchi paventavano da
parte mia uno sgarbo di tal fatta. M'addolorò e insieme mi divertì mirare i terrori che
s'accompagnarono alla mia comparsa; veder una gota rugosa, provata da mezzo secolo di procelle,
sbiancarsi mortalmente all'occhiata d'un individuo innocuo par mio; scoprire, quando l'uno o l'altro
mi si rivolgeva, il tremito d'una voce che in giorni remoti fu avvezza a sbraitare in un megafono con
un'asprezza sufficiente a imporre silenzio perfino a Borea. Ben sapevano, quei vecchi eccellenti,
che secondo ogni norma legittima, nel caso d'alcuni ribadita dalla totale inefficienza nel mestiere,
avrebbero dovuto cedere il posto a uomini più giovani, più ortodossi in politica e di gran lunga più
adatti di loro a servire il comune Zio Sam. Lo sapevo io pure, ma il cuor mio non seppe mai
risolversi ad agire di conseguenza. Con sommo e meritato discredito, quindi, e notevole detrimento
della mia coscienza di funzionario, costoro seguitarono finché fui in carica a trascinarsi pel molo e a
bighellonare su e giù per gli scalini della Dogana. Passavano inoltre un bel po' di tempo a dormire
nei soliti cantucci, con le sedie inclinate contro il muro; svegliandosi tuttavia un paio di volte nel
corso della mattinata onde affliggersi scambievolmente ripetendo per l'ennesima volta vecchie
storie marinaresche e facezie muffite, che avevan finito per diventare parole d'ordine e contrassegni
personali.
Tosto, immagino, fu fatta la scoperta che il nuovo Soprintendente non era poi troppo nocivo.
Cosicché a cuor leggero e con la felice certezza d'esser proficuamente impiegati in pro di se stessi
almeno, se non della patria diletta, i buoni vegliardi seguitarono ad adempiere le loro varie
mansioni. Con che sagacia guatavan di sotto agli occhiali nella stiva dei bastimenti! Quanto
scalpore levavano per quistioni da nulla e con qual mirabile ottusità se ne lasciavano talora sgusciar
tra le dita di ben altro peso! Ogniqualvolta si dava una tale sventura, quando cioè un prezioso carico
era stato sbarcato di contrabbando, magari a mezzodì e proprio sotto i loro candidi nasi, nulla
superava l'oculatezza e l'alacrità con cui costoro procedevano a serrare e riserrare e assicurare con
cordicelle e sigilli tutti gli accessi della nave colpevole. In luogo d'una reprimenda per la precedente
negligenza, il caso pareva richiedere un elogio della lodevole cautela dimostrata dopo che s'era
verificato il malestro; un grato riconoscimento del loro zelo e prontezza quando ormai non c'era
rimedio.
A meno che la gente non mi si dimostri più sgradevole dell'ordinario, ho la stolta abitudine di
prenderla a benvolere. La parte migliore del carattere del mio simile, caso mai una parte migliore ci
sia, è quella che di solito prevale nella mia stima e compone l'emblema con cui riconosco
l'individuo. Poiché la maggior parte di quei vecchi doganieri aveva dei lati buoni e il mio
atteggiamento verso di loro, per esser paterno e protettore, favoriva lo sboccio di sentimenti
amichevoli, tosto mi ritrovai a voler bene a tutti quanti. Era bello nelle mattine d'estate, quando l'afa
cocente, che quasi liquefaceva il resto del consorzio umano, largiva soltanto un grato tepore ai loro
organismi semiintirizziti; era bello ascoltarli ciarlare nell'ingresso sul retro, tutti in fila nella solita
posizione a ridosso della parete; mentre si fondevano i frizzi congelati di generazioni lontane e
uscivano da quelle labbra con le bolle del riso. Vista dal di fuori, la festevolezza dei vecchi ha
molto in comune con l'allegria dei fanciulli; l'intelletto, o quanto meno un senso profondo
d'umorismo, ci hanno poco a che fare, in ambo i casi è un bagliore che giuoca alla superficie e
impartisce un aspetto giulivo e solare al verde ramoscello e al bigio tronco in disfacimento. Nell'un
caso, tuttavia, è vero sole; nell'altro, somiglia più alla fosforescenza del legno marcescente.
Occorre però avvertire il lettore che sarebbe una grave ingiustizia descrivere tutti quegli eccellenti
amici come dei rimbambiti. In primo luogo, i miei collaboratori non erano sempre vecchi; c'erano
tra di loro degli uomini nel pieno vigore degli anni, di notevole abilità ed energia, e di gran lunga
superiori al lento e passivo tenor di vita decretato dalla loro cattiva stella. Eppoi, mi accorgevo
talvolta come le bianche ciocche della vecchiaia fossero solo il graticcio che copriva un ricetto
mentale in buone condizioni. Ma per quanto riguardi la maggioranza del mio corpo di veterani, non
farò loro torto definendoli complessivamente un'accolta di vecchi seccatori i quali dalle svariate
esperienze della vita non avevano ricavato nulla che meritasse d'esser posto in serbo. Sembrava che
avessero gettato via l'aureo grano della saggezza pratica nonostante le numerose occasioni di
mieterlo, e riposto le memorie nella loppa con la massima cura. Parlavano con molto più interesse e
fervore della colazione del mattino o del desinare di ieri, di oggi o di domani, che non del naufragio
di quaranta o cinquant'anni avanti e di tutte le meraviglie del mondo contemplate dai loro giovani
occhi.
Il padre della Dogana, il patriarca non solo di quel piccolo squadrone d'ufficiali, ma oso dire della
rispettabile corporazione dei doganieri di tutti gli Stati Uniti, era un certo Ispettore permanente. Si
poteva a ragione definirlo un figlio legittimo del sistema tributario, del quale era imbevuto fino agli
occhi, e sotto le cui insegne s'era distinto fin dalla culla: giacché il suo genitore, colonnello nella
guerra della Rivoluzione e prima collettore del porto, aveva creato un incarico appositamente pel
figlio, e la nomina risaliva ad un'epoca remota che pochi viventi son oggi in grado di ricordare.
Quando lo conobbi, l'ispettore contava press'a poco ottant'anni, ed era certo uno degli esemplari più
meravigliosi di piante perenni che sia dato scoprire nel corso intero di un'esistenza. Con le floride
gote, la figura massiccia vistosamente abbigliata d'una giubba turchina dai bottoni lucenti, il passo
svelto e vigoroso, il sembiante sano e abbronzato, costui sembrava davvero... non giovane, questo
no, ma una specie di nuovo congegno di Madre Natura in forma d'uomo, che gli anni e gli acciacchi
non dovevano permettersi di toccare. La voce e il riso echeggianti perpetuamente nella Dogana non
avevano il chioccio tremolio ch'è proprio dei vecchi; bensì gli uscivano tronfi dai polmoni come il
canto del gallo o uno squillo di tromba. Guardandolo come un semplice animale, e d'altronde c'era
poc'altro da guardare, costituiva una vista racconsolante per la robustezza e vitalità a tutta prova
della sua fibra e per la capacità di godere in quell'età decrepita, tutte o quasi tutte le gioie che aveva
potuto ambire o immaginare. La spensierata sicurezza della sua vita alla Dogana, con lo stipendio
fisso e solo qualche lieve e sporadico timore di licenziamento, avevano senza dubbio contribuito a
far sì che il tempo gli scorresse leggermente sulla persona. Le cause originali e più efficaci di ciò,
consistevano peraltro nella rara perfezione della sua natura animale, nella modesta porzione
dell'intelletto, con scarsissima aggiunta d'ingredienti morali e spirituali; questi ultimi, anzi, in
misura appena bastante ad impedire al vecchio gentiluomo di camminare carponi. Non possedeva
costui forza di pensiero, profondità di sentimento, ingombranti sottigliezze di sorta; nulla, infine,
tranne pochi istinti comuni i quali, con l'ausilio dell'umore giocondo che nasceva di necessità dal
benessere fisico, facevano onorevolmente e con soddisfazione generale le veci d'un cuore. Era stato
marito di tre mogli, tutte morte da un pezzo; padre di venti figli, la maggior parte dei quali, in varie
epoche dell'infanzia o dell'età matura, erano parimenti tornati alla polvere. Ecco qui, verrebbe fatto
di pensare, un motivo di dolore sufficiente a intridere di color nero l'indole più giuliva. Non già nel
caso del nostro vecchio ispettore! Un breve sospiro bastava a sgombrare l'intero fardello di coteste
reminiscenze funeree. L'attimo seguente, era pronto allo svago come un pargolo ancora in gonnelle;
molto più pronto del giovane scrivano del collettore, che a diciannov'anni era di gran lunga il più
anziano e posato dei due.
Solevo spiare e studiare quel personaggio patriarcale con più viva curiosità, parmi, d'ogni altro
campione umano che si offriva alla mia attenzione. Egli era davvero un fenomeno raro; così
perfetto da un punto di vista; così vuoto, illusorio, impalpabile, un nulla assoluto da tutti gli altri. La
mia conclusione si fu, ch'egli non possedeva anima, cuore, intelletto; nulla, ripeto, all'infuori di certi
istinti: e d'altronde, tanto accortamente eran stati combinati quei pochi materiali del suo carattere,
non ne resultava una penosa sensazione di deficienza, bensì, da parte mia, un appagamento
completo in quanto scopersi in lui. Sembrava difficile, e lo era davvero, concepire come avrebbe
fatto ad esistere nella vita futura, visto che in questa appariva così terreno e sensuale; certo però la
sua esistenza quaggiù, ammesso che dovesse cessare con l'estremo respiro, non gli era stata data
con malanimo; ché non aveva responsabilità morali più elevate di quelle della fauna terrestre, bensì
un campo di godimento più vasto del suo e tutta la beata immunità dalla malinconia e dal grigiore
della vecchiaia che la distingue.
Un punto di stragrande vantaggio ch'egli presentava sui confratelli quadrupedi, consisteva nella
facoltà di rammentare i buoni pranzi, la cui consumazione aveva contribuito non poco alla felicità
della sua esistenza. La ghiottoneria era un suo tratto piacevolissimo; e sentirlo discorrer d'arrosti
stuzzicava l'appetito non meno dell'ostriche o dei sottaceti. Poiché non possedeva degli attributi più
nobili, e non sacrificava né infirmava alcuna dote spirituale dedicando ogni energia e talento alla
gioia e al profitto del ventre, sempre mi piacque e mi soddisfece sentirlo dissertare sul pesce, sul
pollame, sulla carne e sui metodi più indicati d'allestirli per la mensa. Le reminiscenze di piatti
prelibati, per antica che fosse la data del banchetto, parevano offrire la fragranza del maiale o del
tacchino alle nari di tutti. Sul suo palato indugiavano certi sapori che risalivano a non meno di
sessanta o settant'anni avanti, ed erano tuttora manifestamente freschi come quello della costoletta
di castrato da lui divorata testé alla prima colazione. L'ho udito schioccare le labbra a dei pranzi,
ogni convitato dei quali, eccetto lui, era cibo dei vermi ormai da un pezzo. E che meraviglia veder
sorgere di continuo al suo cospetto gli spettri di passate imbandigioni; non già adirati o vendicatori,
ma come riconoscenti dell'apprezzamento di un giorno e vogliosi di moltiplicare una serie infinita
di piaceri evanescenti e sensuali ad un tempo. Venivano rammentati una lombata di manzo, una
coscia di vitello, una costoletta di maiale, un dato pollo o un tacchino particolarmente eccellente,
che forse furon vanto della sua mensa nei giorni del primo Adams; mentre ogni successiva
esperienza della nostra specie e tutti gli eventi che avevano illuminato od oscurato la sua carriera
personale, gli erano trascorsi sul capo con un effetto non meno labile di quello della brezza
fuggente. La vicenda più tragica nella vita del vecchio, a quanto potei giudicare, era stata la sua
disavventura con una certa oca, vissuta e morta venti o quarant'anni innanzi; un'oca d'aspetto quanto
mai appetitoso, ma che in tavola apparve così ostinatamente coriacea che il trinciante fu incapace
d'intaccarne la carcassa, e si poté spaccarla soltanto con l'accetta e la sega.
Ma è ora d'abbandonare questo ritratto; sul quale tuttavia sarei lieto di soffermarmi assai di più,
perché tra tutti gli uomini che ho conosciuto, quello era il meglio adatto a fare il doganiere. Molti,
per dei motivi cui non so se m'entrerà di accennare, subiscono un danno morale da cotesto tenor di
vita. Il vecchio ispettore n'era immune; e se avesse dovuto mantenersi in carica fino alla fine del
mondo, sarebbe stato altrettanto vegeto d'allora, e pronto a sedersi al desco con pari appetito.
C'era un'altra effige, senza la quale la mia galleria di ritratti della Dogana resulterebbe
inspiegabilmente incompleta; ma che