sfuggivano sovente. Un gran mutamento doveva pur essere avvenuto nel mio contegno, perché il
contegno dei miei colleghi correttori con cui stavo, su uno stesso banco, gomito a gomito, intere
giornate, era affatto mutato verso di me. Forse non udivo qualche loro domanda e non rispondevo, o
gettavo là qualche frase distratta e impaziente. Non so: so che ho visto su pochi visi un po' di
rincrescimento perché non rientravo.
L'ultima volta contemplai a lungo con una infinita tristezza quella vasta tettoia vetrata dove
avevo passato quasi dieci anni!
Dieci anni! Le file dei compositori nel loro camicione grigio stavano intente alle casse: nelle
corsie ad ogni tratto passavano due uomini, l'un dietro l'altro, portando una “forma” su una tavola, il
foglio pronto per le macchine, come portassero una barella o un feretro. Dirimpetto i cilindri
giravano con fragore, i fogli si rovesciavano l'un sull'altro: le donne nel loro grembialone di
prigioniere ripetevano il gesto monotono di collocare i fogli sul cilindro o di raccoglierli in
mucchio. Su due ballatoi laterali le legatrici si agitavano continuamente. Un centinaio di donne e un
centinaio d'uomini. Immaginare che potesse stabilirsi qualche rapporto fra quegli esseri fatti per
integrarsi a vicenda, qualche rapporto diverso da quello che esiste fra l'uno e l'altro pezzo d'una
macchina, è impossibile. Eppure nell'ininterrotto affaccendarsi di tutti quegl'individui, ridotti a
essere come i denti d'un ingranaggio, nascevano, si annodavano, traverso il minuto lavorìo della
composizione e il fragore delle piattaforme volanti, sorrisi, desideri, amori, e quando la campana del
mezzodì liberava d'un subito tutti quegli esseri, legati, irrigiditi per ore e ore in un immenso
organismo meccanico, e la folla si riversava fitta traverso i corridoi e fuor della porta nella strada
soleggiata, che gioia vederli tornar vivi, tornar esseri umani, sorridersi, parlarsi, interpellarsi,
salutarsi dividendosi, o andar di conserva come amici o stringersi a braccetto come amanti!
Fra quelle ragazze che, uniformemente vestite sfoggiavano tutta la loro bellezza nell'acconciatura
dei capelli, qualcuna forse mi guardò non affatto sprezzante o indifferente? Ho in fondo agli occhi
qualche leggero sorriso, qualche sguardo di simpatia, e non so più a qual figura assegnarli. Forse là
era una donna che avrei amata?
Dieci anni!
Ero dunque infine libero. Per la prima volta mi sentivo indipendente, senza padrone. Nella Pia
Casa ero soggetto, lungo le ore di lavoro, al padrone presso cui mi mandavano e nel resto del tempo
agli assistenti dell'Istituto; poi passai di padrone in padrone, col senso perenne della soggezione, sì
che alla festa non potevo mai liberarmi dal peso della schiavitù del domani e delle settimane
prossime. Forse che mi sento io ora pienamente libero? No: ho in fondo una timidezza irragionevole
che costituisce una inferiorità reale: s'io volessi fare un atto d'indipendenza, certamente sarebbe
esagerato e rasenterebbe la ribellione: credo che ciò sia avvenuto infatti nei miei rapporti col
direttore della tipografia.
E per godere intera la sensazione almeno della libertà fisica, mi diedi a grandi corse traverso le
colline di Torino: che respiri, che bagni d'aria e di sole in mezzo agli effluvii dell'autunno, che
stupori dinanzi alla scoperta improvvisa degli orizzonti luminosi e sconfinati! Io non mi ero mai
sentito vivere con tale espansione. Ah, quando dicevo a Crastino che la vita è buona! Sì: basta
essere sani di corpo e di mente: la felicità è forse una cosa molto semplice e molto facile. Essere
vivi: molti se ne contentano, e questa non è ancora la felicità. Senza dubbio la felicità è sentirsi vivi.
A misura che la vita è complessa, larga, intensa in un uomo, cresce la sua felicità, e coloro che
contengono maggior quantità di vita sono coloro che più son capaci di felicità. È questo ch'io avevo
pensato sempre, così semplice e per così inintelligibile per la maggior parte. Ma il giorno che questo
vero così luminoso e vittorioso apparirà a tutti, non sarà mutata la vita sociale?
Un giorno nelle mie gambate traverso i colli mi trovai vicino a Gassino. Ci entrai. Riconobbi
qualche casetta screpolata, ma nessuna fisionomia mi richiamò qualche immagine d'un passato tanto
remoto. Non mi sentii vincolato più a quei poveri contadini che vedevo moversi tra i seminati, che
all'altro povero e cieco genere umano. Pure, presso le fornaci, affatto trasformate e irriconoscibili, la
vista della terra gialla in cui io e mio padre e i miei nonni, intere generazioni forse, avevamo frugato
rintanati come talpe, svegliò un vago miscuglio di sensazioni dolorose insieme e dolci in fondo al